26 April 2008

Essere umano

Un essere umano. Un essere umano.
Essere umani. Mani umane.
Rimani in piedi con gli occhi nudi, fissi sulle tue mani, sporche di vita e di vene. Fuori il mondo è diventato una spirale confusa, i colori mischiati, i sogni incrostati di lacrime nere.
Nella notte nera della città i lampioni sfrecciano senza controllo verso il tuo passato; le luci che si muovono come lucciole lanciate contro il buio. La strada sotto i tuoi piedi che perde della sua linearità. E la strada diventa un continuo inciampare, uno scivolare sui propri errori, su tutti quei difetti che cerchi continuamente di migliorare, di mondare dal tuo spirito. Ma ogni volta la tua persona, che è semplicemente, ineluttabilmente, inevitabilmente sbagliata, si ritorce contro se stessa e ti sgambetta, ti ostacola per farti infine cadere in quel burrone senza fondo che ti accoglie, caldo come una donna, dolce come una droga, violento come la morte.
Rimani in piedi, cosparso del tuo stesso fuoco, con gli occhi fissi sulla tua umanità prostrata e violentata. Osservi con terrore te stesso. Quello sei tu.

15 April 2008

La

Una ballerina. Il corpo esile, i muscoli forti e allenati, il tutù nervoso.


Oggi è il giorno del debutto, oggi mi gioco tutti questi mesi di fatica. In piedi dietro le quinte, fremendo, col fiato che si rincorre, aspettando il momento giusto.


Ripassava tutti i passi mentalmente, si ripeteva il ritmo nella testa, lo distribuiva in tutte le fibre del suo corpo. Diventava tutt'uno con il parquet, con il sipario, le luci. Pronta a quell'esplosione nel pubblico.


Dondolava la testa, per avvertire il sottile scricchiolio del suo collo.


Era una macchina perfetta, era potenza leggerezza e armonia concentrate in un punto di infinita grazia.


Nulla contava più: i dolori , i gossip dell'esistenza, i rumori, il sibilo del pubblico in attesa.


Era etere.


Si fuse con il silenzio. Poi la sua nota, il suo trampolino, esplose in un turbinio di colori e volteggi...

Questo non è un vero post..

Questo non è un vero post.. per quello mi servono un altro paio di giorni, ma sappaite che sto preparando qlcs..
Volevo solo linkare questo intervento di un caro amico riguardo le elezioni appena passate.
Io personalmente ho votato il PD, non per false illusioni ma per una convinzione reale.
Vi lascio il link, leggete perchè vengono dette cose intelligenti, interessanti, profonde. Potrete poi essere d'accordo o meno, questo spetta a voi deciderlo, ma questo post è qualcosa che va letto.
Per pensare, per riflettere, soprattutto per interrogarsi.
Qualcosa non è andato e non va tuttora in un'Italia malata di destrismo becero, di celodurismo da paese che si è lentamente trasformato in partito di milioni di voti.
Pensate.
Nessuno ha la verità in tasca ma tutti noi abbiamo l'obbligo di interrogarci e muoverci verso un futuro migliore.

06 April 2008

In uno sbuffo di farina

C'è una ragazzina dalla pelle chiara, sottili lentiggini traspaiono sulle guance, i capelli rossi le incorniciano il volto. Il suo viso morbido, gli occhi profondi e intelligenti, il suo collo esile disegnano la sua figura impaurita nella notte solitaria e silenziosa della città. Sembra tutto addormentato.
Lei cammina lungo il marciapiede guardando di nascosto il mondo intorno a sè. Le macchine posteggiate che finalmente si godono il loro meritato riposo, i lampioni invece sempre all'erta. Dall'altra parte della strada c'è un uomo con un grembiule, vestito tutto di bianco. Le sue mani ed il suo viso sono coperti di farina. Anche per lui la notte è momento di lavoro.
Intanto lei continua a camminare solitaria, con le mani ben affondate nella sua giacca calorosa, la lana che le punge dolcemente il collo. Cammina e si sente bene a fondersi con quella quiete innaturale. Quella via, quella città, che di giorno sembrano il centro del mondo, che alla luce del sole si affollano di persone infuriate, ora non sono altro che strade deserte, di cui lei è padrona.
Ora, solo per un istante, tutta quella grande via, quella stradona così imponente, diventa il suo territorio, lei è il capo e lei è l'unica regina di quella strada.
In piedi davanti a lei la sua migliore amica.
Quanti mesi sono passati da quando te ne sei andata.. quante settimane, quanti giorni passati a piangerti, a sentire la tua mancanza in ogni sospiro.
-Ciao- dicono tutte e due contemporaneamente.
Poi scende il silenzio. Le due bambine quasi donne si osservano e aspettano di vedere cosa accade. Poi la regina della notte estrae una mano dalla tasca tiepida della giacca e fa per protenderla verso la sua amica, verso il suo alone. Le lacrime cominciano a scendere rapide ed abbondanti. -Quando torni?-
-Sai che non tornerò...sai che ormai ho lasciato questo posto, questa città caotica e piena di frastuono. Il posto in cui mi trovo ora è molto più silenzioso. Ho tutta la quiete di cui ho bisogno per riflettere sulle cose. Però vedo che nel tuo regno sei riuscita a creare un piccolo angolo di quiete...è per questo che sono qui ora.
Anche se sono partita già da un po' non perdo occasione di venire da te, raggiungendoti in sogno o sfiorandoti durante la giornata, senza volerti distogliere dal tuo compito di regina...voglio solo che tu sappia che io sono lì con te.-
Le due ragazze si fronteggiano. La più concreta ha una mano sollevata a mezz'altezza verso quella che sembra più evanescente. -Quindi non torni?-
Un sorriso si allarga... -Io sono già tornata...anzi non me ne sono nemmeno mai andata sai? è per quello che sono qui ora con te-
La regina, piena di mantelli e pietre preziose, osserva la sua mano regale poi la lascia ricadere nella tasca.
Intanto la ragazza coi capelli biondi, ormai quasi trasparente, solleva la sua, in un gesto di saluto forse non adatto ad una regina, con la mano aperta, immobile. Infinita.
Lentamente tutto l'incantesimo sparisce e la bimba dai capelli rossi si ritrova infagottata nella sua giacca rossa che la punge in maniera dolce. Il freddo ora le abbraccia i contorni delle orecchie, la punta del naso. Un uomo vestito di bianco tossisce grassamente prima di rientrare nel portone del suo negozio, in uno sbuffo di farina.

04 April 2008

Siamo in due

Esistono i numeri, esistono le stagioni. Esistono solo concetti che si contano.
Solo ciò che è calcolabile, ciò che è stampabile su uno scontrino è reale.
Allora cosa sono i miei sentimenti? In quale categoria vengono raggruppati? Questi dolori, queste emozioni, da dove vengono e dove sono destinate ad atterrare?
Mi faccio queste domande...rimango senza risposte...
Ogni giorno convivo con nostalgie, con desideri, con ridicoli fremiti. Cos'è tutto questo? La musica che mi sento dentro, la rabbia e l'amore...
L'unico modo per rendere tutto questo più reale, quasi concreto, è riversarlo qui. In queste pagine, in queste decine di centinaia di lettere che lascio come impronte del mio passaggio...
Affido tutto a questo confuso e ridicolo spazio virtuale, forse nella speranza di trovar qualcuno che lasci il suo pensiero qui, insieme ai miei. Forse per potermi guardare indietro e vedere il percorso che ho intrapreso, per non dimenticare mai da dove vengo.
Forse solo perchè sono solo. Perchè voglio sentirmi come in due. Io e me stesso. Io e quell'altro, meglio di me, più poetico, più lirico, più di me.
Tutta questione di punti di vista.
Intanto vi lascio questi infiniti cori, queste rime che graffiano la superficie della mia scialba vita.
Non c'è illusione non c'è speranza.
Ci sono solo io e voi.
Fatevi vivi. Tutti voi. Tutti coloro che passano e leggono queste singhiozzi sprechino un minuto del loro tempo e lascino la loro traccia. Scrivete e ditemi chi siete, quanti siete, perchè tornate qui e cosa è tutto questo per voi.
Statemi bene. Spero di sentir la vostra voce forte e chiara.
Perchè io sono parte di voi ora. Sono entrato in voi così come voi entrate in me.
Siete il mio pubblico, i miei amici, siete i miei boia.
Siete i compagni di quest'avventura.

31 March 2008

Castelli di rabbia.

Scrivendo una canzone d’amore, una poesia, un lamento di morte. Scrivo sabbia sul muro e scrivo parole in disordine. Scrivo ma non leggo, scrivo e non ho più idee. Rimane il fondo, il colore, un po’ di malinconia. Rimane tanta voglia di diventare grande. Di scappare, di abbandonare tutto e tutti. Di vivere la vita come non l’ho mai fatto fin’ora. E intanto sto perdendo tutto quello che ho, gli amici, i sogni, le forze. Sto perdendo i valori e la lealtà verso chi la meriterebbe.
Folli pagine di un diario di vita. Un piccolo intervallo tra sogni, sigaretta, tentativi di fare qualcosa di buono. Scrivo spesso e vorrei diventare un uomo. Vorrei dare equilibrio alla mia esistenza. Vorrei un colpo di coda possente e vigoroso.
Non mi piango addosso. Assolutamente. Guardo questo disfacimento e ne constato la putritudine. È un mondo selvaggio. Ripariamoci bene prima di uscire allo scoperto. È difficile tirare avanti con le proprie forze. Eppure non ne cerchiamo altre. Vogliamo farcela da soli.
Guardi tutti i segni della tua imperfezione. Guardi la tua vita e ti chiedi quanto in fondo tu possa arrivare. Guardi una ragazza ed ogni volta te ne innamori. Guardi quello che vorresti e ti illudi che sia quello che avrai.
Sangue, merda, sperma.
Il suono di un piano.
Tasti neri. Tasti bianchi.
Resti sulla tua sedia di idee e scrivi castelli di sabbia, castelli di rabbia. Ti senti confuso perché stai cercando qualcosa in più. Stai cercando quel pezzo che ti elevi al di sopra. Stai cercando il nodo che risolva tutti ituoi problemi. Gli amici gli amori la famiglia. Sparirà tutto.
Puf.
Rimani tu, a quattr’occhi con te stesso. Quattro mani con il sangue che stai spargendo.
Testo autografo. Basta computer, ora solo sudore delle mani.
Stai cercando di trovare il nucleo dello scrivere.
Stai cercando l’ispirazione, non quella che arriva ogni giorno e ti induce a sprecare le tue parole.
Cerchi quell’ispirazione che arriva una volta nella vita, passa e va via.
Quell’ispirazione che ti travolge, ti sommerge, e ti lascia lì.
Solo tu e lei.

27 March 2008

Soliloquio

“Eccoci” disse lei “eccoci alle porte del nostro cammino, al principio del nostro slancio. Eccoci nel nostro occidente avanzato e splendente. Ci siamo noi, c’è il mondo e c’è la storia da scrivere.
Noi. I ragazzi dalle mille capacità e dalle mille possibilità; gli intelligenti, i geniali, i promettenti. I ragazzi che si imbottiscono di coca e che si ammazzano ai duecento all’ora ogni giorno. Eccoci qui pronti a spiccare il volo e fare della nostra arroganza un pregio.
Siamo noi, i diciottenni che ogni sabato sera bevono bicchieri e bicchieri di superalcolici per poter raccontarlo poi il lunedì mattina agli amici a scuola. Eccoci ubriachi fradici a ballare in un locale squallido insieme a persone che in realtà nemmeno ci piacciono, persone che però ci trasciniamo dietro come scudi contro le nostre paure.
Siamo i diciottenni che nonostante non siano capaci di provare alcun sentimento continuano a dimenarsi in questo scopare a destra e manca; infilando i loro cazzi in qualunque cosa si muova e respiri, concedendo le loro intimità a qualunque adolescente con la maglietta adatta.
Eccoci tronfi di ciò che siamo senza nemmeno renderci conto che siamo la generazione più fasulla di tutte: la generazione di mille amici su Myspace, dei film scaricati in un pomeriggio. Mentre invece vorremmo essere la generazione del ’68, di Woodstock, dei Gun’s and Roses, dei Pink Floyd e dei Nirvana, la generazione delle prime canne e delle prime sniffate. Inutili parassiti, di internet, di una società che senza sforzarsi ci annichilisce con i suoi tanto stupidi quanto efficaci placebo. Guarda Amici questa sera in tv. Ascolta l’ultima canzone del tuo coetaneo miliardario che tanto ti fa commuovere. Non stare a pensare a quanto sia finto Amici o al fatto che tra pochi anni quel tuo idolo sarà un miliardario dimenticato da tutti, che si devasterà di droghe e puttane per riempire il vuoto lasciato da quel successo inconsistente.
Dove vorremmo andare con questo bagaglio di patetici lustrini? Vogliamo diventare stimati professori, affermati avvocati, manager di successo, poliglotti che sanno relazionarsi con l’universo intero.
Ma fottiamoci.
Non andiamo da nessuna parte perché non siamo ancora capaci di accendere i motori, non ci muoviamo perché abbiamo infilati i piedi in questa merda e ci siamo affondati fino alle spalle, ma intanto continuiamo a sorridere.
Noi e i nostri amici che in realtà detestiamo, o peggio, reputiamo tutto sommato inutili. Ognuno di noi si sente centro di un’elite di cui solo pochi possono fare parte, e per poco tempo, poi vorremo un ricambio perché la moda sarà cambiata. Noi e le inutili discussioni filosofiche da parte di persone che non riescono nemmeno a rendersi conto della vanità di tutto questo.
Siamo fumo e ci crediamo oro.
Io non ci sto più. Io non ci sto. Mi rifiuto di dare il mio contributo a questo quadro così puzzolente. Voglio cercare di distaccarmi da tutto questo, rigetto le mani tese e i sorrisi.
Non ci sto.”

16 March 2008

< Immetti il tuo messaggio personale qui >

Nudo, come corpo morto, cresce ogni giorno il nostro anelito di morte.
Crudo, come un fisico spoglio, vegeta ogni giorno questo cervello flaccido.
Sembra assurdo pensare di essere qui, ora, a scrivere perle che si perderanno come cenere lanciata nell'oceano: una parte, la maggiore, destinata al niente; l'altra, in pasto a qualche pesciolino clemente disposto ad ascoltarmi per pochi minuti.
Scusatemi l'ermetismo e le metafore ferrose ma quest'uomo è ormai ombra di se stesso. Oramai vado perdendo i princìpi e i valori; divento ogni giorno meno di me stesso. Come in un folle contatore ogni volta mi inzializzo sempre con un livello di umanità inferiore.
E non c'è musica, non c'è arte, non c'è sesso proibito che tenga.
Non c'è fuga, non c'è sorriso malizioso che renda questo inferno meno morto.
Oggi è giorno di ermetico silenzio.
E intanto continuo a parlare.
Forse è questo il mio modo di esprimermi. Esrof olos ìsoc im etertop eripac. Osrep. Osrep onos im.
Parlo come penso e penso ciò che scrivo e scrivo ciò che penso. Non c'è autocompiacimento e non c'è maliziosa vanità. Ci sono solo io che piano piano divento sempre un po' più trasparente. Ci sono io, con te con lui con lei e con lei e sempre da solo nonostante tutti voi.
So che è difficile. Lo so.
Sopporterai tutte le lame che ti pianterò nella schiena?
Non dovresti...ma forse chissà...lo farai.
E intanto io avrò consumato il mio delitto, il mio adultero castigo verso me medesimo. Sta tutto in quegli occhi, in quelle parole dette con ostentata indifferenza per dimostrarmi quale significato esse celassero. Sta in tutti quei sogni e in tutti quei chilometri di ferro.
Sta in me e sta in tutti voi che in fondo in fondo ne siete assolutamente consapevoli.
Questo sono io e la verità non può essere altrove che qui, dentro me.
La mia lingua i miei occhi e il mio incesto proibito.
Io e il limite che ormai ho già infranto con un colpo di gola.
Io e me stesso che lottiamo e che intanto spargiamo sperma e avances ovunque.
Io senza una fine perchè continuo come inuna ridicola ruota

14 March 2008

Azzurro

Alle unidici di mattina, seduto su una sedia di vimini, con gli occhi che, attraversando la finestra, si puntano dritti in questo cielo di un azzurro quasi pungente. E, aspettando che questo azzuro riesca a penetrare i tuoi occhi, ascolti una canzone melodicamente triste.
Un altro giorno e un'altra mattina. Un nuovo giorno che stacchi dal calendario e che nella tua vita se ne va. Altre ventiquattro ore di esistenze passate, scivolate, passate. un nuovo giorno che ti allontana dalla vita, ma che ti avvicina a qualcos'altro di ignoto.
Cosa sarà? Qual'è il prossimo approdo?
Nel tuo cielo azzurro passa qualche nuvola bianca, sola, indifferentemente sola. Passa, senza lasciare traccia se non qualche laccio di vapore che rimane sospeso in aria per pochi istanti prima di risolversi nell'azzurro che ancora non ti ha invaso.
Osservi quello spettacolo monotonamente azzurro e sorprendentemente allegro. Ti domandi cosa e dove e chi sei. Ti interroghi sui mille motivi per cui ogni giorno ti senti giusto o sbagliato.
E intanto sono passati tre minuti, altri tre minuti sottratti alla tua sveglia, tre minuti che non rotroverai mai.
Tic Tac Tic Tac
Macabro gioco.
Rimani in piedi con i piedi scalzi di fronte a quell'oceano azzurro e pensi ai rintocchi della tua vita. L'impressione è quello di avere gli occhi ormai annegati di quell'azzurro cielo.
Il cellulare vibra e ti sembra di ripiombare nella realtà ma con forza te ne distacchi e te ne liberi e ritorni a te stesso.
Quale sarà la verità? Perchè sono qui e sono questo?
Sembra davvero non esserci spazio per gioia e felicità.
Pensi agli errori e pensi ai desideri. Pensi a te stesso e alla fuga.
Fuggire.
Fuggire nel nome di una diversità congenità. Diversità che non è diversità dagli altri ma è solo diversità da se stessi. Rimani immobile e un po' di quell'azzurro comincia a sgorgare dai tuoi occhi.
E vuoi amore e vuoi pace.

10 March 2008

THIS IS ME THIS IS WHAT I AM

Forse è il momento di parlare, tralasciando le storie le virgole e tutte quelle cose complicatamente belle. Perché alla fine chi scrive qui sono io e chi ci mette la testa e il cuore sono io. Quindi alla fine l’argomento di tutto questo sono io, no?
Alla fine quello che scrivo qui è riflesso di quello che vivo nel mio aldiquà. Alla fine non c’è nessuna finzione. Allora è il momento di parlare, di dire cosa sento, di dire cosa sono. Perché magari cospargermi di estetismo porta solo a fraintendermi. E tante volte finisco che non riesco ad esplodere come vorrei, o dovrei. Alla fine mi dilungo in fiocchi tanto lucenti quanto trasparenti.
Io sono io. Io sono io e alla fine io sono protagonista di tutto questo schifo. Alle fine queste storie, questi monologhi tante volte deprimenti sono solo lo specchio di quello che sono e di quello che vorrei dire alla gente, solo che molto spesso filtrando le cose allora finiscono per diventare nebulose.
Allora vi dico cos’è la mia vita.
Vi dico cosa sono io.
Io sono una persona, un essere umano, sono un diciottenne che alla fine sogna sogna e tutto quello che può ottenere è uno spazio virtuale, che nemmeno esiste, in cui vomitare di tanto in tanto nella speranza che qualcuno possa adorare quello che scrivo. Sono un diciottenne con tutte le sue sfighe.
Eppure qui mi fingo qualcos’altro, mi fingo qualcosa di etereo che genera immagini, poesia, genialità. Sono una merda che cerca di sputare diamanti. Sono la terra che sogna il cielo e sono gli occhi marroni che vorrebbero essere azzurri.
E per favore non pensate che io sia sempre sull’offensiva: è tutto il contrario. Se volessi essere cattivo, se volessi dire tutto il male che penso non scriverei di certo testi che cercano di essere belli. Scriverei tutto l’acido che ho in bocca e sarebbe uno schifo.
Io sono sulla difensiva, mi nascondo e ogni tanto sparo qualche lamentela o qualche timido versetto arrabbiato. Ogni tanto faccio l’arrogante per non dover abbassare sempre gli occhi e subire in silenzio. Eppure tante persone dicono che sono presuntuoso, vanitoso e via dicendo.
Non voglio dire di no perché non sono nessuno per dire cosa o come sono ma perlomeno il mio intento non è quello. Io mi sono aperto, e mi sono scoperto. E per un sacco di tempo sono stato bene.
Ma è stato proprio aprendomi agli altri e entrando io stesso dentro loro che ho cominciato a trovare un marcio che loro nemmeno riescono ad intuire.
Io sono io e scrivo quello che sono. Mi dispiace essere sbagliato e essere alla fin fine semplicemente debole. Perché alla fine questi testi sono un capriccio per cercare e ottenere l’attenzione degli altri, di quegli altri di cui mi lamento. Questi testi non sono di velluto ma rimangono nella loro piatta normalità. Niente che si eleva al bello e niente che si schianta nello schifo. Mediocre. Come me.
Allora cosa faccio?
Io continuo in questo coro solitario di lamenti, di bla bla bla e di suppliche.
Io sono io e vorrei non dovermi lamentare di voi per poi in realtà implorarvi di essere un po’ migliori. Io sono io. Purtroppo. Quello che scrivo sono io e io sono solo quello che sono. Anzi. Quello che scrivo è meglio di quello che sono perché in quello di scrivere posso riversare tutti i miei sogni e le speranze che nella realtà vengono costantemente disilluse.
Questo blog continua la sua patetica attività. Continua a sfornare merda e a servirvela su pizzi ricamati con gemme e quant’altro. Ma il tutto rimane comunque una pietanza, a base di merda.

25 February 2008

Parigi. Ore 3

Ore tre. La mattina di Parigi sembra stendersi ovunque in un nero manto uniforme. In lontananza vedi i giochi di luce che si creano sul fiume. È tutto blu notte, qualche lampione qua e là. Qualche passante che ti supera e se ne va verso casa. E tu sei lì. Solo nella notte parigina seduto su una panchina di legno verde. Di fronte a te il mondo. Dinnanzi a te un universo fatto di buio, di piccoli puntini di luce, di persone che passano e vanno.
Sei lì e ascolti la musica di un artista di strada che, armato di solo violino, sta provando a dare a quell’universo qualcosa di nuovo. È tardi, è notte inoltrata eppure lui continua a suonare quelle sue melodie così dolci e diaboliche.
Ad un certo punto gli si avvicina un signore anziano. La barba bianca, i vestiti un po’ logori e un cappello a nascondere la sua nuca ormai calva. Il vecchio guarda il violinista fino a quando questi non lo nota a sua volta. I due si scambiano un sorriso. È allora che il vecchio con la barba bianca apre la sua valigia e ne estrae alcuni pezzi cromati che va ad assemblare con cura. Infine si siede di fianco al suo compare violinista, appoggia le labbra al bocchino ed incomincia a seguire il suo nuovo amico in un duetto di violino e sassofono.
All’inizio ti sembra che quell’abbinamento cozzi, che il nuovo arrivato distorca con quel suono così gommoso i sottili acuti del violino. Eppure piano piano i due cominciano ad intendersi, iniziano a seguirsi ed inseguirsi. Uno scarta in una direzione e le note del suo amico dietro. Ogni salto, ogni capriola sono improvvisatamente perfette. Ogni sguardo tra i due rende la musica migliore.
E non sai nemmeno come ma ti senti felice. Inspiegabilmente quella musica dilata i pori della tua pelle, ti manda in iperventilazione e ti fa inspirare angosciosamente. I puntini di luce corrono fuori fuoco, si dilatano e prendono a schizzare in tutte le direzioni. Anche loro tentano di inseguire i due suonatori. I riflessi sul fiume si scatenano in una danza magicamente lucente.
Tu sei lì. Crocifisso alla tua panchina che guardi quei due bambini rincorrersi e vorresti avere anche tu uno strumento per unirti alla loro gioia.
Ad un tratto il vecchietto dalla bianca barba si ferma. Sorride al suo compagno di scherzi si rialza e se ne va.
“ Fermi!” le parole escono quasi urlate.
Il vecchietto non ti ascolta e va via.

23 February 2008

Siamo solo noi.

Un mare profondo come l’universo. Ecco cosa siamo. Siamo vuoti ricolmi di sentimenti. Siamo atomi e siamo costellazioni.
Siamo esseri umani e siamo unici nella nostra inutile perfezione. Ogni nostro gesto, ogni nostro passo pensiero o ideale lo reputiamo il più alto e il più perfetto. Siamo unici nella nostra monotona uguaglianza. Siamo stelle, così come siamo polvere.
Siamo le menti e siamo il braccio. Ogni giorno torniamo alla vita ed ogni giorno i nostri sogni ci incollano la gola ad una ghigliottina di delusioni.
Siamo la vita ma rappresentiamo la morte. Siamo portatori della morte in quanto essere esistenti, viventi. Siamo la dualità. Siamo la dicotomia.
Siamo tutto perché siamo immersi nel niente, e per questo ci aggrappiamo alla nostra facoltà di sognare, di credere alla nostra felicità, all’amore e al peccato.
Siamo i figli di Dio che a Sua immagine e somiglianza sono stati creati. Siamo i figli del Diavolo perché a Sua immagine e somiglianza ogni giorno ci evolviamo.
Siamo il fruscio che si cela tra le foglie. Siamo il silenzio che rimane sospeso tra due amanti. Siamo l’anelito infinito di vita che ci segna dentro.
Siamo l’infinito.
Siamo uomini e siamo animali.
Siamo il sorriso di un neonato, siamo le carezze di nostra madre. Siamo i sogni di chi ancora sa sognare, siamo le lacrime di chi ancora sa vivere.
Siamo il tempo, la paura e la vecchiaia.
Siamo le rughe di un signore anziano che, solenne nel suo incedere, ci sembra così troppo anziano. Siamo le premure delle nonne che ci amano e ci abbracciano.
Siamo il vago profilo che ogni notte imprimiamo sul nostro cuscino e che ogni mattina cerchiamo di ritrovare negli altri.
Siamo liberi di tutti i nostri abiti firmati, degli occhiali dei braccialetti e degli orecchini. Siamo la pelle nuda e violentemente carnosa. Siamo l’urlo che spontaneo si scaglia contro gli ostacoli. Siamo il sudore e l’impegno. Siamo la lotta.
Siamo quel profumo leggero che senti quando non sei concentrato su nulla. Siamo il respiro dei bambini. Siamo anche i respiri interrotti di un atleta dopo lo sforzo.
Siamo i tasti bianchi e neri di un piano. Gli accordi incatenati tra loro.
Siamo su un’altalena in un giorno di inverno, siamo su una panchina nel freddo dell’autunno.
Siamo vita e siamo vivi. Siamo morte e siamo debolezza.
Siamo l’acqua che non smette mai di scorrere. Che nel suo procedere si inquina magari, a volte evapora troppo presto ma poi tutte le acque alla fine sfociano nel mare. Siamo tante gocce in un oceano. Siamo dieci dita nelle mani. Siamo tante mani nelle mani.
Siamo l’amore di una madre, di un padre. Siamo l’amore di chi si scambia i corpi. Siamo l’amore di chi sacrifica la propria vita. Siamo l’amore che aiuta chi davvero ne ha bisogno.
Siamo persone che tutte insieme formano un’unica persona così malfatta che sembra quasi una presa in giro. Però insieme siamo qualcuno.
Siamo la rabbia dei ragazzi esclusi. Siamo quei reietti che vogliono distruggere il mondo. Siamo il desiderio di libertà.
Siamo la musica, l’arte, il cinema. Siamo il cinema la domenica pomeriggio con gli amici. Siamo il ristorante al lume di candela con la persona che ami.
Siamo un pomeriggio speso con un amico a vivere. Siamo un pomeriggio speso con un buon libro.
Siamo tutto e quindi siamo impossibili da spiegare.
Siamo ciò che razionalmente non si riesce a giustificare. Siamo l’unione dei contrari ma siamo irrimediabilmente perfettissimi.
Siamo corpo e anima.
Siamo quando un paesaggio ti fa commuovere.
Siamo quando tuo figlio diventa tutto il tuo mondo.
Siamo quando l’amore ti fa diventare una persona migliore.
Siamo noi. Solo noi.

18 February 2008

I am

Ieri sera stavo guidando; la strada, i contorni delle case, tutto sfilava lento e noioso. Gli alberi infogliati e le luci dei lampioni che sfumavano le persone. Guidando pensavo a come il niente fosse parte di me, a come tutto questo caos che ci avvolge e ci sconvolge altro non sia che un piccolo moto confusionario in un universo tutto sommato tranquillo, che nemmeno si accorgerebbe della mia mancanza. Guidavo e intanto pensavo a quante sciocchezze ci confermiamo ogni giorno nella mente, a quanti inutili accessori ci servono per poter esser un niente.
Ci pensavo e mi chiedevo che senso avesse tutto questo. Mi domandavo se per caso questa vita non fosse altro che un frangersi e ritirarsi di onde e di maree…ciclico, monotono, tutto sommato scontato.
Dentro l’anima ti senti un impeto che sembra dover esplodere; senti come sia inaccettabile che alla fine tutto questo non abbia significato. Avverti chiaramente come questa eventualità non è nemmeno concepibile; ti rendi conto del fatto che ti stai dimenando come un ridicolo animale.
Mentre guidavo mi sembrava di avvertire questo nulla tutto intorno a me, mi sembrava di sentirlo fuoriuscire da me. Io ero il nulla; io ero la disperazione.
Troppo inutile anche per lanciarsi a tutta velocità contro un muro.
Troppo inutile per permettermi la vanità di un suicidio.
Troppo insignificante per aver questo impeto di forza.
Quale forza dovrei dimostrare? Quale forza dovrei fare esplodere? Io… io che sono semplicemente io, nella mia insulsaggine, nella mia semplicità. Io che continuo ad avvertire il nulla senza il coraggio di accettarlo. Io che ho capito quanto sia meschino tutto questo; io che sono troppo leggero; io che mi mordo le vene. Io che spero nella fortuna, in un angelo forse, in un sentire diverso da quello di ieri. Che spero in un colpo di scena che so non esistere.
Io in un’esaltazione sempiterna delle mie debolezze e dei miei difetti.
Io che non sono fedele perché troppo debole.
Io che non sono leale perché troppo debole.
Io che non sono umano perché troppo debole.
Io che non sono, perché troppo debole.
E intanto rimani con lo sguardo fisso sul niente, sui consigli che non vuoi ma che ti vengono comunque dati. Sui suggerimenti di chi pensa di poterti dire la parola giusta. E tu vorresti semplicemente qualcuno che ti facesse sentire vivo, senza voler niente per sé. Qualcuno disposto a concedersi come un’amante o forse come una puttana. Qualcuno che ti permetta di fare scempio di lei senza poi chiederti il conto…senza poi domandarti ragioni.
E intanto rimani con gli occhi umidi puntati sul senso di infinita insoddisfazione della tua vita.
E intanto rimani lì, solo, leggero, troppo leggero. Rimani a chiederti tutto questo dove può condurti. Dove può portarti la coscienza di questa condizione che dilania e viene ogni notte dilaniata.
Rimani lì, così, senza un senso, senza più domande, senza più nessuna risposta che non sia un’altra domanda.

14 February 2008

Va tutto bene?

Il cellulare vibra, è arrivato un messaggio.
So già chi è, mi immagino già cosa mi dirà.
Che noia tutto questo. Che tormento infinito.
Prendo il cellulare; lo spengo.
Per stasera sono da solo.

11 February 2008

Di sera presto.. in preda al male.

Come sono tristi le storie umane… come sono banali…
Sembriamo tutti attori di uno show pietoso, lento, ripetitivo, scontato.
Corriamo come fanatici avanti e indietro alla ricerca di qualcosa… un qualcosa che non ci figuriamo, che non capiamo e che sicuramente non conosciamo. Anzi…ne conosciamo il nome ma in realtà non l’abbiamo mai sperimentato… continuiamoci a muovere, nessuna sosta.
E nel frattempo i nostri giorni appassiscono e ci rendono ogni secondo più vecchi. Ci sentiamo come profughi che vagano verso una meta che non conosco ma che si limitano ad auspicarsi.
E dopo una serata passata tra lacrime e singhiozzi ti fermi e ti domandi se il tuo è un percorso o solamente un vuoto a perdere. Ti chiedi se c’è la soluzione. Se esiste una via d’uscita.
La domanda più fremente è quella che dice “ci sarà mai qualcuno che mi farà sentire vivo?”.
Io continuo a cercare una risposta, sto cercando qualcuno che mi possa fare sentire di nuovo elettrico, qualcuno che possa ascoltare senza pensare a quanto è insipido, a quanto stupide siano le sue esternazioni. I miei amici non hanno nessuno charme su di me, si dimostrano poco, si mostrano piatti, trasparenti. Non c’è nessuno che mi fa strabuzzare gli occhi, nessuno che mi faccia emozionare quando gli parlo.
Io intanto lo cerco, continuo a vedere se esiste quel qualcuno che diventerà mio fratello, o magari si trasformerà in un mio genitore, oppure sarà qualcos’altro, qualcosa che nemmeno riesco ad immaginare.
Io cerco cerco e cerco senza nessun risultato perché non c’è nessuno che si riveli alla mia altezza, non ci sono labbra che emettono frasi realmente elettriche, non ci sono cervelli abbastanza validi.
E mi chiedo cosa mi aspetta allora. Se non c’è nessuno per me, chi devo cercare? Se davvero nessuno è pronto per capirmi, in chi posso rifugiarmi? Ho davvero solo me stesso?

03 February 2008

Velocità

La luce da verde diventa gialla, infine si assesta tremolante sul rosso. La pioggia continua a scendere fastidiosamente come un vaporoso corpo solido; il tergicristallo viaggia avanti e indietro avanti e indietro senza sosta.
Scatta nuovamente il verde e lentamente lasci la frizione…la macchina saltella in avanti e dai gas.
È appena mezzanotte e tre quarti ma questa parte della città sembra essere completamente addormentata. Qualche casupola sparsa qua e là in mezzo ai campi, i lampioni malandati ai bordi della strada. Ti senti come in mezzo al nulla.
Mentre la macchina accelera tu ingrani le marce: la seconda, la terza, e anche la quarta.
Anche se i limiti di velocità sembrano sconsigliartelo tu continui ad aumentare la tua andatura, continui ad accelerare e il rombo della macchina si fa sempre più insistente.
In mezzo alla pioggia vedi poco o nulla; la strada ampia, l’illuminazione che diventa più un fastidio che un aiuto. Sei concentrato al massimo delle tue capacità, osservi ogni frammento di realtà che riesci a percepire tra gli schizzi dell’acqua, segui la linea lucida al centro della strada. La lancetta continua a salire e tu ingrani la quinta.
La tua macchina, piccola, certamente non fatta per corse folli su una strada affogata, guaisce flebilmente mentre il contachilometri prosegue la sua scalata.
130… 140…
Ti senti un fruscio sull’asfalto, un alito improvviso e repentino che sfreccia a tutta velocità. Intanto nella radio riesci ancora a percepire il fischiettio di una canzone dei Beatles che canta di Jude e della sua vita difficile…
“..Hey Jude, don’t make it bad..”
160…170…
Ecco la tua vita, ecco la natura viscerale della tua vita: ecco ti a sfrecciare come un pazzo nella notte, con le ruote che accarezzano l’asfalto, lanciato come un anatema attraverso una strada di campagna dimenticata da Dio.
Non c’è dettaglio che ti sfugga; non c’è curva che non imbocchi con precisione assoluta, non c’è lacrima che trattieni. Con gli occhi feriti continui la tua corsa; senza espressione, senza sentimento dipinto sul viso se non quelle due lacrime parallele che ti percorrono il volto. Hai in mente solo la strada e la velocità.
180…185…
“…and anytime you feel the pain, Hey Jude refrain…”
Non capisci cosa ti spinga a volare sulla strada con quella aggressività, con quello spirito di rivalsa.

Alla fine tutto si spegne, la velocità, la realtà che sfrecciava via come se inesistente diventa nuovamente concreta. Da lontano vedi i fari rossi di una vettura che ti precede; rallenti, scali in quarta poi in terza, ti adegui alla sua andatura.
Ora sei di nuovo parte di questo mondo.
Non è nemmeno l’una di notte di sabato sera eppure ti senti esausto e vuoi solo andare a casa a dormire.
“…Hey Jude don’t make it bad...”

29 January 2008

" D eci e lode"

Premio D eci e lode
"Premio D eci e lode"
"perchè fonde la sua visione del mondo e un'ottima scrittura"
Ho avuto l'onore di ricevere questo premio dal mio idolo Marco Montini, blogger dell'unico e inimitabile http://www.iamlocal.blogspot.com/ altrimendi detto "A LOCAL BLOG FOR LOCAL PEOPLE".
Ringrazio per il riconoscimento (il primo per questo blog modesto ma dal cuore grande, un po' come la Reggina..) e procedo alla nomina dei miei personali award:
1) http://www.iamlocal.blogspot.com/ il suddetto "A LOCAL BLOG FOR LOCAL PEOPLE", per la compagnia che sa tenere quando non sai cosa fare e la vita ti butta giù;
2) http://www.nakaswa.blogspot.com/ il blog che racconta di un viaggio indimenticabile attraverso l'Africa e non solo (peccato che mio cugino non lo aggiorni mai..)
3) http://www.davidfoldvari.blogspot.com/ il blog del mio designer grafico preferito che tiene sempre aggiornati sui suoi capolavori;
4) http://www.wollypigs.blogspoc.com/, un sito che non ho capito di cosa parla ma è pieno di foto di maiali e costolette ai ferri..
In seguito posto le regole:
1) Esporre il logo del “Premio D eci e lode” con la motivazione per cui si è ricevuto;
2) linkare il blog di chi ti ha assegnato il premio;
3) lasciare un link che si rifà al post originario
4) inserire il regolamento;
5) premiare almeno 1 blog aggiungendo la motivazione.

Odio

Odio quando le persone pensano di capirti, di sapere realmente qualcosa di te.
Odio i giorni passati a fissare un foglio bianco ad attendere che siano le parole a venire fuori da sole. Odio quando guardi gli altri e pensi che la loro erba sia effettivamente più verde della tua.
Odio il dolce e il salato, il bello e il buono, odio i dualismi, ciò che va bene e ciò che no.
Odio può voler dire mille cose ma non vuole dire nulla perché siamo noi, noi che abbiamo bisogno di odiare così come abbiamo bisogno di amare, così come abbiamo bisogno di soffrire. Sembra un ridicolo gioco: rincorrere un essere speciali che nulla centra con noi. Noi non siamo fiocchi unici e irripetibili di unica e irripetibile bellezza, siamo la stessa materia organica deperibile di chiunque altro e noi tutti siamo parte dello stesso cumulo in decomposizione.
Abbiamo bisogno della nostra tragedia e ci sentiamo bene ad essere il centro di essa.
Quando chiediamo a qualcuno come ha passato il fine settimana, lo facciamo esclusivamente per poter raccontare come abbiamo passato il nostro.
Siamo il costante protagonista della nostra serie a puntate.
Odio questa natura intrinsecamente sbagliata, congenitamente ridicola.
Odio chi si sente già maestro, chi crede di avere un dono che lo rende speciale.
Odio un’umanità che mira esclusivamente ai suoi quindici minuti di popolarità in televisione.
Odio il fatto che siamo tutti sbagliati.
Odio questo piombo, che àncora a terra un’anima di elio.

Come una circonferenza

Osservo il mio riflesso nello specchio e, nel frattempo, afferro il fondo tinta più chiaro che trovo tra i prodotti di mia madre. È quasi bianco.
Senza distogliere lo sguardo da me stesso comincio a spalmarmi e a distribuirmi sul volto quella maschera opaca che mi trasforma gradualmente in un viso di cera con gli occhi azzurri che sfavillano nel bianco.
Questa è la mia forma di ribellione.
Prendo da una tasca il rossetto nero che ho comprato per l’occasione e comincio a disegnare scuri solchi sui miei occhi e le mie guance. Sottolineo i contorni delle mie orbite, la linea delle mie labbra, le pieghe del mio sorriso. Piano piano mi trasformo in un agghiacciante satiro.
Guardando il nuovo me stesso che si riflette nello specchio osservo il mio corpo, nudo e fragile, che trema come una foglia nel freddo autunnale.
Spalanco la bocca e il rosso violento della mia lingua fa esplodere il bianco e il nero e d’improvviso divento un demone dell’inferno, divento uno spettro vendicatore.
Come una circonferenza ritorno al punto di partenza, mi vedo stupido e ridicolo. Mi lavo la faccia e mi vesto. Il lavandino imbrattato di nero e bianco sembra perdere i contorni.
Come una circonferenza. Odio tutto questo.

24 January 2008

Macchina da scrivere

Le lettere si dipanano, ad ogni termine di riga si impilano a capo. Le lettere si srotolano in una sorta di magica apparizione. Ed è magico perché così, dal nulla, nasce qualcosa, un testo, una poesia, un pensiero.
Nasce cresce e si completa in se stesso un piccolo nucleo. Esiste in se stesso e per se stesso un nuovo pensiero che prende vita. E io sono suo creatore e imperatore.
La magia risiede nella possibilità di creare e plasmare nuovi mondi, nuovi universi, col semplice accostamento delle lettere, delle parole che unite compongono frasi.
Ognuno di questi mondi è un piccolo antro ombroso in cui nascondersi e per qualche istante, vivere una vita diversa, migliore, più felice e più colorata.