25 July 2010

VI AG GIO

Si definisce finto tutto ciò che non è vero. Si definisce finzione l’atto in cui si fa, dice, pensa, dichiara qualcosa che non è vero.

Si definisce sesso l’atto con cui due persone si accoppiano. Si definisce eiaculazione l’atto in cui l’uomo raggiunge l’orgasmo, il massimo piacere, e rilascia, attraverso la contrazione di alcuni muscoli del pene, lo sperma.

Lamentosi lamenti. Puttane troie pioggia e la Romania che fa strappare gli occhi.

Voglia di prendere di partire, di lasciarmi tutto dietro, di non mettere mai su casa, di non stringere legami più lunghi di un sorriso o più profondi di un coito. Rimanere in viaggio per non esistere nemmeno. Prendere partire andare. Lasciare. Staccare i piedi da terra, dal pantano, e vedere quanta strada si può percorrere a balzi. Senza dimenticare il mare i prati le città la musica ed i piaceri. Continuando ad evitare la tranquillità e la quiete che un letto ed uno stupido cuscino sanno darti al tuo ritorno a casa.

Sento l’emergenza dentro di me. Sento la voglia di far tutto di corsa.

Di correre e sbatterti dentro la tua stanza e far sesso con te fino a consumarci.

Di correre e sbatterti dentro la tua stanza e far sesso con te fino a consumarci.

Di correre e sbatterti dentro la tua stanza e far sesso con te fino a consumarci.

Di riempirmi la pelle di tatuaggi fino a trasformarmi in un maori infuriato.

Di dire per l’ultima volta ai miei genitori quanto voglio loro bene, quali creature splendide esse siano… ed infine partire.

Andare.

Lasciar indietro qualcosa.

Muovermi come solo i tornado sanno fare.

Senza pensieri sul prima e sul dopo, solamente un’infinita teoria sull’oggi. Una speculazione atroce sulla bellezza della corsa. Se io, ora, correndo, sorridendo, piangendo, verso di te verso le tue braccia verso il tuo mento… se io… staccassi i piedi e volassi.

Questa sarebbe vita.

Questo sarei io.

Io con i libri che ho letto, le fotografie che ho fatto, i tentativi che ho esperito, gli amici che ho amato, le ragazze che ho toccato, i sogni a cui ho rinunciato, le righe che ho cancellato.

E io. Con i libri che leggerò, le fotografie che farò, i tentativi che esperirò, gli amici che amerò, le ragazze che toccherò, i sogni a cui rinuncerò, le righe che cancellerò. I giorni che consumerò.

Fino all’ultimo, senza tregua se non quella che il mio cuore chiederà. Senza limiti se non quelli che mi darò. Senza fine se non quella che Dio mi chiederà.

Così sarebbe vita. Così sarebbe vivo. Così sarebbe essere umano.

E lo sai.

Perché da una parte puoi affrontare con calma e consapevolezza la vita, costruendo impalcature, preparando strade, modellandone le forme. Oppure puoi spezzare tutte le corde del tuo violino, gettarti dal ponte dentro l’acqua gelida ma viva di quel Danubio. Puoi azzannare i lembi adiposi del tuo esistere ed essere nelle cose. Nelle cose, non per esse.

Perché siamo ad orologeria ed è un finito e ridicolo camminare verso la morte. E allora non mi importa della casa, dell’”essere-ciò-che-vuoi-essere”, dell’esserci, dell’aspettarti, dell’attendere quel tuo messaggio o quella tua pietà.

Sono stanco di esistere nell’attesa di qualcosa, nel momento giusto per fare il mio discorso.

Voglio esistere nell’atto di creare, nel gettarmi costantemente in pista. Nel creare piste dove altri non ardono nemmeno di camminare. Questo vuol dire vivere, esserci...

Mille amici mille situazioni mille esami mille contratti mille aspettative mille placide eutanasie.

Ho voglia di svegliarmi la mattina e vedere solo il sole davanti a me, e me dietro di me.

Sto pensando ad ognuno di voi. Mamma, papà, enrico, anna, fede, mattia, giulia, steffa, debora, gigi, giorgia, ale, anto, zia, zii, nonni, amici, laura, gaia, amici, cugini, parenti, sorrisi, sorridenti, arrabbiati, traditi, feriti, trapassati e trasparenti. Penso a voi e a come avete modellato la materia greve del mio essere. Come avete impresso le vostre mani, con violenza con egoismo e con forza, sulla materia del mio corpo. Come avete saputo dare a Me la mia forma. Come avete reso me qualcuno che non era me. Come avete creato me.

E ora è il momento di passare oltre. Ora è il momento di iniziare la discesa verso la fine.

Voi, grandiosi scultori, avete inciso e scolpito la mia forma, l’avete resa reale, l’avete resa umana e l’avete resa me. Alcuni con delicatezza, altri mordendo con forza, altri con perizia, alcuni con maldestra violenza. Alcuni mi hanno modellato con un bacio, con una carezza, altri con un pugno o una pugnalata. Alcuni hanno permesso che la mia materia penetrasse all’interno delle loro fessure. Alcuni hanno sputato sulla mia esistenza.

Ora è il momento di passare oltre. Dopo la scultura e la cottura bisogna approcciarsi all’inevitabile fase che succede a queste, e che è comune a chiunque rechi in sé il baco della mortalità.

Ora voglio che su di me sia il vento, il tempo, lo strisciare distratto di una mano, che non scolpisce ma che, col passare dei secoli, mi levigherà, fino a rendermi informe. Morto. Forma perfetta.
Ora voglio che siano i passanti, i turisti della mia vita, i distratti che mi regaleranno un bacio, chi mi scoperà, chi mi saluterà ed andrà oltre. Levigare lentamente, secondo per secondo, fino alla fine di tutto.

Levigare fino alla sostanza, cioè il mio semplice, immenso, comune, nulla.

1 comment:

Debora said...

Caro viaggiatore: assapora ogni attimo della tua vita, proprio perchè è tua, vivila più che puoi. non siamo il nostro conto in banca, non siamo il nostra lavoro, non siamo il nostro computer.
Siamo noi, quelli di ieri e quelli di oggi.
Vorrei giornate piene, dove nulla, neanche la stanchezza e il sonno riescano a fermarmi; vorrei giornate passate ad osservare tutto ciò che mi circonda.
vorrei non avere pensieri legati al futile.
vorrei che tutto fosse futile e leggero.
vorrei solamente poter guardare il cielo e nn vedere altro.
Grazie mio caro amico per quello che hai scritto e per quello che sei.