25 December 2009

Sante Nicola

Dove sono i miei tre fantasmi?
In questa notte blu, in questo silenzio sconvolgente, dove sono gli angeli della mia salvazione? Dove i violini? Dov’è l’orchestra che deve accompagnarmi in questo viaggio?
Come una via di Milano, scura, lucida, umida. Senza anima.
Come un valzer, intrecciato su se stesso.
Che io vada avanti o indietro, non cambia il risultato. Tutto marcisce, tutto si riduce ad un inutile esercizio di stile.
Non ce la farò mai. Non porterò a compimento il mio destino.

E intanto urlo.
Ma nessuno sente.

Intanto grido e la gola mi si strappa. Il sangue bagna i denti, la lingua si ammorba.
L’urlo diventa un fragore di tuono. I miei gemiti diventano fantasmi, amari. Come il passato.

Grido e compongo note violente e stridenti. Rimango fermo, distruggo tutto con ogni singolo mio movimento. Mi muovo, uccido. Penso, uccido. Amo, uccido.

Metto un piede in fallo. La marcia in folle. Una foto in bianco e nero: io, il vuoto del cielo, e una musica che sulla pellicola non so come fissare.
Che fa cadere l’inverno su di me.

La notte di Milano. Blu, tumida, soffocante.
La notte di Cesena. Un fienile, un rumore di qualcosa lontano.

Tutto finisce ma il circo continua il suo terribile viaggio.
Guardo le mie mani e le vedo sporche del dolore che hanno sparso sulla terra. Mi sento colpevole, mi sento sporco. Mi sento bisognoso degli altri. Mi sento di odiarvi tutti.
Non ci sarà un domani migliore. Non ci sarà neppure un domani.

La musica.

La musica che accompagna. Con l’orchestra. Con il sudore ed i calli sulle mani. La musica che mi fa rinascere. La musica come strumento di vita. La musica come appiglio, come evasione. Come speranza.
I violini hanno una sola nota. I colori sono solo tre. I giorni sono infiniti, i respiri no.
Io impiego il mio tempo nel timore del disorientamento. Mi guardo attorno in un limbo bianco.
Negli ultimi mesi sono riuscito a perdere anche la capacità di raccontare. Ora tutto è spezzato, frammentato. Ora tutto è tagliente. Ora mi vedo ma non mi amo. Mi sento ma non mi voglio.

Voglio ricominciare.
Da me, dalla musica. Dal bisogno di vedere qualcosa. Perché ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile. Perché ci credo, mentre appoggio la mia testa nella ghigliottina. Mentre la inserisco nel forno, mentre la cingo con un cappio. Mentre la accosto alla canna di una pistola. Mentre la adagio sul tuo seno di donna. Donna che io non conoscerò mai davvero.

Tutto questo è per te.

Per tutto ciò che non saprò mai dirti. Per tutto quello che vorrei ma non vorrò. Per tutto quello che sarà pensato ma non verrà ascoltato.
Non mi bastano le parole, non mi bastano gli occhi. Non centrano le lacrime, non bastano le note.
Ci sono cose che non possono esser pensate. Figuriamoci dette.
Ci sono capelli che non posso sfiorare. Ci sono attimi che non posso vedere.
C’è il tuo animo. C’è il modo in cui sai parlarmi. C’è il bisogno di esserci.

Incredibile.

Unico.

Violento.

Assurdo.

Infinito.

Questo
è per tutte le orecchie che non mi ascolteranno.
Questo. È per tutti voi. Che pensate che c’è un motivo per leggermi.
Questo. È per l’essere più speciale dell’universo. Per l’anima più bianca.
Per il fondale più nero.
Per la luce più forte.

Questo. Mi cambia. Ogni giorno.

Domani arriverà solamente dopo oggi.
Manca un lunghissimo giorno. Mancano anni interi.
Ci vuole forza. Ci vuole un coraggio che non possiedo.

Tu, stupido pagliaccio, ridi.

Tu, animo di sabbia, ridi.

Io spengo le luci.
Io chiudo il sipario.
Io ci do un taglio.
Non voglio più sapere nulla di me, dei miei errori, dei miei bisogni. Sono stanco di camminare nel baratro di un sogno. Sono stanco di sentir le canzoni finire.

Ci do un taglio.
Col mondo, con me. Soprattutto con me.
Senza fratelli, senza anima, senza oggetti. Senza sorrisi, senza legami. Senza speranze.

Attendo tre fantasmi, eppure la notte rimane blu.

Attendo una visita. Ho lasciato dei biscotti di fianco al camino.

Attendo.

14 December 2009

Eterni ritorni.

So ancora scrivere?
Non lo so.

Non so più niente.

E tutto sembra un andirivieni di fatica, tram, ozio e buio. Nel mezzo tanti desideri, e un mare infinito di silenzi.
Non voglio essere ermetico. Odio gli ermetici. Parlo con la lingua mia naturale, ma forse sono davvero deforme.

Sono ancora in grado di scrivere? È un po’ come chiedere se ancora so amare.

Certo.

Non si impara a scrivere, così come non si impara ad amare.
Arriva ti prende e ti riempie la gola.
E succede tra le lenzuola di un letto, tra una lentiggine ed un'altra. Tra un sorriso.
Succede in giro per la città, nell’angolo di mondo più impensabile.
Succede con i piedi sul bordo del mare.
Con il vento, il silenzio ed il fragore del mare.
L’amore, la scrittura, sono menzogne, sono bugie che ti illudono. Come una fotografia.
Come la traccia di qualcosa che non c’è più. Non è presenza di un’assenza. È assenza di ciò che fu presente.
La fotografia è una lapide che ci fa affondare più felicemente nella nostra fossa.

Inganni raggiri.
Succede mentre ascolto una canzone che avevo dimenticato e mi dico “Wow, ma allora è possibile farlo…”. E intanto un altro braccialetto mi si è rotto. Da quando ho fatto la maturità, erano dodici, ne sono rimasti tre. Un po’ alla volta tutto va finendo. Come le chiacchiere, i discorsi, le illusioni.

Come le canzoni.

Mi è riservato tanto odio e tanto amore. Ma l’amore fa meno baccano. E per questo l’odio scava più a fondo.

Siete andati in tanti. Tante persone che vorrei fossero ancora qui con me. Una per una. Siete almeno mille. Tutte le persone che ho perso…

È stata colpa mia? Sono stato io a cambiare e ad allontanarvi da me?

È sta mia la colpa?

Mi dispiace amici.

Non avrei voluto. Io non vorrei mai.

15 October 2009

UnO

E vaffanculo! Ogni giorno ogni cazzo di lacrima.
È un richiamo alle armi, tutta la vita, tutti i discorso di cui poi perdo il filo.
Ma quale filo?
Ma quale paratassi, ma quale ipotassi, ma quali schemi. Non esiste la vita, figurarsi l’evasione da essa, non esiste una cazzo di verità, figurarsi le risposte alle domande. Non ho capito se sono io che non ci arrivo.
E davvero ancora stanno cercando un modo di essere lineari? Ma non ti rendi conto che basta un bicchiere di grappa per perdere la linea retta del camino? Basta aver il coraggio di spostarsi trenta centimetri più in là e il mondo diventa un cazzo di 2d distorto e mostruoso che ti appare alieno. Vaffanculo!
Quale regola? Quale famiglia? Quale trascendenza se nemmeno ho capito come si mettono i piedi in fila? È come chiedere ad un bambino di tre mesi cieco di descriverti l’uso del colore piatto in Basquiat.
Grazie a dio (Dio?) il tempo passa dritto ed inesorabile e rende limitati i momento in cui l’universo ti crolla addosso e allora tu, come facevi quando avevi sedici anni, ti metti a battere su una tastiera di plastica (Plastica!!) cercando qualcuno a cui far leggere le tue mosse da ragazzina. Con tutto il rispetto per le ragazzine, almeno loro sono oche e non se ne rendono conto.
Cosa mi manca? Cosa cazzo mi manca???
Voglio poter guardar tutti negli occhi, non ci riesco a sentirmi un gradino più in basso. Non ce la faccio ad esser indietro. Me ne fotto se ho dieci anni in meno, se ho visto meno cose, se non ho ancora avuto la possibilità. Sono come il pilota che in autostrada vuole superare tutte le macchine. Continuerò a correre fino a quando un guardrail non si allungherà e mi ghermirà. E allora ciao.
E non ridete. Perché c’è un guardrail per ognuno di noi. Ognuno.
Cerco un modo diverso di dire le cose. Alla fine ritorno sempre su questa cazzo di tastiera.
colleziono complimenti però non colleziono soddisfazioni che durino più di due sillabe (o cinque se c’è anche la lode).
Sembra fatto apposta, non vai né avanti né indietro. Sono sempre qui. Sono sempre nello stesso cazzo di punto.
Un infecondo gusto del lamento, fine a se stesso, non creativo, non propositivo. Indietro di un milione di anni almeno.
Invidioso di tutti, anche se poi magari io ho di più, non importa.
La punteggiatura, la grammatica, l’insieme delle regole che mi dovrebbero condurre ad un nuovo alito. Invece no.
Cosa devo fare? Cosa devo fare? Cosa cazzo devo fare? Cosa cosa cosa cosa cosa cosa cosa cosa cosa cosa cosa? Cosa cosa cosa? Cosa?
Cosa?
Voglio arrivare, e una volta arrivato voglio ripartire e riarrivare. Non mi basta mai nulla (quindi non arriverò mai da nessuna parte). Chissà, magari anche Kieslowski o Kubrick poi non erano tanto soddisfatti quando riguardavano i loro film. film? devo fare un film? devo fare? Io voglio esplodere. Esser ricordato come il momento di cesura. Tra il prima e il dopo.
voglio essere la linea di demarcazione tra ciò che veniva prima di me e ciò che è venuto dopo. E non mi basta esser tra i migliori. Devo esser in cima. Devo arrivarci, eppoi salire, eppoi sbriciolare la montagna. Voglio esser un cannibale: la gente, se vuole, può accodarsi. Io voglio arrivare in cima ad un cima che non esiste. Perché so, lo so! che non nessun punto sarai mai un punto di arrivo.
Quindi qual è la soluzione a questa giostra? Devo passare tutta la vita a correre un maratona su un tapis-roulant?
E lascio un ellisse.
Dov’è il punto di fuga? Nella morte? Nella morte. Nella morte!? Non lo so, perché è incapibile. Devo fare la cosa più bella, devo fare qualcosa che incarni questa mia tensione verso il nulla?
Ma come si fa? Come come come come? Come?
Di sicuro non attraverso questi tasti di plastica, di sicuro non attraverso ai vostri limitati occhi. Di sicuro non attraverso un vocabolario. Devo poter prendere l’universo e modellarlo all’infinito, in un insoddisfatto tentativo di dargli una forma più perfetta di una sfera. Più sferica di una sfera.
Più rotondo.
Più tutto del tutto.
È una corsa verso l’annientamento.

07 October 2009

Stringi un corallo...

Un funerale? Cazzo è il mio!
Un problema alla testa, mi verrebbe da dire. Oppure forse è stato il fatto che ho odiato tutti, dal primo all'ultimo, dal primo all'ultimo minuto?
Però cavoli...eppoi è qui, qui vicino alo sterno, che mi si stanno condensando tutti i conati di coscienza. So chi sono io, me lo ha spiegato Freud. So perchè mi esprimo, so perchè faccio blablabla, me lo ha spiegato Derrida.
Troppo colto, troppo ignorantemente attaccato ad un particolare, come fosse il primo, con il desiderio di diventare un n-logo. Merda.
Prossima canzone. Parte questo valzer...mah!
E io intanto assisto al vosro ballo, e mi chiedo come sarebbe se mi piacesse come piace a voi. O come sarebbe se avessi le palle di sbraitare.
Morto. Come Mia Martini. Beh, sono in buona compagnia. Quantomeno.
Aspetto una sentenza. Anche se...sinceramente...non ho tanta voglia di saperlo. Meglio crogiolarsi nell'attesa piuttosto che scontrarsi con la realtà del "detto".
Una canzone gitana. Almeno il mio funerale è divertente; voi ballate, vi parlate, sorridete.
Che peccato non esserci più.

Per te. Che hai detto detto eppoi non c'eri.
Per te. Che hai promesso eppoi hai preferito un adulatore al mio sincero interesse.
Per te. Che non leggi queste righe perchè è più difficile di giocare a FarmVille (Vaffanculo!)
Per te. Che con la panza nuda balli un ballo che mi avevi concesso.
Per te. Che preferisci tutto il resto.
Per te. Che continui a dire di capirmi, eppure non capisci nulla. E sei un niente.

Ormai è finito il tempo, mi concedo un ultimo bicchiere. Bianco, per favore.
Intanto un'immagine di me da bambino cammina verso il buio (o forse è immensamente chiaro?), cammina eppoi quando arriva in fondo inciampa e si volta indietro con gli occhi gonfi di lacrime.
No, non piangere.

Per te, che ridendo hai saputo spezzare i fili che tenevano insieme questo scatolone di burattini. E che mi hai privato anche del desiderio di mettere in fila i respiri. Che mi hai fatto stringere il volante più forte di quanto non avessi mai fatto. Che hai reso la spiaggia piena di cicche sigarette un'esotica spiagia bianca di nuvola.
Che mi costringi a pensare al mio funerale, piuttosto che all'agonia di un giorno, e di quello dopo.

Niente amici perchè è più semplice; fortunato per via di un dono, che diventa una tettoia dove rifugiarsi, quando il mattino comincia a far bruciare la mia ombra di vampiro.
E quindi, da vampiro, rimango chiuso nella mia bara. E assisto al mio funerale.

12 July 2009

L'infinita leggerezza dell'essere diversi

Il blog è morto?
No. Siamo solo leggermente affaticati. Siamo spaesati.
Forse sono diventato troppo esigente con me stesso, e pretendo da me un qualcosa che non sono in grado di corrispondere.
Troppo lontano dalla vetta. Capace solamente di citazioni che io solo capisco.
Solo.
Eppure sono ancora qui. Come ancora qui siete voi, che pochi, ma coraggiosi, continuavate a venir qui ogni tanto. Dandomi una spinta.

Vuoto

Come l'attesa di una risposta che non arriva. Come il desiderio che non viene appagato. Quando vorresti con tutte le tue forze, eppure non c'è modo di esaudirti.
Vuoto come il silenzio.
Perchè non basta la musica, non bastano le grida, e non mi basta nemmeno più lo sballo.
C'è una vetta, inarrivabile, a cui miro per sentirmi vivo. Per poter vibrare di quella tensione umana che ci porta al limite, che ci permette di esser primavera.
Più cresci più i tuoi obiettivi diventano ambiziosi, e più questi obiettivi diventano difficili da raggiungere. E piano piano cominci a desiderare la fuga.
Non una città, non un nido. Non un luogo non un sentimento.
Forse si agogna solo ciò che non si ha. In un circolo di viziose bramosie.
E finisci per desiderare solo la carne di una ragazza non tua, solo il talento di un genio a te superiore, solo la pace di un silenzio a te sconosciuto.
Forse, cerchi solo due occhi più profondi dei tuoi. Dove perderti. Dove imparare a credere di nuovo.
Fino al prossimo terremoto, fino al prossimo silenzioso ribaltone.

E si va...come cieche bestie vanno, sempre in moto verso una quiete in tempesta.

03 April 2009

Terza serata..

Una vita non basta e non ti basterà mai…
Oggi cambia tutto. Perché non mi basta. Perché questo delirio non è quello che voglio. Perché la tua puzza di merda mi ha stufato.
Vaffanculo e rinasci.
Sono fragile. Sono un cazzo di gigante di vetro che non aspetta altro che una piccola crepa.
Cin cin.
Mi affogo. Affogo voi, te, il mio mondo, il mondo che mi vorresti vendere.
Una vita non basta.
Tutto brucia e io brucio con lui. Fondamentalmente ingenuo. Inconsapevole. Impaurito. Incazzato e con uno sguardo a quello che ho lasciato per strada.
Ho perso tanto nel corso del tempo. Ho perso tante speranze, ho fallito tante prove. La vita mi sfida e io crollo sulle ginocchia. Lentamente mi lascio scivolare nella mia tana scavata nella sabbia.
E cambiano i ritmi. La musica si fa isterica, poi nevrotica, poi armoniosa. Poi si spegne. Si abbassa il sipario. Io non capisco. Ma si abbassa. Un delirio. La fine del mondo concessa solamente a chi è pronto a spingersi fino al più degradante livello di se stesso. In quello strato lontano e oscuro in cui fanno le tane i topi, in cui restano a marcire i rifiuti.
È una guerra ma io sono un kamikaze. Figlio di puttana.
Tutti hanno un dramma. Tutti hanno una storia da raccontare. Tutti hanno qualcosa per cui vale la pena ascoltarli. Tutti hanno un senso. Io non ho nemmeno un’idea originale. Non ho un singolo racconto che non sia già stato narrato.
Provo a dormire. Non ci riesco. Provo a mettermi davanti ad un foglio e a disegnar l’infinito. Non ci riesco. Provo a disegnare il mio volto. Non ci riesco.
Prendo fiato. Stacco la spina.
Buio. Silenzio sopra tutti i mobili dell’arredamento.
Infine esplodo.

Frasi pensieri lacrime bestemmie grida sperma rabbia occhi sgranati vene occhi gelidi. Amore.
La vita come un palco. Io incapace di ricordare le battute del mio copione. Io che improvviso.
Vado a braccio.
Un altrr bicchiere di vino.
Senza paura ma solo con certezze semplicemente inventate.
E se non ti piace non leggere. E se mi disprezzi vaffanculo. E se ti credi meglio di me evidentemente avrai ragione. Io sono\sarò\voglio essere\spero di essere\sono una semplice candela che brucia lentamente. Dall’alto verso il basso. Noiosamente. Dall’alto verso il basso.
Una goccia alla volta.
Cera.
C’era.
Non lo so se il mondo è perfetto.
Un altro bicchiere di vino. Ormai è caldo.
Non lo so se il mondo è perfetto. Forse sì. La colpa non è del mondo ma mia. Pace. Pazienza. Che delirio. Che cazzo di parole in fila come una bianca striscia di cocaina.
Eppoi su per il naso dritto nel cervello poi attorno ad esso fino a quando non si attacca alla parte più delicata, più morbida, più gustosa da distruggere, del tuo cervello. Ti spinge ti violenta. Ti spreme l’anima, ti comprime l’osso del collo eppoi ti lascia in terra con la sensazione, credetemi sgradevole, di aver appena consumato il tuo ultimo tasto. Umiliato. Ogni schiaffo dato ne esige cento ricevuti.
In un cinema. Da solo. Lo schermo non ha vita questa volta. È tutto nero. In mezzo allo schermo c’è un taglio. Una figa? No. Forse un sorriso deforme. Com’è che vorrei tutto meno quello che ho? Com’è che mi taglio le vene? Come? Come se. Scivola corre come un’autostrada. Poi arrivi al casello. Timbri, paghi il dazio: delusioni, sofferenze, la tua migliore amica che ti accoltella, l’amore che finisce, gli amici che ti abbandonano.
La sbarra si alza.
Sei morto.

21 March 2009

Dipendenza

Ritorno sui miei passi. Ritorno a scrivere.

Perché è quello che sono. Quello che voglio.

Io, voi. Ciò che scrivo.

Il desiderio di esser letto, di valere qualcosa.

Di essere un poeta.

Ritorno come un’ingenua circonferenza.

Solo per scrivere, senza voler dimostrare nulla. Solamente io e me stesso e voi.

Senza soggetti, senza temi. Senza pensieri.

Parlare come rotolare. Lasciare cadere un sassolino per vedere quale valanga saprà scatenare. Per l’amore di premere i tasti; senza il bisogno di avere un motivo.

Il sole altissimo. La musica. La luce.

La bellezza di questa vita terribile.

Sempre disperato e sempre innamorato. Della vita.

È tutto qui. Felice di scrivere.

Sempre bisognoso di qualcuno che mi legga. Che mi dica che esisto.

Attraverso le lettere, le parole, perpetrare la mia esistenza.

Così tanto da dire in così poco tempo: l’amore, l’amicizia, il dolore, le speranze, i miei genitori, i miei sogni.

Per ogni pensiero una parola, una frase. Una vita.

“…e se una vita non basta…”

Ritorno a scrivere perché è quello che so fare. È quello che voglio fare.

È la mia speranza, il mio salvagente.

La vita è mia: rovina, perdono, benzina, passione, fumo, sorrisi e tutto il resto.

Ritorno a scrivere perché è il mio modo di esistere.

Con gli occhi chiusi, con i muscoli rilassati, con la mente leggera…

La mia vita è parola scritta.

La mia vita occuperà tutti i fogli della mia vita.

Ritorno a scrivere. E vorrei non aver mai smesso.

Ritorno a scrivere perché mi fa bene.

Scrivo perché quando scrivo sono felice.

06 February 2009

Un minuto

Non sono gli occhi immobili.
Non sono le mani sospese, rimaste senza parole.
Non è il silenzio, che mollemente cosparge l'aria.
Non è la voce, ormai dimenticata.

Sei solo. Davanti al piatto di pasta che nemmeno vuoi. In un contesto che fatichi a capire. In un minuto che sai, sai che scivolerà via senza averti dato nulla.
E sarà un intero minuto di vita sprecato.

Sarà buttato sulla montagna dei minuti sprecati, sarà dimenticato nella cantina allagata dei secondi che hai lascato gocciolare via.

Ci sei tu, quel silenzio, quell'esitazione incerta che per un attimo ti strappa alla realtà. Ed è tutto nero. Perchè in te si insinua la viscida larva della paura, che ti sussurra nove semplici parole:
"Tu lo sai...tu lo sai che sei solo..."

18 January 2009

Questo sono io.


..per ringraziare tutti coloro che leggono ciò che scrivo...


Si...evidentemente dev'essere vero..
Probabilmente quello scrivo pecca di autocommiserazione, o forse, peggio, di autocompiacimento...
Forse l'ho fatto per davvero, mister errore...
Se queste parole sono sbagliate, se questi temi si ripetono, se a volte sembra tutto finto, come se volessi ergermi come il più afflitto tra i disperati...se se se...se tutto questo magari fa schifo...
Se è così mi dispiace, se è così probabilmente non sarò mai uno scrittore.
Però quello che scrivo è quello che sono. Ed è vero il contrario.
Perchè qui c'è dolore. E tutti noi siamo dolore. Eppure tutta questa infelicità non è mia, non in senso stretto...Non è vero che sto per crollare sfinito. Non è vero.
Ma in queste parole non c'è una distinzione chiara tra ciò che lo è e ciò che non lo è.
Se sono qui a scrivere è perchè sento di avere qualcosa da dire, e questa è la mia occasione. Ho fatto mille errori, troppe volte sono sfociato nella mera pateticità. Eppure questo è quello che ho da dire.
Se non apprezzate quello che scrivo ditemelo. Se mi ritenete patetico ditemelo.
Me ne andrò ma questo non è il momento.
Ora ho voglia di scrivere, di mettere su questo sfondo nero lettere e lettere.

Ho letto i vostri commenti, che sono la cosa più bella per me. Che siano positivi o che siano negativi, per me sono preziosi.
Elena, Giulia, ly, o anche tutti coloro che rimangono anonimi, prima di tutto grazie. Perchè penso che condividere la vostra opinione sia una concessione che mi fate e ve ne sono grato.
Quello che scrivo...non ha un senso. La verità è questa.
Paradossalmente, esclusa qualche rara eccezione, i fatti che realmente mi fanno soffrire rimangono al di fuori di queste pagine. Molto spesso a far nascere i miei scritti è un piccolo umore, come un sassolino cade dentro di me e sento il ticchettio dei suoi rimbalzi...e la scrittura fa sì che, come una valanga, questo sassolino rotoli ingrandendosi sempre di più. Spesso ciò che si infrange su queste pagine è l'onda nata dall più minuta delle goccie.
E per questo forse è vero che le mie pagine sono piene di nulla. Forse non ho mai nemmeno voluto che fosse il contrario.
Non bramo commiserazione, davvero. Non vorrei mai che qualcuno leggesse e mi dicesse "poverino"... Se qualcuno passa di qui e legge, gli chiedo solo di leggere. La lettura è questo: trascende chi scrive, chi legge. Trascende sopratutto il momento.
E se con questo vorrei difendermi dicendo che non voglio essere un bambino che si lamenta, allo stesso tempo voglio dire che non sono nemmeno una persona che vuole suscitare riflessioni e che scrive con un fine secondo. No. Penso di non meritare nessuno dei due attributi.
Perchè il fine del mio scrivere non esiste.
Io mi sento bene quando scrivo.
Mi sento bene.
Che quello che scriva sia un diario, che sia tutto invece una finzione...io ho solo bisogno di scrivere...
Quando scrivo mi sento davvero bene. Anche se spesso mi strazio, se spesso la scrittura diventa dolore. Non importa perchè in quel momento io sono lì, sono vivo, ci sono. A volte sono incazzato, a volte triste, a volte sereno.
Vorrei ogni secondo ringraziare tutti coloro che passano qui, che lasciano una loro traccia.
Non è vero che scrivo per voi, però in qualche modo voi date valore a quello che faccio.
Tutto questo non si leva dalla mediocrità, è vero, ma basta per farmi sentire presente e vivo. Come ghiaccio che si rompe, come un attimo di silenzio in mezzo alla confusione...mi posso sentire vivo.
Questa non è la realtà, questa non è la mia vita. Io non capisco me stesso, forse non ci riuscirete nemmeno voi. Forse sì.
Questa non è la realtà, questa non è la mia vita. Ma questo sono io.

01 January 2009

Marshall

Ciao amore mio...
sono qui, lontano da te, dalla tua cameretta, perso in un angolo di buio...Da questo inferno silenzioso l'unico mezzo con cui posso raggiungerti e parlarti sono le mie rime, le parole che tante volte mi hanno allontanato da te. 
So di non essere stato un buon padre in questi anni, so di aver trasformato la tua infanzia in uno strano incubo. Le cose andavano male, io e mamma abbiamo perso la testa e non abbiamo saputo vedere ciò che ci domandavi dal profondo dei tuoi occhi. 
Avrei voluto darti tutto ciò che nella mia infanzia non ho avuto: una casa dove vivere, tanti giochi e tanti regali, la possibilità di costruirti il tuo futuro con le tue stesse mani, eppure sono stato troppo stupido e ho dimenticato di darti tutto me stesso come invece tu meritavi. Con le mie mani, con le mie parole ti ho allontanato. Così come ho fatto a causa delle mie assenze. 
Il mio non esserci ha fatto sì che mamma mi odiasse, che dimenticasse il bene che ci eravamo voluti, non per colpa sua, ma assolutamente per colpa mia, perchè io ero matto e non la amavo come invece avevo promesso di fare...
Hailey lo so che il non avere una famiglia attorno a te ti fa soffrire, lo vedo nei tuoi occhi.
Io e mamma abbiamo ucciso i ragazzi che eravamo e abbiamo cominciato a ferire anche gli adulti che siamo, finendo per trasformare la nostra figura di genitori in mostri.
Tu vedevi il mio nome nei cartelloni pubblicitari, il mio volto in tv...ascoltavi la mia voce alla radio ma non mi sentivi mai al telefono. Io credevo di lavorare per il tuo bene mentre invece stavo scorticando il nucleo della nostra famiglia.
So che mamma non è qui ora e che ti manca, so che non mi credi quando ti dico che ti darò il mondo se solo me lo chiederai. So che non vorresti un padre come me.
Eppure papà ti ama più di qualunque altra cosa.
Ora sono qui, ora affronteremo insieme ogni tuo incubo, ogni tua paura.
Niente più lacrime piccola Hailey, papà ti ha messa al mondo per amarti, proteggerti e farti diventare la principessa di questo pazzo mondo che come vedi non è facile da affrontare, ma che con l'amore può essere domato e placato.
Amore mio stringi i denti, non devi piangere, io sono qui di fianco a te e non ti lascerò. Se in passato ho sbagliato ora rimedierò; se in passato non ci sono stato ora sarò al tuo fianco; se non sono stato un bravo padre da oggi potrai chiamarmi di nuovo papà.
Perchè noi due non siamo i piatti rotti sul pavimento, non siamo le grida che hai dovuto sentire. Non siamo tutta la sofferenza che hai patito.
Non avrei mai voluto che tu vedessi come è morto l'amore tra i tuoi genitori, ucciso dai colpi che io e tua madre non abbiamo saputo non sparare.
Ora che hai dovuto vedere il fondo dell'abisso, perchè mamma non ce l'ha fatta più e si è arresa alla difficoltà di vivere in questo mondo così cattivo, ora ti porterò fuori dall'oscurità e ti darò il mondo, se solo me lo chiederai. 
Mi sento ancora lontano da te nonostante un solo muro ci separi. Mi sento in colpa per tutto quello che non ti ho dato...perchè ho perso i tuoi primi passi, ho perso il tuo primo sorriso, ho perso la prima volta di troppe cose; ma grazie a Dio sei ancora una bambina e voglio dedicare il resto della mia vita a farti felice.
Ti darò quello di cui hai bisogno, una casa, dei giocattoli, il mio amore, e lo avrai prima di tutto..tu verrai prima di tutto. Un amore infinito, incondizionato, un amore che non è solo mio ma è anche della tua mamma, perchè anche lei, nonostante abbia deciso di staccare la propria spina, non ti ha lasciata sola..se quando ti ho trovata in casa, piangente perchè non capivi perchè mamma non si alzasse più dal letto, ho pensato che il mondo dovesse implodere; ora capisco che niente finirà mai fino a quando in te si conserverà il ricordo del tuo papà e della tua mamma uniti a formare una vera famiglia...
Hailey sono di fianco a te, niente più incubi, niente più lacrime. Sono qui e ti darò il mondo, se solo me lo chiederai.
Marshall

16 December 2008

Crisi..

Ebbene sì. Io, oggi, amo. Io, nel 2008, amo. Io, nel vuoto, amo.
Con in bocca il sapore delle mie scelte; con negli occhi le immagini di tanti peccati, di troppi rimpianti. Con in testa una melodia triste.
Soffocante.
Amo vivere amo sbagliare. Amo respirare.
Amo scrivere.
Amo sperare nonostante da troppo io abbia capito che tutto è inutile. Che i colpi di scena non arrivano mai. Che un arto ferito non guarisce da solo, col passare del tempo. Piuttosto s’incancrenisce, diventa livido, gonfio, purulento. E infine muore.
Nonostante questo io spero; io continuo a credere nei supereroi, nel perdono che arriva nonostante io non lo meriti.
Consapevole dell’inutilità di tutto questo, di questa platea, di questi occhi fissi su un piccolo grumo di disperazione e polvere da sparo. Pronto a deflagrare.
Senza caos. Senza urla.
Come il lampo illumina senza rumore.
Come la neve cade senza pesare.
Come gli anni, che si accavallano senza pietà.
Consapevole di star scivolando verso le fauci degli inferi, completamente disarmato: nel pugno una penna, sporca d’inchiostro e di polvere. Ho solo me stesso per potermi difendere da me stesso.
E se questa è la mia vita; se questo è il mio destino; se questo è tutto ciò che posso pretendere da questa realtà, allora sarò fango e mi modellerò sotto il peso dei vostri sguardi, delle vostre critiche. Sarò fango e m’insinuerò nelle fessure più nascoste, nelle pieghe meno visibili, e lì seccherò il mio inchiostro e spargerò in voi il seme della mia fame.
Il fiato che solo, può dar vita alle mie parole.

26 November 2008

Sbagliato

Qual'è la giustizia? Quella del boia o quella della malattia?
Le cose sbagliate alle persone sbagliate. Le disgrazie peggiori alle persone migliori.
I colpi più duri a chi non li merita.
Si rimane basiti, sconvolti. Incazzati, con le lacrime agli occhi, con un senso di vuoto e una strana voglia di vendetta verso nessuno, se non verso Dio. Verso il Caso, il Destino, il Fato.
Si rimane storditi da una notizia che si sperava potesse non arrivare mai...senza parole, senza senso. Le partenze sono sempre dolorose ma quando il destino ti rapisce un pezzo di anima in maniera crudele allora il tuo cuore si spacca e rimane solo rabbia e vuoto.
Le persone vanno e vengono, a volte ci si dimentica anche di loro, eppure rimangono sempre nascoste in un angolo dentro di te, e nel momento in uci vieni a sapere una triste verità, tutto l'affetto che provavi verso quella persona, verso la sua semplicità, verso la sua voglia di scherzare sempre, verso quella vitalità che la malattia si è permessa di violentare. Un pezzo alla volta, carne e anima, sorrisi e sguardi, tutto lentamente rapito e schiacciato e infine soffocato in una bara che scompare al nostro sguardo.
Cose sbagliate, a persone sbagliate.
Rimane tutto il bene ma viene inesorabilmente sporcato da tutta la sofferenza che è stata scagliato contro un ragazzo che non lo meritava. Nessuno lo merita mai, è vero. Nessuno e perciò nemmeno lui.
Sbagliato. L'unica parola che mi viene. Sbagliato.
Dietro alla malattia rimarranno la sabbia, la pelle abbronzata, le risate...Mirabilandia insieme...
Rimarrà tutto.
Ma tutto rimane sbagliato.

Pace.

20 November 2008

Lacrime

A volte è giusto piangere..perchè è un modo per tornare bambini, per pretendere di essere compreso e difeso da qualcuno, mentre solitamente sono gli altri ad esigere le nostre cure. Piangere è un modo un po' egoista per dire "ho bisogno di lasciarmi un attimo andare, ho bisogno che siate voi a proteggermi per una volta tanto".
A volte è giusto piangere perchè piangendo si espellono tutte quelle scorie che col tempo si sono accumulate dentro di noi, tutte quelle ferite che senza mai cicatrizzarsi si sono limitate a ricoprirsi di croste. Le lacrime lavano via ogni cosa, e alla fine si rimane soli con se stessi, soli con il vuoto che poche goccie hanno creato dentro il vostro respiro.
A volte bisogna piangere, perchè non si può sempre sostenere il ruolo che ci è attribuito. A volte si scaricano le batterie e si desidera solo una violenta dose di pianto per poter distendere tendini e muscoli e ricordare a se stessi che siamo esseri umani, con tutte le attenuanti che ciò comporta.
Piangere vuol dire viversi. Piangere vuol dire ammettere di essere fatti di carne, di debolezze e di paure.
Questo non è un mondo ospitale.
Piangere vuol dire fare parte di questo mondo in maniera autentica.
Piangere scava le rughe, spreme le lacrime dai nostri occhi e preme la nostra testa contro un masso invisibile. Piangere può rigenerarci.
Ogni tanto bisogna mollare gli ormeggi, salpare da questo porto di burattinai e ballerine e lasciarsi condurre dalla marea al largo del proprio intimo dolore, naufragando nelle lacrime che la nostra anima gronda.
Piangere...per poter poi ridere, per poter poi affrontare il domani con nuove energie, per diventare più forti.
Piangere non vuol dire essere deboli. Vuol dire essere.
Io, ora, piango.
Io... piango... perchè sono vivo.



10 November 2008

Milano e piove..

E se anche tutto ciò che desidero non si rivelerà nient'altro che mera illusione...io, per te, continuerò...
Continuerò a seguirti nella pioggia. Continuerò a sorvegliare il tuo sonno tranquillo. Continuerò ad aspettare la tempesta, continuerò a sussurrarti parole che tu non vorrai e non potrai udire.
Continuerò nella mia marcia silenziosa per vegliare i tuoi passi.
Testardo, coraggioso, convinto. Convinto che il cielo è leggero però non è vuoto.
Convinto che se una cosa si può sognare allora la si può avere.
Convinto che ognuno avrà la chance per aferrare il proprio destino.
Convinto che il volo è precluso solo a chi ha paura di cadere.
Convinto che un giorno tu ti volterai e, nella pioggia, mi vedrai.

28 October 2008

19:53

Ci sono cose del mio nuovo appartamento a Milano a cui ancora devo fare l'abitudine.
Ore 19:53.
Vado in bagno, mi chiudo la porta, a soffietto, alle spalle e accendo la luce. In pochi istanti la stanza si riempie di fotoni che rimbalzano a destra e a manca e mi perettono di mettere a fuoco.
Mi avvicino al water, come ho fatto miliardi di volte, tanto a Milano quanto a Cesena.
Alzo la tavoletta, come ho fatto miliardi di volte.
Non mi slaccio i pantaloni perchè sono in tenuta da casa: calzoncini e canottiera. Quindi tendo l'elastico fino a tirarlo fuori, con una mano mi appoggio al muro e mi rilasso, come ho fatto miliardi di volte.
Ma ad un certo punto qualcosa di incorporeo si fissa su di me e mi gela la pelle del collo e delle braccia. Come un brivido.
Mi volto di scatto verso sinistra verso la grande porta finestra che da sul balconcino. Una porta finestra come non ne ho a Cesena.
Spalancata.
Fuori, nel palazzo di fronte, tre persone ben vestite mi stanno guardando con aria sconvolta dalla parete completamente di vetro di un ufficio. Possono vedermi dalla testa ai piedi, e tutto il resto. Loro possono.
C'è un istante di stallo. Lunghissimo interminabile istante.
Io guardo loro e loro guardano me.
Stallo.
Poi mi viene da ridere e volto la testa dritto davanti a me, verso le mattonelle ingiallite. Chiudo gli occhi per poter ignorare gli sguardi che altrimenti mi renderebbero impossibile fare il mio.
Faccio pipì, come ho fatto miliardi di volte, con gli occhi chiusi e tendendo legermente il collo per godermi tutto il brivido che ne scaturisce.
Pulisco quello che c'è da pulire, mi volto una volta ancora verso loro tre, immobili nella posizione in cui si trovavano già da alcuni secondi.
Rimetto dentro quello che c'è da rimettere, come ho fatto miliardi di volte.
Mi avvicino alla finestra e, con fare molto teatrale, faccio sfrecciare giù la tapparella, concedendomi però il lusso di un ultimo sguardo su quei tre individui pietrificati.
Milano mi stupisce ogni giorno di più.

26 October 2008

E.

Ora restami vicina. Ho bisogno di calore umano. Intorno a noi il paesaggio è desolato, ogni persona come un iceberg. Separata dalle altre da un mare di ipocrisia e di egoismo.
Stammi vicina per favore.
Ho bisogno di qualcuno che mi dia la forza per andare avanti perchè ciò che vedo mi sta distruggendo. Perchè? Perchè perchè perchè?
Perchè è tutto così?
Questo è il mio destino? Dimenarmi tra gli opposti del mio animo senza potervi però mai approdare? Correre in circolo, come un ridicolo topo da laboratorio, senza mai concludere nulla? No, non ci credo..no...
Tutta questa oscurità mi avvolge e mi assorbe.
Voglio vivere non voglio scomparire. Eppure sembra che questa pulsione a sbagliare e a peccare sia insita nel mio animo, forse è la mia caratteristica peculiare: sbagliare, soffrire, sbagliare. Sbagliare sbagliare.
Vaffanculo! Vaffanculo a questo destino atroce che mi segna e mi dilania. Vaffanculo a me stesso e a tutti voi che ostinati continuate a non vedere quanto io sia marcio e putrido.
Vaffanculo ad ogni giorno speso a soffrire per quello che sono.
C'è solo la morte come rimedio ad una faccia che non vorrei avere.
Vaffanculo.
Non la chiamerei follia, piuttosto lucidità.
Non lo chiamerei pessimismo, piuttosto realismo.
Sono pazzo; sono squilibrato; ho il voltastomaco.
Impazzisco ogni giorno perchè non vedo l'uscita di questo labirinto del cazzo.
Io a fare del male, voi a fare peggio. Io a rendermi sempre più schifato di me stesso. Aiuto.
Capitemi..
e tu..restami vicina..se puoi.
Questa è l'umanità dei contrari e dei non-sensi. La vedi questa faccia? La vedi questa realtà? Tutto è sbagliato, tutto confuso e assolutamente folle. Tu ti dici mio amico eppure appena mi giro mi accoltelli alle spalle. Tu mi giuri lealtà per poi tradirmi con ogni puttana che si dica più allucinata di me.
Siamo tutti da condannare. Nessuno escluso.
Eppure penso di aver il merito di rendermene conto, mentre voi, voi stupidi continuate a bearvi del vostro modo di essere.
Patetico.
Tanto io, in balia della coscienza di essere un totale fallimento, tanto voi, che non lo capite e vi stampate in viso quel sorriso istupidito e fiero.
Le mie frasi si fanno sempre più corte. Le rime perdono la coerenza dello schema. Cuore non fa più rima con amore ma con dolore. La bellezza della poesia si ritorce su stessa e diventa una sonata folle e caotica, come una canzone metal. Completamente sprezzante delle regole. C'è solo la rabbia e la violenza che mi sento dentro perchè ogni istante cresce in me la consapevolezza di questa palude in cui lentamente affondiamo; e il nostro fallimento corre dalle guerre fino alle parole dette dietro le spalle, scivola dai silenzi fino alle aggressioni di cento contro uno. Mille contro uno. Il mondo contro uno. Il mondo contro tutti noi. Noi contro di noi tutti contro di tutti. Rabbia e dolore. Ingredienti della violenza e della disperazione. Di una corse folla lungo il cornicione di un palazzo, nella speranza che un piede cada in fallo e permetta al mio destino di spezzarsi contro la trascendentalità della morte. Morire contro l'asfalto per fuggire alla morte interiore di tutti i giorni.
Rabbia perchè ogni speranza sembra fallita. Sembra. E lo è.
Anche se da ultima, è morta.
Insieme a me, insieme a voi, insieme ai noi che ci eravamo costruiti.
Con queste parole saldo il conto dei mille anni spesi vivendo a credito. Prendendo senza mai dare. Consumando senza mai lasciare agli altri nemmeno le briciole.
Voi fate pure, continuate. A me non importa.
Sono strafatto. Di vita. Di morte.
Dei silenzi di cui ho imparato a capire i significati.
Dei vuoti. Dei pieni.
Strafatto di te; perla che non potrò mai afferrare. Lontana mille chilometri da me unicamente per colpa mia. Perchè sono sbagliato; malfatto; deforme.
Tu splendi mentre io mi eclisso.
Tu sei magnifica mentre io mi vergogno di vivere.
Tu pura ma io lordo di sangue.
Tu luce mentre io oscurità.
Eppure, ti giuro..verrà il giorno in cui sorgeremo insieme.
In cui ti darò ciò che desideri.
In cui saremo di nuovo entrambi vergini e pronti a vivere.
Verrà il giorno in cui sarò di nuovo io.
Non sarà oggi, forse nemmeno domani.
Ma verrà il giorno in cui potrò camminare al tuo fianco alla luce del sole.
Soltanto ti prego..attendimi; aspetta che io possa aprire i miei occhi su di te.
Sii la mia nuova vita.
La mia alba.
Sii mia.
Da allora, da ora, da mai, da quando ti sorriderò..da oggi a per sempre.

23 October 2008

Parla piano..

Orfano.
Ecco come ci si sente. Come orfani.
Orfani di un amico, che ti ha abbandonato, definitivamente. Senza appello.
Orfano.
Perché sei stato derubato del tuo amore, perché ti hanno rapito l’anima.
Orfano, solo, ferito.
Ferito dagli altri, da te stesso, dai tuoi errori.
Orfano.
Solo.
Irrimediabilmente solo.
Solo. Per sempre.

05 October 2008

Spirale

Ogni innocenza persa...ogni desiderio dissipato nelle lacrime.
Il cellulare il computer la televiosione, il torpore dei sensi e dei pensieri.
Poi c'è la birra, l'alcol, le droghe. Ci sono i mille minuti di silenzio dentro le discoteche, quando tutti si muovono e tu ti chiedi quale debba esser la tua prossima mossa..
Mi guardo intorno ma solo la bottiglia è rimasta insieme a me.  Solo la bottiglia e qualche pillola. Come se mi fosse rimasto solo l'amaro delle delusioni. E le ferite bruciano, i singhiozzi si rincorrono. Sto venendo travolto dal male dei miei sentimenti. Non cerco vie d'uscita perchè so di non averne. chiudo gli occhi stringendo un cuscino e piangendo, non voglio fermarmi perchè ho bisogno del mio dolore.

Buonanotte.

Il cielo che cade, l'orizzonte che si spezza. Tutti gli appigli che scivolano dalla mia presa. Corro cammino piango. Sono confuso, sono perso, sono assolutamente in balia della gravità di questo dolore. Di questo vuoto.
E non basta lei, non basta la speranza. Non c'è nulla che potrà mai lenire questo dolore. Perchè io sono questo dolore. E forse non basteranno nemmeno le mani che mi tendete. Non potrò prenderle perchè son mani che non sanno come afferrarmi.
Perchè non sono solo una bestia ferita, sono un tetraedro di spigoli e chiodi che ferisce e graffia ogni superficie che incontra. Sono nocivo tanto a me quanto agli altri.
Sul mio comodino si è schiantato lo sfacelo della mia vita.
L'urgenza della morte.
Una pistola carica che mi lancia dritto verso l'abisso.
Va bene, se questo è il mio destino. Lo voglio, se questo è il mio destino.
Il semaforo diventa verde.
Palleggio con i miei respiri poi affondo il grilletto.
E tutti i vetri finiscono in pezzi. L'universo si contrae. I miei muscoli sgranano gli occhi. 
Vita morte vita. 
Morte.
Frontale.
Orgia di sangue cellule tessuti e una storia tiepida che viene sussurrata dal mio corpo morente.
Ed è l'alba di un giorno già morto.

02 October 2008

Cinque sensi

Tatto

Per la sensazione di toccare i capelli della ragazza che amo, il fruscio dei suoi capelli tra le mie dita. Quando le accarezzo il viso, la bacio e con il mio tocco le trasmetto tutto il futuro che voglio regalarle, tutto l’impegno che voglio mettere nel renderla felice giorno dopo giorno, quando saremo uno accanto all’altro, quando saremo a centinaia di chilometri, confusi dagli impegni, dallo studio, dal turbinio delle nostre vite. Sempre.
Per i contatti con i miei amici, le spinte, le pacche, le strette di mano vigorose che dicono che siamo tutti e due della stessa pasta; spalla contro spalla, condivido con loro la forza di un corpo che è cresciuto insieme ai loro. Siamo diventati uomini tutti insieme e diventiamo l’uno la forza dell’altro.
Per la superficie ruvida del volante della mia macchina, per tutte le volte che ho stretto quel cerchio direzionando la mia vita, sognando di essere grande, sognando di volare altrove. Per le frecce, il cambio, gli abbaglianti ma soprattutto il volante. Timone della mia vita, che scarta quando la strada sembra diventa crudele, che marcia imperioso quando scelgo il mio futuro.
Per la sabbia che scivola fra le dita.
Per i miei disegni e per i tasti che premo quando scrivo.

Gusto

 Per il sapore dei dolci, per la sete che si estingue nel fresco. Per il sapore dell’alcool ad una festa, la birra, le patatine fritte.
Per il sapore agrodolce della speranza, quando per un istante hai l’impressione che tutto stia andando davvero bene e ti lasci invadere dal sapore della speranza, fragranza insaziata.
Per quel gusto un po’ strano che lasciano le delusioni. No, non è amaro in bocca. È il sapore confuso dei tuoi pensieri che disordinati tentano di scappare.
Per le serate passate ad un tavolo con gli amici; in un’osteria, in pizzeria, dovunque. Noi insieme, che veniamo prima di tutto e tutti, prima delle gelosie, prima dei tradimenti, prima della fine di ogni amicizia.
Il sapore del sesso, dell’amore. Il sapore della pelle della tua amante, le tue labbra su di lei, sui suoi seni, sulla sua essenza, sulla sua anima, gustando a fondo il sapore dell’amore.
Il sapore del sangue. Quello che senti quando qualcuno decide di affermarsi su di te con la violenza, o quando cadi dopo aver osato troppo. O quando sei talmente incazzato con il tuo migliore amico, ormai ex, che ti ha fatto ciò che non doveva fare: è cambiato. Amaro del sangue che esce dalle piaghe della solitudine, sangue che spremi da ogni poro del tuo corpo quando urli disperato tutto il tuo dolore, quando ti laceri la gola, quando con il sangue avverti chiaramente il sapore delle lacrime, quando tutto diventa buio perché il tuo dolore ha oscurato tutto, e tu sei solo…solo con quel sapore di sangue.

Olfatto

L’odore della pace. Quell’odore sano, sottile, invadente, che avverti quando ti senti tranquillo. E in pace. L’odore della carne cucinata sul barbecue insieme ad una comitiva improvvisata di amici.
L’odore dei libri, quell’odore che mi accompagna da una vita, l’odore della conoscenza, dell’unica via verso l’immortalità dell’anima. L’odore che sprigionano i libri mentre li sfogli, come se ogni capitolo dovesse esser accompagnato da una fragranza differente.
L’odore della scuola, dei banchi, del gesso disperso nell’aria. L’odore dei corridoi e quello di migliaia di ragazzi ammassati in un pianerottolo piccolo come il centro del mondo.
L’odore degli altri.
Il profumo di erba, quell’inconfondibile aroma esotico che solo la cannabis bruciata sembra saper portare in questo occidente cementizzato e  illuminato. Le mie piante, le cartine stropicciate.
Il profumo che mi metto solo nelle occasioni speciali, quando voglio esser sentito, quando voglio imprimermi nelle narici del mio prossimo.
L’odore dello smog, che ci accompagna giorno dopo giorno e che tenta di ucciderci da abituati.
La puzza di merda dei tuoi sogni in decomposizione. La puzza di un cadavere sulla strada. Te. Il tuo futuro, inevitabile destino.
Profumo di magnolie.
Profumo di pesche.
L’odore delle ali che solo io possiedo.

Udito

La musica.
La musica compagna di una vita, una canzone per ogni periodo della mia esistenza. Una canzone per ogni tragedia, una canzone per il mio lieto fine. Una canzone per tutte le volte che il mio cuore ha tremato, per ogni volta ch il mio sangue è rimasto sospeso tra l’immobilità e la sua folle corsa verso la morte.
La musica ma anche il suono delle parole. Amici, amori, la voce dei miei genitori, le mie grida contro tutto quello che non mi piaceva. Le parole e le discussioni sulla politica, l’amicizia, i massimi sistemi, i minimi, sul sabato sera, sulla droga, sulla figa. Le ramanzine.
I “ti amo”. Ogni volta che ho sentito le tue labbra pronunciare quella poesia alle mie orecchie.
Per i rumori inquietanti che si sentono prima di addormentarsi.
Per il rumore della metropolitana di Milano, per il suo caos di macchine e motorini.
Per tutta la dolcezza che puoi udire se solo ci provi.
Il suono della campanella.
Le battute idiote.
Per le ore infinite passate a parlare, con tutti, con chi ancora è qui con me, con chi al contrario non c’è più, perché ha deciso di allontanarsi o perché io mi sono allontanato da lui. Le ore in cui ho parlato di tutto, a volte a sproposito, a volte a ragion veduta.
Per tutti i segreti confessati nelle orecchie. Per gli insulti gridati a squarciagola. Per tutte le volte che ti ho fatta incazzare e ti ho sentito piangere al telefono.
Le voci di chi mi ha accompagnato in questa vita.
La mia voce tremante, quella volta che ho letto le mie cose davanti ad un pubblico vero, venuto lì per ascoltarmi.
La vocina nella mia testa che mi parla, che mi consiglia, che molto spesso mi sgrida.
Le grida. Gli urli. Di giorno, di notte, da solo, in faccia agli altri, per esultare, per insultare, per pregare o per offendere. I rumori della città che da quando ti svegli fino a quando ti addormenti sempre ti accompagnano.
Il suono del pianto di un neonato.

Vista

I miei panorami. Quelli che ho visto io per primo, io solo, e nessun altro. Le viste sterminate dall’oblò di una nave. L’alba sul lettino quando ancora ero un giovane adolescente. La folla che cantava tutta unita, un mare di teste braccia bocche e mani che avevano un solo motivo ad unirli.
La vista del sole, pochi secondi, perché di una bellezza troppo folgorante.
L’arte. I quadri che tolgono il respiro o che lasciano interdetti. Arte arte arte. La vita come indagatrice e come veicolo di comunicazione.
I volti nuovi, sconosciuti, che devi approcciare. I volti conosciuti, sempre i soliti, ma la cui vista sa infondere una sicurezza solida come le fondamenta di un palazzo.
Le schiene degli amici che ti hanno abbandonato; i sorrisi di quelli che restano.
Il corpo nudo della tua amante, ogni suo dettaglio, ogni ingranaggio di quel corpo perfetto. Dai capelli fino al più minuto dei sorrisi. Quando ti guardo dormire, bellissima, infinta. Guardando te e vedendomi in te riflesso. Le tue palpebre chiuse che dischiudono lemie, che mi fanno vedere, ogni volta per la prima volta, ciò che davvero è importante. Nella tua immobilità mi trasmetti l’emozione di tutti i movimenti possibili, di ogni possibile contrazione di un muscolo o di una cellula. In te posso vedere l’universo perché tu sei per me veicolo di salvezza.
La vista appannata dalle lacrime quando ridi tanto da mozzarti il fiato. Quando vedi il tuo interlocutore che ride quanto te. Che magia…
La vista oscurata dal dolore, la vista che viene sommersa dalle lacrime e dalla disperazione. Ogni volta che ho visto il mondo restringersi a due fessure perché il mondo stesso era stato troppo duro con me. Le lacrime facevano tremare tutto, e lo stesso faceva il dolore. Cercando di spezzarci come bacchette di legno, per puro gusto, per sadica vocazione.
Le fotografie che cercano di ordinare gli eventi tumultuosi delle nostre vite. La fotografia dei nostri genitori insieme, di noi bambini. La foto che abbiamo scattato e che ci sembra così splendida. Le foto che ancora faremo, ogni storia ancora da scrivere.
La foto di noi insieme. Tutti quanti, tutti noi. In una foto che possa serbare in sé tutto il bello del passato, tutto il bello del presente e tutte le speranze del futuro. Tralasciando gli errori e le disavventure, imprimendo sul negativo soltanto le cose buone, le cose giuste.
Una foto per una vita, per poter ricordare tutto come splendidamente ricevuto senza inquinarlo con gli errori e i dolori che il tempo ha saputo inchiodare alle nostre vite.
La vista di un paesaggio. La terrazza che scopre le luci della città, tra i neon, le case, i verdi i gialli e i rossi dei semafori.
La vista di uno specchio. In cui possiamo rifletterci. Vederci. Vedersi. Uno specchio che ti mostra ciò che sei, senza inganni, senza false speranze. Uno specchio in cui puoi vedere la tua vita. Specchio delle nostre brame.
Gli occhi, attraverso i quali diventiamo uomini e donne. Con i quali commettiamo tutti i nostri crimini. Gli occhi, grazie ai quali possiamo davvero conoscere l’universo della nostra esistenza.

24 September 2008

Arreso

Sta tornando.. inverno.. inverno nei nostri cuori.. inverno nei sapori, nel sangue versato. Nei sogni sgretolati e sbriciolati.
Ritorna con i bordi arrugginiti delle nostre giornate, con gli spigoli acuminati di nuove delusioni. Le stesse persone, nuovi fallimenti. Sei deluso da chi speravi potesse ridarti qualcosa che da tempo ti mancava. Sei deluso da quelle mani che non hanno stretto la presa sulle tue speranze.
Vuoi tanto..forse a volte addirittura lo esigi.. ricevi solo una delusione che ti spacca l'anima.
Scegli cosa vuoi essere, scegli la tua strada, la tua via, il tuo sentiero. Poi tira dritto. Fatti bastare quello che hai. Basta a te stesso. Ignora chi ti fa vacillare, ignora chi ti tradisce, ignora che ti si mostra in un modo per poi rivelarsi tutt'altro. Ignora il male, il bene e il dolore.
Non voler esser null'altro che te stesso, niente di più di ciò che hai scelto. Niente potrà piegarti.

Stasera sono qui, con la vita appesa alla finestra dell'ultimo piano di un palazzo e getto il mio sguardo su tutta l'immensità del nero. Fingo di stare bene. Sorrido. Penso all'amicizia all'amore e a tutti i nostri baluardi come se veramente in essi si celasse la nostra essenza.
Anche stasera regalerò all'universo un piccolo frammento di me che, distaccandosi dalla mia anima si perderà..
si perderà..

E ora..e ora ogni istante fugge per non tornare..mai più..il tuo amore mai più..quei sorrisi mai più..il contatto umano mai più..
Mai più gli sguardi, mai più i sussurri..mai più il vento, le stelle, i ricordi.
Le nostre vite scorrono assopite fino a quando, al culmine della nostra esperienza del vivere, spalancano gli occhi e tentano di urlare. Cercano di gridare , si strappano le gole nel tentativo, si forano gli occhi per contrarre le forze in quella esplosione vitalistica..ma alla fine nulla è più.. alla fine rimangono le parole e la tua vita si incendia e si corrodo tra le fiamme. E tutto è niente.
Mai più l'unicità della nostra desiderata immortalità.
Ci rendiamo conto nel momento della nostra morte della fragilità di un castello che pensavamo aver costruito solido. Tutto si affloscia e si disperde nel vento perdendosi nel tempo.
Tutto diventa memoria, tutto diventa un volo inconsistente di farfalle per poi svanire. E le notti passate abbracciati, le notti spese con gli occhi rivolti all'eternità si assottigliano fino a sparire con un piccolo crepitio di sogno infranto.
Tutto da concreto diventa ricordo.
Ogni ricordo, affidato alle parole, diventa una storia.
Ogni storia, pian piano dissipata da uditori troppo impegnati con le loro esistenze, diventa un leggero brusio.
Ogni vita, una volta tanto importante, sparisce.
E così oggi, nell'anno 2008 di nostra vita, affido questo mio testamento ad un biglietto lanciato nell'infinito delle vostre vite, vite simili alle mie, compagne, amiche.
Come un giullare da nulla, che scuote il capo per verificare attraverso il suono dei campanelli la consistenza del suo essere, io provo con questo leggero abbandono a imprimermi dentro voi, per non vivere la caducità della mia esistenza troppo intensamente e per non esserne sconfitto.

Lorenzo