Scrivendo una canzone d’amore, una poesia, un lamento di morte. Scrivo sabbia sul muro e scrivo parole in disordine. Scrivo ma non leggo, scrivo e non ho più idee. Rimane il fondo, il colore, un po’ di malinconia. Rimane tanta voglia di diventare grande. Di scappare, di abbandonare tutto e tutti. Di vivere la vita come non l’ho mai fatto fin’ora. E intanto sto perdendo tutto quello che ho, gli amici, i sogni, le forze. Sto perdendo i valori e la lealtà verso chi la meriterebbe.
Folli pagine di un diario di vita. Un piccolo intervallo tra sogni, sigaretta, tentativi di fare qualcosa di buono. Scrivo spesso e vorrei diventare un uomo. Vorrei dare equilibrio alla mia esistenza. Vorrei un colpo di coda possente e vigoroso.
Non mi piango addosso. Assolutamente. Guardo questo disfacimento e ne constato la putritudine. È un mondo selvaggio. Ripariamoci bene prima di uscire allo scoperto. È difficile tirare avanti con le proprie forze. Eppure non ne cerchiamo altre. Vogliamo farcela da soli.
Guardi tutti i segni della tua imperfezione. Guardi la tua vita e ti chiedi quanto in fondo tu possa arrivare. Guardi una ragazza ed ogni volta te ne innamori. Guardi quello che vorresti e ti illudi che sia quello che avrai.
Sangue, merda, sperma.
Il suono di un piano.
Tasti neri. Tasti bianchi.
Resti sulla tua sedia di idee e scrivi castelli di sabbia, castelli di rabbia. Ti senti confuso perché stai cercando qualcosa in più. Stai cercando quel pezzo che ti elevi al di sopra. Stai cercando il nodo che risolva tutti ituoi problemi. Gli amici gli amori la famiglia. Sparirà tutto.
Puf.
Rimani tu, a quattr’occhi con te stesso. Quattro mani con il sangue che stai spargendo.
Testo autografo. Basta computer, ora solo sudore delle mani.
Stai cercando di trovare il nucleo dello scrivere.
Stai cercando l’ispirazione, non quella che arriva ogni giorno e ti induce a sprecare le tue parole.
Cerchi quell’ispirazione che arriva una volta nella vita, passa e va via.
Quell’ispirazione che ti travolge, ti sommerge, e ti lascia lì.
Solo tu e lei.
31 March 2008
27 March 2008
Soliloquio
“Eccoci” disse lei “eccoci alle porte del nostro cammino, al principio del nostro slancio. Eccoci nel nostro occidente avanzato e splendente. Ci siamo noi, c’è il mondo e c’è la storia da scrivere.
Noi. I ragazzi dalle mille capacità e dalle mille possibilità; gli intelligenti, i geniali, i promettenti. I ragazzi che si imbottiscono di coca e che si ammazzano ai duecento all’ora ogni giorno. Eccoci qui pronti a spiccare il volo e fare della nostra arroganza un pregio.
Siamo noi, i diciottenni che ogni sabato sera bevono bicchieri e bicchieri di superalcolici per poter raccontarlo poi il lunedì mattina agli amici a scuola. Eccoci ubriachi fradici a ballare in un locale squallido insieme a persone che in realtà nemmeno ci piacciono, persone che però ci trasciniamo dietro come scudi contro le nostre paure.
Siamo i diciottenni che nonostante non siano capaci di provare alcun sentimento continuano a dimenarsi in questo scopare a destra e manca; infilando i loro cazzi in qualunque cosa si muova e respiri, concedendo le loro intimità a qualunque adolescente con la maglietta adatta.
Eccoci tronfi di ciò che siamo senza nemmeno renderci conto che siamo la generazione più fasulla di tutte: la generazione di mille amici su Myspace, dei film scaricati in un pomeriggio. Mentre invece vorremmo essere la generazione del ’68, di Woodstock, dei Gun’s and Roses, dei Pink Floyd e dei Nirvana, la generazione delle prime canne e delle prime sniffate. Inutili parassiti, di internet, di una società che senza sforzarsi ci annichilisce con i suoi tanto stupidi quanto efficaci placebo. Guarda Amici questa sera in tv. Ascolta l’ultima canzone del tuo coetaneo miliardario che tanto ti fa commuovere. Non stare a pensare a quanto sia finto Amici o al fatto che tra pochi anni quel tuo idolo sarà un miliardario dimenticato da tutti, che si devasterà di droghe e puttane per riempire il vuoto lasciato da quel successo inconsistente.
Dove vorremmo andare con questo bagaglio di patetici lustrini? Vogliamo diventare stimati professori, affermati avvocati, manager di successo, poliglotti che sanno relazionarsi con l’universo intero.
Ma fottiamoci.
Non andiamo da nessuna parte perché non siamo ancora capaci di accendere i motori, non ci muoviamo perché abbiamo infilati i piedi in questa merda e ci siamo affondati fino alle spalle, ma intanto continuiamo a sorridere.
Noi e i nostri amici che in realtà detestiamo, o peggio, reputiamo tutto sommato inutili. Ognuno di noi si sente centro di un’elite di cui solo pochi possono fare parte, e per poco tempo, poi vorremo un ricambio perché la moda sarà cambiata. Noi e le inutili discussioni filosofiche da parte di persone che non riescono nemmeno a rendersi conto della vanità di tutto questo.
Siamo fumo e ci crediamo oro.
Io non ci sto più. Io non ci sto. Mi rifiuto di dare il mio contributo a questo quadro così puzzolente. Voglio cercare di distaccarmi da tutto questo, rigetto le mani tese e i sorrisi.
Non ci sto.”
Noi. I ragazzi dalle mille capacità e dalle mille possibilità; gli intelligenti, i geniali, i promettenti. I ragazzi che si imbottiscono di coca e che si ammazzano ai duecento all’ora ogni giorno. Eccoci qui pronti a spiccare il volo e fare della nostra arroganza un pregio.
Siamo noi, i diciottenni che ogni sabato sera bevono bicchieri e bicchieri di superalcolici per poter raccontarlo poi il lunedì mattina agli amici a scuola. Eccoci ubriachi fradici a ballare in un locale squallido insieme a persone che in realtà nemmeno ci piacciono, persone che però ci trasciniamo dietro come scudi contro le nostre paure.
Siamo i diciottenni che nonostante non siano capaci di provare alcun sentimento continuano a dimenarsi in questo scopare a destra e manca; infilando i loro cazzi in qualunque cosa si muova e respiri, concedendo le loro intimità a qualunque adolescente con la maglietta adatta.
Eccoci tronfi di ciò che siamo senza nemmeno renderci conto che siamo la generazione più fasulla di tutte: la generazione di mille amici su Myspace, dei film scaricati in un pomeriggio. Mentre invece vorremmo essere la generazione del ’68, di Woodstock, dei Gun’s and Roses, dei Pink Floyd e dei Nirvana, la generazione delle prime canne e delle prime sniffate. Inutili parassiti, di internet, di una società che senza sforzarsi ci annichilisce con i suoi tanto stupidi quanto efficaci placebo. Guarda Amici questa sera in tv. Ascolta l’ultima canzone del tuo coetaneo miliardario che tanto ti fa commuovere. Non stare a pensare a quanto sia finto Amici o al fatto che tra pochi anni quel tuo idolo sarà un miliardario dimenticato da tutti, che si devasterà di droghe e puttane per riempire il vuoto lasciato da quel successo inconsistente.
Dove vorremmo andare con questo bagaglio di patetici lustrini? Vogliamo diventare stimati professori, affermati avvocati, manager di successo, poliglotti che sanno relazionarsi con l’universo intero.
Ma fottiamoci.
Non andiamo da nessuna parte perché non siamo ancora capaci di accendere i motori, non ci muoviamo perché abbiamo infilati i piedi in questa merda e ci siamo affondati fino alle spalle, ma intanto continuiamo a sorridere.
Noi e i nostri amici che in realtà detestiamo, o peggio, reputiamo tutto sommato inutili. Ognuno di noi si sente centro di un’elite di cui solo pochi possono fare parte, e per poco tempo, poi vorremo un ricambio perché la moda sarà cambiata. Noi e le inutili discussioni filosofiche da parte di persone che non riescono nemmeno a rendersi conto della vanità di tutto questo.
Siamo fumo e ci crediamo oro.
Io non ci sto più. Io non ci sto. Mi rifiuto di dare il mio contributo a questo quadro così puzzolente. Voglio cercare di distaccarmi da tutto questo, rigetto le mani tese e i sorrisi.
Non ci sto.”
16 March 2008
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Nudo, come corpo morto, cresce ogni giorno il nostro anelito di morte.
Crudo, come un fisico spoglio, vegeta ogni giorno questo cervello flaccido.
Sembra assurdo pensare di essere qui, ora, a scrivere perle che si perderanno come cenere lanciata nell'oceano: una parte, la maggiore, destinata al niente; l'altra, in pasto a qualche pesciolino clemente disposto ad ascoltarmi per pochi minuti.
Scusatemi l'ermetismo e le metafore ferrose ma quest'uomo è ormai ombra di se stesso. Oramai vado perdendo i princìpi e i valori; divento ogni giorno meno di me stesso. Come in un folle contatore ogni volta mi inzializzo sempre con un livello di umanità inferiore.
E non c'è musica, non c'è arte, non c'è sesso proibito che tenga.
Non c'è fuga, non c'è sorriso malizioso che renda questo inferno meno morto.
Oggi è giorno di ermetico silenzio.
E intanto continuo a parlare.
Forse è questo il mio modo di esprimermi. Esrof olos ìsoc im etertop eripac. Osrep. Osrep onos im.
Parlo come penso e penso ciò che scrivo e scrivo ciò che penso. Non c'è autocompiacimento e non c'è maliziosa vanità. Ci sono solo io che piano piano divento sempre un po' più trasparente. Ci sono io, con te con lui con lei e con lei e sempre da solo nonostante tutti voi.
So che è difficile. Lo so.
Sopporterai tutte le lame che ti pianterò nella schiena?
Non dovresti...ma forse chissà...lo farai.
E intanto io avrò consumato il mio delitto, il mio adultero castigo verso me medesimo. Sta tutto in quegli occhi, in quelle parole dette con ostentata indifferenza per dimostrarmi quale significato esse celassero. Sta in tutti quei sogni e in tutti quei chilometri di ferro.
Sta in me e sta in tutti voi che in fondo in fondo ne siete assolutamente consapevoli.
Questo sono io e la verità non può essere altrove che qui, dentro me.
La mia lingua i miei occhi e il mio incesto proibito.
Io e il limite che ormai ho già infranto con un colpo di gola.
Io e me stesso che lottiamo e che intanto spargiamo sperma e avances ovunque.
Io senza una fine perchè continuo come inuna ridicola ruota
Crudo, come un fisico spoglio, vegeta ogni giorno questo cervello flaccido.
Sembra assurdo pensare di essere qui, ora, a scrivere perle che si perderanno come cenere lanciata nell'oceano: una parte, la maggiore, destinata al niente; l'altra, in pasto a qualche pesciolino clemente disposto ad ascoltarmi per pochi minuti.
Scusatemi l'ermetismo e le metafore ferrose ma quest'uomo è ormai ombra di se stesso. Oramai vado perdendo i princìpi e i valori; divento ogni giorno meno di me stesso. Come in un folle contatore ogni volta mi inzializzo sempre con un livello di umanità inferiore.
E non c'è musica, non c'è arte, non c'è sesso proibito che tenga.
Non c'è fuga, non c'è sorriso malizioso che renda questo inferno meno morto.
Oggi è giorno di ermetico silenzio.
E intanto continuo a parlare.
Forse è questo il mio modo di esprimermi. Esrof olos ìsoc im etertop eripac. Osrep. Osrep onos im.
Parlo come penso e penso ciò che scrivo e scrivo ciò che penso. Non c'è autocompiacimento e non c'è maliziosa vanità. Ci sono solo io che piano piano divento sempre un po' più trasparente. Ci sono io, con te con lui con lei e con lei e sempre da solo nonostante tutti voi.
So che è difficile. Lo so.
Sopporterai tutte le lame che ti pianterò nella schiena?
Non dovresti...ma forse chissà...lo farai.
E intanto io avrò consumato il mio delitto, il mio adultero castigo verso me medesimo. Sta tutto in quegli occhi, in quelle parole dette con ostentata indifferenza per dimostrarmi quale significato esse celassero. Sta in tutti quei sogni e in tutti quei chilometri di ferro.
Sta in me e sta in tutti voi che in fondo in fondo ne siete assolutamente consapevoli.
Questo sono io e la verità non può essere altrove che qui, dentro me.
La mia lingua i miei occhi e il mio incesto proibito.
Io e il limite che ormai ho già infranto con un colpo di gola.
Io e me stesso che lottiamo e che intanto spargiamo sperma e avances ovunque.
Io senza una fine perchè continuo come inuna ridicola ruota
14 March 2008
Azzurro
Alle unidici di mattina, seduto su una sedia di vimini, con gli occhi che, attraversando la finestra, si puntano dritti in questo cielo di un azzurro quasi pungente. E, aspettando che questo azzuro riesca a penetrare i tuoi occhi, ascolti una canzone melodicamente triste.
Un altro giorno e un'altra mattina. Un nuovo giorno che stacchi dal calendario e che nella tua vita se ne va. Altre ventiquattro ore di esistenze passate, scivolate, passate. un nuovo giorno che ti allontana dalla vita, ma che ti avvicina a qualcos'altro di ignoto.
Cosa sarà? Qual'è il prossimo approdo?
Nel tuo cielo azzurro passa qualche nuvola bianca, sola, indifferentemente sola. Passa, senza lasciare traccia se non qualche laccio di vapore che rimane sospeso in aria per pochi istanti prima di risolversi nell'azzurro che ancora non ti ha invaso.
Osservi quello spettacolo monotonamente azzurro e sorprendentemente allegro. Ti domandi cosa e dove e chi sei. Ti interroghi sui mille motivi per cui ogni giorno ti senti giusto o sbagliato.
E intanto sono passati tre minuti, altri tre minuti sottratti alla tua sveglia, tre minuti che non rotroverai mai.
Tic Tac Tic Tac
Macabro gioco.
Rimani in piedi con i piedi scalzi di fronte a quell'oceano azzurro e pensi ai rintocchi della tua vita. L'impressione è quello di avere gli occhi ormai annegati di quell'azzurro cielo.
Il cellulare vibra e ti sembra di ripiombare nella realtà ma con forza te ne distacchi e te ne liberi e ritorni a te stesso.
Quale sarà la verità? Perchè sono qui e sono questo?
Sembra davvero non esserci spazio per gioia e felicità.
Pensi agli errori e pensi ai desideri. Pensi a te stesso e alla fuga.
Fuggire.
Fuggire nel nome di una diversità congenità. Diversità che non è diversità dagli altri ma è solo diversità da se stessi. Rimani immobile e un po' di quell'azzurro comincia a sgorgare dai tuoi occhi.
E vuoi amore e vuoi pace.
Un altro giorno e un'altra mattina. Un nuovo giorno che stacchi dal calendario e che nella tua vita se ne va. Altre ventiquattro ore di esistenze passate, scivolate, passate. un nuovo giorno che ti allontana dalla vita, ma che ti avvicina a qualcos'altro di ignoto.
Cosa sarà? Qual'è il prossimo approdo?
Nel tuo cielo azzurro passa qualche nuvola bianca, sola, indifferentemente sola. Passa, senza lasciare traccia se non qualche laccio di vapore che rimane sospeso in aria per pochi istanti prima di risolversi nell'azzurro che ancora non ti ha invaso.
Osservi quello spettacolo monotonamente azzurro e sorprendentemente allegro. Ti domandi cosa e dove e chi sei. Ti interroghi sui mille motivi per cui ogni giorno ti senti giusto o sbagliato.
E intanto sono passati tre minuti, altri tre minuti sottratti alla tua sveglia, tre minuti che non rotroverai mai.
Tic Tac Tic Tac
Macabro gioco.
Rimani in piedi con i piedi scalzi di fronte a quell'oceano azzurro e pensi ai rintocchi della tua vita. L'impressione è quello di avere gli occhi ormai annegati di quell'azzurro cielo.
Il cellulare vibra e ti sembra di ripiombare nella realtà ma con forza te ne distacchi e te ne liberi e ritorni a te stesso.
Quale sarà la verità? Perchè sono qui e sono questo?
Sembra davvero non esserci spazio per gioia e felicità.
Pensi agli errori e pensi ai desideri. Pensi a te stesso e alla fuga.
Fuggire.
Fuggire nel nome di una diversità congenità. Diversità che non è diversità dagli altri ma è solo diversità da se stessi. Rimani immobile e un po' di quell'azzurro comincia a sgorgare dai tuoi occhi.
E vuoi amore e vuoi pace.
10 March 2008
THIS IS ME THIS IS WHAT I AM
Forse è il momento di parlare, tralasciando le storie le virgole e tutte quelle cose complicatamente belle. Perché alla fine chi scrive qui sono io e chi ci mette la testa e il cuore sono io. Quindi alla fine l’argomento di tutto questo sono io, no?
Alla fine quello che scrivo qui è riflesso di quello che vivo nel mio aldiquà. Alla fine non c’è nessuna finzione. Allora è il momento di parlare, di dire cosa sento, di dire cosa sono. Perché magari cospargermi di estetismo porta solo a fraintendermi. E tante volte finisco che non riesco ad esplodere come vorrei, o dovrei. Alla fine mi dilungo in fiocchi tanto lucenti quanto trasparenti.
Io sono io. Io sono io e alla fine io sono protagonista di tutto questo schifo. Alle fine queste storie, questi monologhi tante volte deprimenti sono solo lo specchio di quello che sono e di quello che vorrei dire alla gente, solo che molto spesso filtrando le cose allora finiscono per diventare nebulose.
Allora vi dico cos’è la mia vita.
Vi dico cosa sono io.
Io sono una persona, un essere umano, sono un diciottenne che alla fine sogna sogna e tutto quello che può ottenere è uno spazio virtuale, che nemmeno esiste, in cui vomitare di tanto in tanto nella speranza che qualcuno possa adorare quello che scrivo. Sono un diciottenne con tutte le sue sfighe.
Eppure qui mi fingo qualcos’altro, mi fingo qualcosa di etereo che genera immagini, poesia, genialità. Sono una merda che cerca di sputare diamanti. Sono la terra che sogna il cielo e sono gli occhi marroni che vorrebbero essere azzurri.
E per favore non pensate che io sia sempre sull’offensiva: è tutto il contrario. Se volessi essere cattivo, se volessi dire tutto il male che penso non scriverei di certo testi che cercano di essere belli. Scriverei tutto l’acido che ho in bocca e sarebbe uno schifo.
Io sono sulla difensiva, mi nascondo e ogni tanto sparo qualche lamentela o qualche timido versetto arrabbiato. Ogni tanto faccio l’arrogante per non dover abbassare sempre gli occhi e subire in silenzio. Eppure tante persone dicono che sono presuntuoso, vanitoso e via dicendo.
Non voglio dire di no perché non sono nessuno per dire cosa o come sono ma perlomeno il mio intento non è quello. Io mi sono aperto, e mi sono scoperto. E per un sacco di tempo sono stato bene.
Ma è stato proprio aprendomi agli altri e entrando io stesso dentro loro che ho cominciato a trovare un marcio che loro nemmeno riescono ad intuire.
Io sono io e scrivo quello che sono. Mi dispiace essere sbagliato e essere alla fin fine semplicemente debole. Perché alla fine questi testi sono un capriccio per cercare e ottenere l’attenzione degli altri, di quegli altri di cui mi lamento. Questi testi non sono di velluto ma rimangono nella loro piatta normalità. Niente che si eleva al bello e niente che si schianta nello schifo. Mediocre. Come me.
Allora cosa faccio?
Io continuo in questo coro solitario di lamenti, di bla bla bla e di suppliche.
Io sono io e vorrei non dovermi lamentare di voi per poi in realtà implorarvi di essere un po’ migliori. Io sono io. Purtroppo. Quello che scrivo sono io e io sono solo quello che sono. Anzi. Quello che scrivo è meglio di quello che sono perché in quello di scrivere posso riversare tutti i miei sogni e le speranze che nella realtà vengono costantemente disilluse.
Questo blog continua la sua patetica attività. Continua a sfornare merda e a servirvela su pizzi ricamati con gemme e quant’altro. Ma il tutto rimane comunque una pietanza, a base di merda.
Alla fine quello che scrivo qui è riflesso di quello che vivo nel mio aldiquà. Alla fine non c’è nessuna finzione. Allora è il momento di parlare, di dire cosa sento, di dire cosa sono. Perché magari cospargermi di estetismo porta solo a fraintendermi. E tante volte finisco che non riesco ad esplodere come vorrei, o dovrei. Alla fine mi dilungo in fiocchi tanto lucenti quanto trasparenti.
Io sono io. Io sono io e alla fine io sono protagonista di tutto questo schifo. Alle fine queste storie, questi monologhi tante volte deprimenti sono solo lo specchio di quello che sono e di quello che vorrei dire alla gente, solo che molto spesso filtrando le cose allora finiscono per diventare nebulose.
Allora vi dico cos’è la mia vita.
Vi dico cosa sono io.
Io sono una persona, un essere umano, sono un diciottenne che alla fine sogna sogna e tutto quello che può ottenere è uno spazio virtuale, che nemmeno esiste, in cui vomitare di tanto in tanto nella speranza che qualcuno possa adorare quello che scrivo. Sono un diciottenne con tutte le sue sfighe.
Eppure qui mi fingo qualcos’altro, mi fingo qualcosa di etereo che genera immagini, poesia, genialità. Sono una merda che cerca di sputare diamanti. Sono la terra che sogna il cielo e sono gli occhi marroni che vorrebbero essere azzurri.
E per favore non pensate che io sia sempre sull’offensiva: è tutto il contrario. Se volessi essere cattivo, se volessi dire tutto il male che penso non scriverei di certo testi che cercano di essere belli. Scriverei tutto l’acido che ho in bocca e sarebbe uno schifo.
Io sono sulla difensiva, mi nascondo e ogni tanto sparo qualche lamentela o qualche timido versetto arrabbiato. Ogni tanto faccio l’arrogante per non dover abbassare sempre gli occhi e subire in silenzio. Eppure tante persone dicono che sono presuntuoso, vanitoso e via dicendo.
Non voglio dire di no perché non sono nessuno per dire cosa o come sono ma perlomeno il mio intento non è quello. Io mi sono aperto, e mi sono scoperto. E per un sacco di tempo sono stato bene.
Ma è stato proprio aprendomi agli altri e entrando io stesso dentro loro che ho cominciato a trovare un marcio che loro nemmeno riescono ad intuire.
Io sono io e scrivo quello che sono. Mi dispiace essere sbagliato e essere alla fin fine semplicemente debole. Perché alla fine questi testi sono un capriccio per cercare e ottenere l’attenzione degli altri, di quegli altri di cui mi lamento. Questi testi non sono di velluto ma rimangono nella loro piatta normalità. Niente che si eleva al bello e niente che si schianta nello schifo. Mediocre. Come me.
Allora cosa faccio?
Io continuo in questo coro solitario di lamenti, di bla bla bla e di suppliche.
Io sono io e vorrei non dovermi lamentare di voi per poi in realtà implorarvi di essere un po’ migliori. Io sono io. Purtroppo. Quello che scrivo sono io e io sono solo quello che sono. Anzi. Quello che scrivo è meglio di quello che sono perché in quello di scrivere posso riversare tutti i miei sogni e le speranze che nella realtà vengono costantemente disilluse.
Questo blog continua la sua patetica attività. Continua a sfornare merda e a servirvela su pizzi ricamati con gemme e quant’altro. Ma il tutto rimane comunque una pietanza, a base di merda.
25 February 2008
Parigi. Ore 3
Ore tre. La mattina di Parigi sembra stendersi ovunque in un nero manto uniforme. In lontananza vedi i giochi di luce che si creano sul fiume. È tutto blu notte, qualche lampione qua e là. Qualche passante che ti supera e se ne va verso casa. E tu sei lì. Solo nella notte parigina seduto su una panchina di legno verde. Di fronte a te il mondo. Dinnanzi a te un universo fatto di buio, di piccoli puntini di luce, di persone che passano e vanno.
Sei lì e ascolti la musica di un artista di strada che, armato di solo violino, sta provando a dare a quell’universo qualcosa di nuovo. È tardi, è notte inoltrata eppure lui continua a suonare quelle sue melodie così dolci e diaboliche.
Ad un certo punto gli si avvicina un signore anziano. La barba bianca, i vestiti un po’ logori e un cappello a nascondere la sua nuca ormai calva. Il vecchio guarda il violinista fino a quando questi non lo nota a sua volta. I due si scambiano un sorriso. È allora che il vecchio con la barba bianca apre la sua valigia e ne estrae alcuni pezzi cromati che va ad assemblare con cura. Infine si siede di fianco al suo compare violinista, appoggia le labbra al bocchino ed incomincia a seguire il suo nuovo amico in un duetto di violino e sassofono.
All’inizio ti sembra che quell’abbinamento cozzi, che il nuovo arrivato distorca con quel suono così gommoso i sottili acuti del violino. Eppure piano piano i due cominciano ad intendersi, iniziano a seguirsi ed inseguirsi. Uno scarta in una direzione e le note del suo amico dietro. Ogni salto, ogni capriola sono improvvisatamente perfette. Ogni sguardo tra i due rende la musica migliore.
E non sai nemmeno come ma ti senti felice. Inspiegabilmente quella musica dilata i pori della tua pelle, ti manda in iperventilazione e ti fa inspirare angosciosamente. I puntini di luce corrono fuori fuoco, si dilatano e prendono a schizzare in tutte le direzioni. Anche loro tentano di inseguire i due suonatori. I riflessi sul fiume si scatenano in una danza magicamente lucente.
Tu sei lì. Crocifisso alla tua panchina che guardi quei due bambini rincorrersi e vorresti avere anche tu uno strumento per unirti alla loro gioia.
Ad un tratto il vecchietto dalla bianca barba si ferma. Sorride al suo compagno di scherzi si rialza e se ne va.
“ Fermi!” le parole escono quasi urlate.
Il vecchietto non ti ascolta e va via.
Sei lì e ascolti la musica di un artista di strada che, armato di solo violino, sta provando a dare a quell’universo qualcosa di nuovo. È tardi, è notte inoltrata eppure lui continua a suonare quelle sue melodie così dolci e diaboliche.
Ad un certo punto gli si avvicina un signore anziano. La barba bianca, i vestiti un po’ logori e un cappello a nascondere la sua nuca ormai calva. Il vecchio guarda il violinista fino a quando questi non lo nota a sua volta. I due si scambiano un sorriso. È allora che il vecchio con la barba bianca apre la sua valigia e ne estrae alcuni pezzi cromati che va ad assemblare con cura. Infine si siede di fianco al suo compare violinista, appoggia le labbra al bocchino ed incomincia a seguire il suo nuovo amico in un duetto di violino e sassofono.
All’inizio ti sembra che quell’abbinamento cozzi, che il nuovo arrivato distorca con quel suono così gommoso i sottili acuti del violino. Eppure piano piano i due cominciano ad intendersi, iniziano a seguirsi ed inseguirsi. Uno scarta in una direzione e le note del suo amico dietro. Ogni salto, ogni capriola sono improvvisatamente perfette. Ogni sguardo tra i due rende la musica migliore.
E non sai nemmeno come ma ti senti felice. Inspiegabilmente quella musica dilata i pori della tua pelle, ti manda in iperventilazione e ti fa inspirare angosciosamente. I puntini di luce corrono fuori fuoco, si dilatano e prendono a schizzare in tutte le direzioni. Anche loro tentano di inseguire i due suonatori. I riflessi sul fiume si scatenano in una danza magicamente lucente.
Tu sei lì. Crocifisso alla tua panchina che guardi quei due bambini rincorrersi e vorresti avere anche tu uno strumento per unirti alla loro gioia.
Ad un tratto il vecchietto dalla bianca barba si ferma. Sorride al suo compagno di scherzi si rialza e se ne va.
“ Fermi!” le parole escono quasi urlate.
Il vecchietto non ti ascolta e va via.
23 February 2008
Siamo solo noi.
Un mare profondo come l’universo. Ecco cosa siamo. Siamo vuoti ricolmi di sentimenti. Siamo atomi e siamo costellazioni.
Siamo esseri umani e siamo unici nella nostra inutile perfezione. Ogni nostro gesto, ogni nostro passo pensiero o ideale lo reputiamo il più alto e il più perfetto. Siamo unici nella nostra monotona uguaglianza. Siamo stelle, così come siamo polvere.
Siamo le menti e siamo il braccio. Ogni giorno torniamo alla vita ed ogni giorno i nostri sogni ci incollano la gola ad una ghigliottina di delusioni.
Siamo la vita ma rappresentiamo la morte. Siamo portatori della morte in quanto essere esistenti, viventi. Siamo la dualità. Siamo la dicotomia.
Siamo tutto perché siamo immersi nel niente, e per questo ci aggrappiamo alla nostra facoltà di sognare, di credere alla nostra felicità, all’amore e al peccato.
Siamo i figli di Dio che a Sua immagine e somiglianza sono stati creati. Siamo i figli del Diavolo perché a Sua immagine e somiglianza ogni giorno ci evolviamo.
Siamo il fruscio che si cela tra le foglie. Siamo il silenzio che rimane sospeso tra due amanti. Siamo l’anelito infinito di vita che ci segna dentro.
Siamo l’infinito.
Siamo uomini e siamo animali.
Siamo il sorriso di un neonato, siamo le carezze di nostra madre. Siamo i sogni di chi ancora sa sognare, siamo le lacrime di chi ancora sa vivere.
Siamo il tempo, la paura e la vecchiaia.
Siamo le rughe di un signore anziano che, solenne nel suo incedere, ci sembra così troppo anziano. Siamo le premure delle nonne che ci amano e ci abbracciano.
Siamo il vago profilo che ogni notte imprimiamo sul nostro cuscino e che ogni mattina cerchiamo di ritrovare negli altri.
Siamo liberi di tutti i nostri abiti firmati, degli occhiali dei braccialetti e degli orecchini. Siamo la pelle nuda e violentemente carnosa. Siamo l’urlo che spontaneo si scaglia contro gli ostacoli. Siamo il sudore e l’impegno. Siamo la lotta.
Siamo quel profumo leggero che senti quando non sei concentrato su nulla. Siamo il respiro dei bambini. Siamo anche i respiri interrotti di un atleta dopo lo sforzo.
Siamo i tasti bianchi e neri di un piano. Gli accordi incatenati tra loro.
Siamo su un’altalena in un giorno di inverno, siamo su una panchina nel freddo dell’autunno.
Siamo vita e siamo vivi. Siamo morte e siamo debolezza.
Siamo l’acqua che non smette mai di scorrere. Che nel suo procedere si inquina magari, a volte evapora troppo presto ma poi tutte le acque alla fine sfociano nel mare. Siamo tante gocce in un oceano. Siamo dieci dita nelle mani. Siamo tante mani nelle mani.
Siamo l’amore di una madre, di un padre. Siamo l’amore di chi si scambia i corpi. Siamo l’amore di chi sacrifica la propria vita. Siamo l’amore che aiuta chi davvero ne ha bisogno.
Siamo persone che tutte insieme formano un’unica persona così malfatta che sembra quasi una presa in giro. Però insieme siamo qualcuno.
Siamo la rabbia dei ragazzi esclusi. Siamo quei reietti che vogliono distruggere il mondo. Siamo il desiderio di libertà.
Siamo la musica, l’arte, il cinema. Siamo il cinema la domenica pomeriggio con gli amici. Siamo il ristorante al lume di candela con la persona che ami.
Siamo un pomeriggio speso con un amico a vivere. Siamo un pomeriggio speso con un buon libro.
Siamo tutto e quindi siamo impossibili da spiegare.
Siamo ciò che razionalmente non si riesce a giustificare. Siamo l’unione dei contrari ma siamo irrimediabilmente perfettissimi.
Siamo corpo e anima.
Siamo quando un paesaggio ti fa commuovere.
Siamo quando tuo figlio diventa tutto il tuo mondo.
Siamo quando l’amore ti fa diventare una persona migliore.
Siamo noi. Solo noi.
Siamo esseri umani e siamo unici nella nostra inutile perfezione. Ogni nostro gesto, ogni nostro passo pensiero o ideale lo reputiamo il più alto e il più perfetto. Siamo unici nella nostra monotona uguaglianza. Siamo stelle, così come siamo polvere.
Siamo le menti e siamo il braccio. Ogni giorno torniamo alla vita ed ogni giorno i nostri sogni ci incollano la gola ad una ghigliottina di delusioni.
Siamo la vita ma rappresentiamo la morte. Siamo portatori della morte in quanto essere esistenti, viventi. Siamo la dualità. Siamo la dicotomia.
Siamo tutto perché siamo immersi nel niente, e per questo ci aggrappiamo alla nostra facoltà di sognare, di credere alla nostra felicità, all’amore e al peccato.
Siamo i figli di Dio che a Sua immagine e somiglianza sono stati creati. Siamo i figli del Diavolo perché a Sua immagine e somiglianza ogni giorno ci evolviamo.
Siamo il fruscio che si cela tra le foglie. Siamo il silenzio che rimane sospeso tra due amanti. Siamo l’anelito infinito di vita che ci segna dentro.
Siamo l’infinito.
Siamo uomini e siamo animali.
Siamo il sorriso di un neonato, siamo le carezze di nostra madre. Siamo i sogni di chi ancora sa sognare, siamo le lacrime di chi ancora sa vivere.
Siamo il tempo, la paura e la vecchiaia.
Siamo le rughe di un signore anziano che, solenne nel suo incedere, ci sembra così troppo anziano. Siamo le premure delle nonne che ci amano e ci abbracciano.
Siamo il vago profilo che ogni notte imprimiamo sul nostro cuscino e che ogni mattina cerchiamo di ritrovare negli altri.
Siamo liberi di tutti i nostri abiti firmati, degli occhiali dei braccialetti e degli orecchini. Siamo la pelle nuda e violentemente carnosa. Siamo l’urlo che spontaneo si scaglia contro gli ostacoli. Siamo il sudore e l’impegno. Siamo la lotta.
Siamo quel profumo leggero che senti quando non sei concentrato su nulla. Siamo il respiro dei bambini. Siamo anche i respiri interrotti di un atleta dopo lo sforzo.
Siamo i tasti bianchi e neri di un piano. Gli accordi incatenati tra loro.
Siamo su un’altalena in un giorno di inverno, siamo su una panchina nel freddo dell’autunno.
Siamo vita e siamo vivi. Siamo morte e siamo debolezza.
Siamo l’acqua che non smette mai di scorrere. Che nel suo procedere si inquina magari, a volte evapora troppo presto ma poi tutte le acque alla fine sfociano nel mare. Siamo tante gocce in un oceano. Siamo dieci dita nelle mani. Siamo tante mani nelle mani.
Siamo l’amore di una madre, di un padre. Siamo l’amore di chi si scambia i corpi. Siamo l’amore di chi sacrifica la propria vita. Siamo l’amore che aiuta chi davvero ne ha bisogno.
Siamo persone che tutte insieme formano un’unica persona così malfatta che sembra quasi una presa in giro. Però insieme siamo qualcuno.
Siamo la rabbia dei ragazzi esclusi. Siamo quei reietti che vogliono distruggere il mondo. Siamo il desiderio di libertà.
Siamo la musica, l’arte, il cinema. Siamo il cinema la domenica pomeriggio con gli amici. Siamo il ristorante al lume di candela con la persona che ami.
Siamo un pomeriggio speso con un amico a vivere. Siamo un pomeriggio speso con un buon libro.
Siamo tutto e quindi siamo impossibili da spiegare.
Siamo ciò che razionalmente non si riesce a giustificare. Siamo l’unione dei contrari ma siamo irrimediabilmente perfettissimi.
Siamo corpo e anima.
Siamo quando un paesaggio ti fa commuovere.
Siamo quando tuo figlio diventa tutto il tuo mondo.
Siamo quando l’amore ti fa diventare una persona migliore.
Siamo noi. Solo noi.
18 February 2008
I am
Ieri sera stavo guidando; la strada, i contorni delle case, tutto sfilava lento e noioso. Gli alberi infogliati e le luci dei lampioni che sfumavano le persone. Guidando pensavo a come il niente fosse parte di me, a come tutto questo caos che ci avvolge e ci sconvolge altro non sia che un piccolo moto confusionario in un universo tutto sommato tranquillo, che nemmeno si accorgerebbe della mia mancanza. Guidavo e intanto pensavo a quante sciocchezze ci confermiamo ogni giorno nella mente, a quanti inutili accessori ci servono per poter esser un niente.
Ci pensavo e mi chiedevo che senso avesse tutto questo. Mi domandavo se per caso questa vita non fosse altro che un frangersi e ritirarsi di onde e di maree…ciclico, monotono, tutto sommato scontato.
Dentro l’anima ti senti un impeto che sembra dover esplodere; senti come sia inaccettabile che alla fine tutto questo non abbia significato. Avverti chiaramente come questa eventualità non è nemmeno concepibile; ti rendi conto del fatto che ti stai dimenando come un ridicolo animale.
Mentre guidavo mi sembrava di avvertire questo nulla tutto intorno a me, mi sembrava di sentirlo fuoriuscire da me. Io ero il nulla; io ero la disperazione.
Troppo inutile anche per lanciarsi a tutta velocità contro un muro.
Troppo inutile per permettermi la vanità di un suicidio.
Troppo insignificante per aver questo impeto di forza.
Quale forza dovrei dimostrare? Quale forza dovrei fare esplodere? Io… io che sono semplicemente io, nella mia insulsaggine, nella mia semplicità. Io che continuo ad avvertire il nulla senza il coraggio di accettarlo. Io che ho capito quanto sia meschino tutto questo; io che sono troppo leggero; io che mi mordo le vene. Io che spero nella fortuna, in un angelo forse, in un sentire diverso da quello di ieri. Che spero in un colpo di scena che so non esistere.
Io in un’esaltazione sempiterna delle mie debolezze e dei miei difetti.
Io che non sono fedele perché troppo debole.
Io che non sono leale perché troppo debole.
Io che non sono umano perché troppo debole.
Io che non sono, perché troppo debole.
E intanto rimani con lo sguardo fisso sul niente, sui consigli che non vuoi ma che ti vengono comunque dati. Sui suggerimenti di chi pensa di poterti dire la parola giusta. E tu vorresti semplicemente qualcuno che ti facesse sentire vivo, senza voler niente per sé. Qualcuno disposto a concedersi come un’amante o forse come una puttana. Qualcuno che ti permetta di fare scempio di lei senza poi chiederti il conto…senza poi domandarti ragioni.
E intanto rimani con gli occhi umidi puntati sul senso di infinita insoddisfazione della tua vita.
E intanto rimani lì, solo, leggero, troppo leggero. Rimani a chiederti tutto questo dove può condurti. Dove può portarti la coscienza di questa condizione che dilania e viene ogni notte dilaniata.
Rimani lì, così, senza un senso, senza più domande, senza più nessuna risposta che non sia un’altra domanda.
Ci pensavo e mi chiedevo che senso avesse tutto questo. Mi domandavo se per caso questa vita non fosse altro che un frangersi e ritirarsi di onde e di maree…ciclico, monotono, tutto sommato scontato.
Dentro l’anima ti senti un impeto che sembra dover esplodere; senti come sia inaccettabile che alla fine tutto questo non abbia significato. Avverti chiaramente come questa eventualità non è nemmeno concepibile; ti rendi conto del fatto che ti stai dimenando come un ridicolo animale.
Mentre guidavo mi sembrava di avvertire questo nulla tutto intorno a me, mi sembrava di sentirlo fuoriuscire da me. Io ero il nulla; io ero la disperazione.
Troppo inutile anche per lanciarsi a tutta velocità contro un muro.
Troppo inutile per permettermi la vanità di un suicidio.
Troppo insignificante per aver questo impeto di forza.
Quale forza dovrei dimostrare? Quale forza dovrei fare esplodere? Io… io che sono semplicemente io, nella mia insulsaggine, nella mia semplicità. Io che continuo ad avvertire il nulla senza il coraggio di accettarlo. Io che ho capito quanto sia meschino tutto questo; io che sono troppo leggero; io che mi mordo le vene. Io che spero nella fortuna, in un angelo forse, in un sentire diverso da quello di ieri. Che spero in un colpo di scena che so non esistere.
Io in un’esaltazione sempiterna delle mie debolezze e dei miei difetti.
Io che non sono fedele perché troppo debole.
Io che non sono leale perché troppo debole.
Io che non sono umano perché troppo debole.
Io che non sono, perché troppo debole.
E intanto rimani con lo sguardo fisso sul niente, sui consigli che non vuoi ma che ti vengono comunque dati. Sui suggerimenti di chi pensa di poterti dire la parola giusta. E tu vorresti semplicemente qualcuno che ti facesse sentire vivo, senza voler niente per sé. Qualcuno disposto a concedersi come un’amante o forse come una puttana. Qualcuno che ti permetta di fare scempio di lei senza poi chiederti il conto…senza poi domandarti ragioni.
E intanto rimani con gli occhi umidi puntati sul senso di infinita insoddisfazione della tua vita.
E intanto rimani lì, solo, leggero, troppo leggero. Rimani a chiederti tutto questo dove può condurti. Dove può portarti la coscienza di questa condizione che dilania e viene ogni notte dilaniata.
Rimani lì, così, senza un senso, senza più domande, senza più nessuna risposta che non sia un’altra domanda.
14 February 2008
Va tutto bene?
Il cellulare vibra, è arrivato un messaggio.
So già chi è, mi immagino già cosa mi dirà.
Che noia tutto questo. Che tormento infinito.
Prendo il cellulare; lo spengo.
Per stasera sono da solo.
So già chi è, mi immagino già cosa mi dirà.
Che noia tutto questo. Che tormento infinito.
Prendo il cellulare; lo spengo.
Per stasera sono da solo.
11 February 2008
Di sera presto.. in preda al male.
Come sono tristi le storie umane… come sono banali…
Sembriamo tutti attori di uno show pietoso, lento, ripetitivo, scontato.
Corriamo come fanatici avanti e indietro alla ricerca di qualcosa… un qualcosa che non ci figuriamo, che non capiamo e che sicuramente non conosciamo. Anzi…ne conosciamo il nome ma in realtà non l’abbiamo mai sperimentato… continuiamoci a muovere, nessuna sosta.
E nel frattempo i nostri giorni appassiscono e ci rendono ogni secondo più vecchi. Ci sentiamo come profughi che vagano verso una meta che non conosco ma che si limitano ad auspicarsi.
E dopo una serata passata tra lacrime e singhiozzi ti fermi e ti domandi se il tuo è un percorso o solamente un vuoto a perdere. Ti chiedi se c’è la soluzione. Se esiste una via d’uscita.
La domanda più fremente è quella che dice “ci sarà mai qualcuno che mi farà sentire vivo?”.
Io continuo a cercare una risposta, sto cercando qualcuno che mi possa fare sentire di nuovo elettrico, qualcuno che possa ascoltare senza pensare a quanto è insipido, a quanto stupide siano le sue esternazioni. I miei amici non hanno nessuno charme su di me, si dimostrano poco, si mostrano piatti, trasparenti. Non c’è nessuno che mi fa strabuzzare gli occhi, nessuno che mi faccia emozionare quando gli parlo.
Io intanto lo cerco, continuo a vedere se esiste quel qualcuno che diventerà mio fratello, o magari si trasformerà in un mio genitore, oppure sarà qualcos’altro, qualcosa che nemmeno riesco ad immaginare.
Io cerco cerco e cerco senza nessun risultato perché non c’è nessuno che si riveli alla mia altezza, non ci sono labbra che emettono frasi realmente elettriche, non ci sono cervelli abbastanza validi.
E mi chiedo cosa mi aspetta allora. Se non c’è nessuno per me, chi devo cercare? Se davvero nessuno è pronto per capirmi, in chi posso rifugiarmi? Ho davvero solo me stesso?
Sembriamo tutti attori di uno show pietoso, lento, ripetitivo, scontato.
Corriamo come fanatici avanti e indietro alla ricerca di qualcosa… un qualcosa che non ci figuriamo, che non capiamo e che sicuramente non conosciamo. Anzi…ne conosciamo il nome ma in realtà non l’abbiamo mai sperimentato… continuiamoci a muovere, nessuna sosta.
E nel frattempo i nostri giorni appassiscono e ci rendono ogni secondo più vecchi. Ci sentiamo come profughi che vagano verso una meta che non conosco ma che si limitano ad auspicarsi.
E dopo una serata passata tra lacrime e singhiozzi ti fermi e ti domandi se il tuo è un percorso o solamente un vuoto a perdere. Ti chiedi se c’è la soluzione. Se esiste una via d’uscita.
La domanda più fremente è quella che dice “ci sarà mai qualcuno che mi farà sentire vivo?”.
Io continuo a cercare una risposta, sto cercando qualcuno che mi possa fare sentire di nuovo elettrico, qualcuno che possa ascoltare senza pensare a quanto è insipido, a quanto stupide siano le sue esternazioni. I miei amici non hanno nessuno charme su di me, si dimostrano poco, si mostrano piatti, trasparenti. Non c’è nessuno che mi fa strabuzzare gli occhi, nessuno che mi faccia emozionare quando gli parlo.
Io intanto lo cerco, continuo a vedere se esiste quel qualcuno che diventerà mio fratello, o magari si trasformerà in un mio genitore, oppure sarà qualcos’altro, qualcosa che nemmeno riesco ad immaginare.
Io cerco cerco e cerco senza nessun risultato perché non c’è nessuno che si riveli alla mia altezza, non ci sono labbra che emettono frasi realmente elettriche, non ci sono cervelli abbastanza validi.
E mi chiedo cosa mi aspetta allora. Se non c’è nessuno per me, chi devo cercare? Se davvero nessuno è pronto per capirmi, in chi posso rifugiarmi? Ho davvero solo me stesso?
03 February 2008
Velocità
La luce da verde diventa gialla, infine si assesta tremolante sul rosso. La pioggia continua a scendere fastidiosamente come un vaporoso corpo solido; il tergicristallo viaggia avanti e indietro avanti e indietro senza sosta.
Scatta nuovamente il verde e lentamente lasci la frizione…la macchina saltella in avanti e dai gas.
È appena mezzanotte e tre quarti ma questa parte della città sembra essere completamente addormentata. Qualche casupola sparsa qua e là in mezzo ai campi, i lampioni malandati ai bordi della strada. Ti senti come in mezzo al nulla.
Mentre la macchina accelera tu ingrani le marce: la seconda, la terza, e anche la quarta.
Anche se i limiti di velocità sembrano sconsigliartelo tu continui ad aumentare la tua andatura, continui ad accelerare e il rombo della macchina si fa sempre più insistente.
In mezzo alla pioggia vedi poco o nulla; la strada ampia, l’illuminazione che diventa più un fastidio che un aiuto. Sei concentrato al massimo delle tue capacità, osservi ogni frammento di realtà che riesci a percepire tra gli schizzi dell’acqua, segui la linea lucida al centro della strada. La lancetta continua a salire e tu ingrani la quinta.
La tua macchina, piccola, certamente non fatta per corse folli su una strada affogata, guaisce flebilmente mentre il contachilometri prosegue la sua scalata.
130… 140…
Ti senti un fruscio sull’asfalto, un alito improvviso e repentino che sfreccia a tutta velocità. Intanto nella radio riesci ancora a percepire il fischiettio di una canzone dei Beatles che canta di Jude e della sua vita difficile…
“..Hey Jude, don’t make it bad..”
160…170…
Ecco la tua vita, ecco la natura viscerale della tua vita: ecco ti a sfrecciare come un pazzo nella notte, con le ruote che accarezzano l’asfalto, lanciato come un anatema attraverso una strada di campagna dimenticata da Dio.
Non c’è dettaglio che ti sfugga; non c’è curva che non imbocchi con precisione assoluta, non c’è lacrima che trattieni. Con gli occhi feriti continui la tua corsa; senza espressione, senza sentimento dipinto sul viso se non quelle due lacrime parallele che ti percorrono il volto. Hai in mente solo la strada e la velocità.
180…185…
“…and anytime you feel the pain, Hey Jude refrain…”
Non capisci cosa ti spinga a volare sulla strada con quella aggressività, con quello spirito di rivalsa.
Alla fine tutto si spegne, la velocità, la realtà che sfrecciava via come se inesistente diventa nuovamente concreta. Da lontano vedi i fari rossi di una vettura che ti precede; rallenti, scali in quarta poi in terza, ti adegui alla sua andatura.
Ora sei di nuovo parte di questo mondo.
Non è nemmeno l’una di notte di sabato sera eppure ti senti esausto e vuoi solo andare a casa a dormire.
“…Hey Jude don’t make it bad...”
Scatta nuovamente il verde e lentamente lasci la frizione…la macchina saltella in avanti e dai gas.
È appena mezzanotte e tre quarti ma questa parte della città sembra essere completamente addormentata. Qualche casupola sparsa qua e là in mezzo ai campi, i lampioni malandati ai bordi della strada. Ti senti come in mezzo al nulla.
Mentre la macchina accelera tu ingrani le marce: la seconda, la terza, e anche la quarta.
Anche se i limiti di velocità sembrano sconsigliartelo tu continui ad aumentare la tua andatura, continui ad accelerare e il rombo della macchina si fa sempre più insistente.
In mezzo alla pioggia vedi poco o nulla; la strada ampia, l’illuminazione che diventa più un fastidio che un aiuto. Sei concentrato al massimo delle tue capacità, osservi ogni frammento di realtà che riesci a percepire tra gli schizzi dell’acqua, segui la linea lucida al centro della strada. La lancetta continua a salire e tu ingrani la quinta.
La tua macchina, piccola, certamente non fatta per corse folli su una strada affogata, guaisce flebilmente mentre il contachilometri prosegue la sua scalata.
130… 140…
Ti senti un fruscio sull’asfalto, un alito improvviso e repentino che sfreccia a tutta velocità. Intanto nella radio riesci ancora a percepire il fischiettio di una canzone dei Beatles che canta di Jude e della sua vita difficile…
“..Hey Jude, don’t make it bad..”
160…170…
Ecco la tua vita, ecco la natura viscerale della tua vita: ecco ti a sfrecciare come un pazzo nella notte, con le ruote che accarezzano l’asfalto, lanciato come un anatema attraverso una strada di campagna dimenticata da Dio.
Non c’è dettaglio che ti sfugga; non c’è curva che non imbocchi con precisione assoluta, non c’è lacrima che trattieni. Con gli occhi feriti continui la tua corsa; senza espressione, senza sentimento dipinto sul viso se non quelle due lacrime parallele che ti percorrono il volto. Hai in mente solo la strada e la velocità.
180…185…
“…and anytime you feel the pain, Hey Jude refrain…”
Non capisci cosa ti spinga a volare sulla strada con quella aggressività, con quello spirito di rivalsa.
Alla fine tutto si spegne, la velocità, la realtà che sfrecciava via come se inesistente diventa nuovamente concreta. Da lontano vedi i fari rossi di una vettura che ti precede; rallenti, scali in quarta poi in terza, ti adegui alla sua andatura.
Ora sei di nuovo parte di questo mondo.
Non è nemmeno l’una di notte di sabato sera eppure ti senti esausto e vuoi solo andare a casa a dormire.
“…Hey Jude don’t make it bad...”
29 January 2008
" D eci e lode"
"Premio D eci e lode"
"perchè fonde la sua visione del mondo e un'ottima scrittura"
Ho avuto l'onore di ricevere questo premio dal mio idolo Marco Montini, blogger dell'unico e inimitabile http://www.iamlocal.blogspot.com/ altrimendi detto "A LOCAL BLOG FOR LOCAL PEOPLE".
Ringrazio per il riconoscimento (il primo per questo blog modesto ma dal cuore grande, un po' come la Reggina..) e procedo alla nomina dei miei personali award:
1) http://www.iamlocal.blogspot.com/ il suddetto "A LOCAL BLOG FOR LOCAL PEOPLE", per la compagnia che sa tenere quando non sai cosa fare e la vita ti butta giù;
2) http://www.nakaswa.blogspot.com/ il blog che racconta di un viaggio indimenticabile attraverso l'Africa e non solo (peccato che mio cugino non lo aggiorni mai..)
3) http://www.davidfoldvari.blogspot.com/ il blog del mio designer grafico preferito che tiene sempre aggiornati sui suoi capolavori;
4) http://www.wollypigs.blogspoc.com/, un sito che non ho capito di cosa parla ma è pieno di foto di maiali e costolette ai ferri..
In seguito posto le regole:
1) Esporre il logo del “Premio D eci e lode” con la motivazione per cui si è ricevuto;
2) linkare il blog di chi ti ha assegnato il premio;
3) lasciare un link che si rifà al post originario
4) inserire il regolamento;
5) premiare almeno 1 blog aggiungendo la motivazione.
Odio
Odio quando le persone pensano di capirti, di sapere realmente qualcosa di te.
Odio i giorni passati a fissare un foglio bianco ad attendere che siano le parole a venire fuori da sole. Odio quando guardi gli altri e pensi che la loro erba sia effettivamente più verde della tua.
Odio il dolce e il salato, il bello e il buono, odio i dualismi, ciò che va bene e ciò che no.
Odio può voler dire mille cose ma non vuole dire nulla perché siamo noi, noi che abbiamo bisogno di odiare così come abbiamo bisogno di amare, così come abbiamo bisogno di soffrire. Sembra un ridicolo gioco: rincorrere un essere speciali che nulla centra con noi. Noi non siamo fiocchi unici e irripetibili di unica e irripetibile bellezza, siamo la stessa materia organica deperibile di chiunque altro e noi tutti siamo parte dello stesso cumulo in decomposizione.
Abbiamo bisogno della nostra tragedia e ci sentiamo bene ad essere il centro di essa.
Quando chiediamo a qualcuno come ha passato il fine settimana, lo facciamo esclusivamente per poter raccontare come abbiamo passato il nostro.
Siamo il costante protagonista della nostra serie a puntate.
Odio questa natura intrinsecamente sbagliata, congenitamente ridicola.
Odio chi si sente già maestro, chi crede di avere un dono che lo rende speciale.
Odio un’umanità che mira esclusivamente ai suoi quindici minuti di popolarità in televisione.
Odio il fatto che siamo tutti sbagliati.
Odio questo piombo, che àncora a terra un’anima di elio.
Odio i giorni passati a fissare un foglio bianco ad attendere che siano le parole a venire fuori da sole. Odio quando guardi gli altri e pensi che la loro erba sia effettivamente più verde della tua.
Odio il dolce e il salato, il bello e il buono, odio i dualismi, ciò che va bene e ciò che no.
Odio può voler dire mille cose ma non vuole dire nulla perché siamo noi, noi che abbiamo bisogno di odiare così come abbiamo bisogno di amare, così come abbiamo bisogno di soffrire. Sembra un ridicolo gioco: rincorrere un essere speciali che nulla centra con noi. Noi non siamo fiocchi unici e irripetibili di unica e irripetibile bellezza, siamo la stessa materia organica deperibile di chiunque altro e noi tutti siamo parte dello stesso cumulo in decomposizione.
Abbiamo bisogno della nostra tragedia e ci sentiamo bene ad essere il centro di essa.
Quando chiediamo a qualcuno come ha passato il fine settimana, lo facciamo esclusivamente per poter raccontare come abbiamo passato il nostro.
Siamo il costante protagonista della nostra serie a puntate.
Odio questa natura intrinsecamente sbagliata, congenitamente ridicola.
Odio chi si sente già maestro, chi crede di avere un dono che lo rende speciale.
Odio un’umanità che mira esclusivamente ai suoi quindici minuti di popolarità in televisione.
Odio il fatto che siamo tutti sbagliati.
Odio questo piombo, che àncora a terra un’anima di elio.
Come una circonferenza
Osservo il mio riflesso nello specchio e, nel frattempo, afferro il fondo tinta più chiaro che trovo tra i prodotti di mia madre. È quasi bianco.
Senza distogliere lo sguardo da me stesso comincio a spalmarmi e a distribuirmi sul volto quella maschera opaca che mi trasforma gradualmente in un viso di cera con gli occhi azzurri che sfavillano nel bianco.
Questa è la mia forma di ribellione.
Prendo da una tasca il rossetto nero che ho comprato per l’occasione e comincio a disegnare scuri solchi sui miei occhi e le mie guance. Sottolineo i contorni delle mie orbite, la linea delle mie labbra, le pieghe del mio sorriso. Piano piano mi trasformo in un agghiacciante satiro.
Guardando il nuovo me stesso che si riflette nello specchio osservo il mio corpo, nudo e fragile, che trema come una foglia nel freddo autunnale.
Spalanco la bocca e il rosso violento della mia lingua fa esplodere il bianco e il nero e d’improvviso divento un demone dell’inferno, divento uno spettro vendicatore.
Come una circonferenza ritorno al punto di partenza, mi vedo stupido e ridicolo. Mi lavo la faccia e mi vesto. Il lavandino imbrattato di nero e bianco sembra perdere i contorni.
Come una circonferenza. Odio tutto questo.
Senza distogliere lo sguardo da me stesso comincio a spalmarmi e a distribuirmi sul volto quella maschera opaca che mi trasforma gradualmente in un viso di cera con gli occhi azzurri che sfavillano nel bianco.
Questa è la mia forma di ribellione.
Prendo da una tasca il rossetto nero che ho comprato per l’occasione e comincio a disegnare scuri solchi sui miei occhi e le mie guance. Sottolineo i contorni delle mie orbite, la linea delle mie labbra, le pieghe del mio sorriso. Piano piano mi trasformo in un agghiacciante satiro.
Guardando il nuovo me stesso che si riflette nello specchio osservo il mio corpo, nudo e fragile, che trema come una foglia nel freddo autunnale.
Spalanco la bocca e il rosso violento della mia lingua fa esplodere il bianco e il nero e d’improvviso divento un demone dell’inferno, divento uno spettro vendicatore.
Come una circonferenza ritorno al punto di partenza, mi vedo stupido e ridicolo. Mi lavo la faccia e mi vesto. Il lavandino imbrattato di nero e bianco sembra perdere i contorni.
Come una circonferenza. Odio tutto questo.
24 January 2008
Macchina da scrivere
Le lettere si dipanano, ad ogni termine di riga si impilano a capo. Le lettere si srotolano in una sorta di magica apparizione. Ed è magico perché così, dal nulla, nasce qualcosa, un testo, una poesia, un pensiero.
Nasce cresce e si completa in se stesso un piccolo nucleo. Esiste in se stesso e per se stesso un nuovo pensiero che prende vita. E io sono suo creatore e imperatore.
La magia risiede nella possibilità di creare e plasmare nuovi mondi, nuovi universi, col semplice accostamento delle lettere, delle parole che unite compongono frasi.
Ognuno di questi mondi è un piccolo antro ombroso in cui nascondersi e per qualche istante, vivere una vita diversa, migliore, più felice e più colorata.
Nasce cresce e si completa in se stesso un piccolo nucleo. Esiste in se stesso e per se stesso un nuovo pensiero che prende vita. E io sono suo creatore e imperatore.
La magia risiede nella possibilità di creare e plasmare nuovi mondi, nuovi universi, col semplice accostamento delle lettere, delle parole che unite compongono frasi.
Ognuno di questi mondi è un piccolo antro ombroso in cui nascondersi e per qualche istante, vivere una vita diversa, migliore, più felice e più colorata.
15 January 2008
Requiem
Ogni giorno, al suono della sveglia, apro gli occhi stanchi, sbatto queste palpebre di cemento e inalo la prima boccata di ossigeno della giornata.
Ogni mattina, con una lama che sembra raschiare contro la mia schiena nuda, faccio lo sforzo per alzarmi dal letto e vivere.
Ogni maledetto giorno compio altri passi, che si impilano a quelli precedenti e che lentamente, inesorabilmente, mi conducono verso il niente.
Ecco cos’è la vita. Una sequenza imprecisata di passi, di sbadigli e di sveglie che scandiscono il ritmo della tua esistenza. Forse la vita non è nient’altro che cercare in un qualche modo di dare un senso, a tutti questi passi.
La vita probabilmente è un sentiero che noi rendiamo più o meno impervio e che, per tutti nessuno escluso, porta in un burrone senza fondo; nel quale possiamo limitarci a svanire. La vita come una bomba ad orologeria. La vita come eterno precipitare. La vita come sadico gioco di ruoli.
Ogni giorno osservo il mio volto rimanere identico al giorno prima, ogni giorno con gli stessi occhi tristi, con la stessa pelle tesa. Ogni giorno con un rammarico nuovo da caricarmi sulle spalle.
Il gioco terribile della vita consiste nel costringerti ad accettare tutto quello che ricevi senza chiedere senza poter fare diversamente. Un gioco che ci intrappola dal primo, all’ultimo giorno.
Ecco cos’è la vita, ecco qual è la nostra gabbia. Ecco il pantano in cui stiamo affondando.
Perché ogni giorno devi infilare le scarpe e immergerti fino alle cosce nella merda della tua esistenza, senza alcuna speranza di uscirne, senza speranza di evitare quel supplizio. È la tua ricompensa per aver accettato questo regalo che non hai mai chiesto, ma che ti è stato comunque dato.
Ogni giorno il tuo ruolo è quello di affondare in questo pantano un centimetro di più, aspettando di affogarci. Aspettando di riempirti la bocca e il naso di quella nefandezza che ci ostiniamo a chiamare vita. E l’amore? L’amore che ruolo riveste in tutto ciò? Possibile che sia null’altro che il contorno di una pietanza a base di fango e bile? Possibile?
L’amore.
L’amore è semplicemente la morfina che ci permetterà di non soffrire troppo quando il blob che chiamiamo vita ci inonderà i polmoni, stracciandoli. Poi riempirà la nostra cassa toracica fino a saturarci, ma a quel punto noi saremo già morti, perché una volta che sei stato violentato a quel modo, perdi ogni tipo di forza. L’amore non si spiega né con i concetti né con le parabole. L’amore non ha regole perché non ha senso.
Questa mattina, destato dal suono fastidioso della sveglia, apro gli occhi. Sbatto le palpebre come per togliervi la polvere. Rimango immobile ascoltando la sveglia ruggire sempre più forte.
Dalla porta entra rumore di casa, di famiglia. Dalla finestra giungono i vagiti di una città che sta cominciando a mettersi in moto.
Come ogni giorno.
Come ogni giorno.
Rimango immobile nel letto ascoltando la mia barba crescere. Sentendo i respiri accavallarsi. Non c’è scampo. Me ne rendo conto ogni secondo di più. Non esiste via di fuga da questa trappola. Non ci sono uscite, non c’è aria, non riesco più a mettere in fila i respiri.
Non riesco a ragionare. Mi manca l’aria nella bocca e la lingua mi si sta seccando. Sento i battiti irregolari mentre la sveglia sembra impazzire. Il fango dalla sua pozza balza dritto per dritto contro di me. Piano piano si stende per tutto il letto e è ovunque intorno a me. La sveglia diventa una fanfara di trombe tamburi e grancasse. Mia madre entra in camera mia proprio mentre il fango mi sta riempiendo la bocca. Il suo viso diventa una maschera di terrore, mi vede contorcermi sul letto con le mani sul cuore.
No non è al cuore, è sulla faccia, è nella bocca e nelle orecchie. Mi strangola sempre più forte. Mia madre terrorizzata e io divento sempre più paonazzo. Sento il fango che mi stride fra i denti e pizzica le mie narici, e nelle orecchie bombarda i timpani con cannonate. Sento che mi scende in gola con un sapore come quando cadi e annusi l’odore della terra nuda. Mi sta per fare esplodere. Mia mamma parla ma io non riesco a sentirla perché le mie orecchie sono piene di fango. Lei sparisce mentre la melma mi copre gli occhi e preme su di essi. Mia madre si lancia su di me. Il fango è dappertutto.
Voglio vivere.
Ogni mattina, con una lama che sembra raschiare contro la mia schiena nuda, faccio lo sforzo per alzarmi dal letto e vivere.
Ogni maledetto giorno compio altri passi, che si impilano a quelli precedenti e che lentamente, inesorabilmente, mi conducono verso il niente.
Ecco cos’è la vita. Una sequenza imprecisata di passi, di sbadigli e di sveglie che scandiscono il ritmo della tua esistenza. Forse la vita non è nient’altro che cercare in un qualche modo di dare un senso, a tutti questi passi.
La vita probabilmente è un sentiero che noi rendiamo più o meno impervio e che, per tutti nessuno escluso, porta in un burrone senza fondo; nel quale possiamo limitarci a svanire. La vita come una bomba ad orologeria. La vita come eterno precipitare. La vita come sadico gioco di ruoli.
Ogni giorno osservo il mio volto rimanere identico al giorno prima, ogni giorno con gli stessi occhi tristi, con la stessa pelle tesa. Ogni giorno con un rammarico nuovo da caricarmi sulle spalle.
Il gioco terribile della vita consiste nel costringerti ad accettare tutto quello che ricevi senza chiedere senza poter fare diversamente. Un gioco che ci intrappola dal primo, all’ultimo giorno.
Ecco cos’è la vita, ecco qual è la nostra gabbia. Ecco il pantano in cui stiamo affondando.
Perché ogni giorno devi infilare le scarpe e immergerti fino alle cosce nella merda della tua esistenza, senza alcuna speranza di uscirne, senza speranza di evitare quel supplizio. È la tua ricompensa per aver accettato questo regalo che non hai mai chiesto, ma che ti è stato comunque dato.
Ogni giorno il tuo ruolo è quello di affondare in questo pantano un centimetro di più, aspettando di affogarci. Aspettando di riempirti la bocca e il naso di quella nefandezza che ci ostiniamo a chiamare vita. E l’amore? L’amore che ruolo riveste in tutto ciò? Possibile che sia null’altro che il contorno di una pietanza a base di fango e bile? Possibile?
L’amore.
L’amore è semplicemente la morfina che ci permetterà di non soffrire troppo quando il blob che chiamiamo vita ci inonderà i polmoni, stracciandoli. Poi riempirà la nostra cassa toracica fino a saturarci, ma a quel punto noi saremo già morti, perché una volta che sei stato violentato a quel modo, perdi ogni tipo di forza. L’amore non si spiega né con i concetti né con le parabole. L’amore non ha regole perché non ha senso.
Questa mattina, destato dal suono fastidioso della sveglia, apro gli occhi. Sbatto le palpebre come per togliervi la polvere. Rimango immobile ascoltando la sveglia ruggire sempre più forte.
Dalla porta entra rumore di casa, di famiglia. Dalla finestra giungono i vagiti di una città che sta cominciando a mettersi in moto.
Come ogni giorno.
Come ogni giorno.
Rimango immobile nel letto ascoltando la mia barba crescere. Sentendo i respiri accavallarsi. Non c’è scampo. Me ne rendo conto ogni secondo di più. Non esiste via di fuga da questa trappola. Non ci sono uscite, non c’è aria, non riesco più a mettere in fila i respiri.
Non riesco a ragionare. Mi manca l’aria nella bocca e la lingua mi si sta seccando. Sento i battiti irregolari mentre la sveglia sembra impazzire. Il fango dalla sua pozza balza dritto per dritto contro di me. Piano piano si stende per tutto il letto e è ovunque intorno a me. La sveglia diventa una fanfara di trombe tamburi e grancasse. Mia madre entra in camera mia proprio mentre il fango mi sta riempiendo la bocca. Il suo viso diventa una maschera di terrore, mi vede contorcermi sul letto con le mani sul cuore.
No non è al cuore, è sulla faccia, è nella bocca e nelle orecchie. Mi strangola sempre più forte. Mia madre terrorizzata e io divento sempre più paonazzo. Sento il fango che mi stride fra i denti e pizzica le mie narici, e nelle orecchie bombarda i timpani con cannonate. Sento che mi scende in gola con un sapore come quando cadi e annusi l’odore della terra nuda. Mi sta per fare esplodere. Mia mamma parla ma io non riesco a sentirla perché le mie orecchie sono piene di fango. Lei sparisce mentre la melma mi copre gli occhi e preme su di essi. Mia madre si lancia su di me. Il fango è dappertutto.
Voglio vivere.
Nathan Scott
Il ragazzo è alto, davvero alto. Sarà un metro e novanta, forse anche qualcosina in più. Aveva i capelli piuttosto lunghi, che scendevano selvaggi fino alle spalle. Sul mento e sulle guance una barba lunga, incolta, anche quella selvaggia.
Stava seduto immobile, guardando i trofei nella loro bacheca scintillante. Guardando le foto, le copertine dei giornali, le targhe al merito.
Rimaneva seduto con lo sguardo che si attorcigliava sui quei cimeli che sembravano ad appartenere a qualcun altro, qualcuno che avrebbe ancora lottato per ottenerne altri, e altri ancora.
Si chiamava Nathan Scott, era un ragazzo alto, coi capelli lunghi e la barba non curata.
Nathan sedeva con gli occhi umidi e le braccia nervose; le mani, serrate in pugni che sembravano strozzare se stessi per la forza con cui venivano stretti; i bordi delle labbra completamente immobili, pietrificati in quella smorfia inespressiva, ma carica di rassegnazione.
Nathan era arrabbiato, era infuriato.
Quel ragazzo possente, con quella barba che sembrava ricordare un giovane marinaio, con quegli occhi così giovani, così pieni di cose da dire, ma così irrimediabilmente tristi. Con quei capelli disordinati che chiedevano di essere tagliati, pettinati. Con quei capelli che ricadevano su quegli occhi pieni d’acqua, forse per il colore azzurro, forse per un mare che stava per inondare il suo viso.
Nathan Scott, ventun anni. Il primo ragazzo proveniente da Tree Hill accettato nell’NBA. Nathan Scott il genio del canestro, Nathan Scott…il ragazzo triste.
Seduto immobile, con uno sguardo di ammirazione e uno di rabbia; con un moto di amore e uno di odio.
Nathan Scott, seduto senza parole ma con troppi sentimenti a ribollirgli dentro e soprattutto, troppe, troppe domande a cui non sapevi rispondersi.
Afferrò i cerchioni della sedia, bloccando solo il destro, per potersi voltare. Poi, con lo sguardo basso, si spinse fino alla camera da letto.
Stava seduto immobile, guardando i trofei nella loro bacheca scintillante. Guardando le foto, le copertine dei giornali, le targhe al merito.
Rimaneva seduto con lo sguardo che si attorcigliava sui quei cimeli che sembravano ad appartenere a qualcun altro, qualcuno che avrebbe ancora lottato per ottenerne altri, e altri ancora.
Si chiamava Nathan Scott, era un ragazzo alto, coi capelli lunghi e la barba non curata.
Nathan sedeva con gli occhi umidi e le braccia nervose; le mani, serrate in pugni che sembravano strozzare se stessi per la forza con cui venivano stretti; i bordi delle labbra completamente immobili, pietrificati in quella smorfia inespressiva, ma carica di rassegnazione.
Nathan era arrabbiato, era infuriato.
Quel ragazzo possente, con quella barba che sembrava ricordare un giovane marinaio, con quegli occhi così giovani, così pieni di cose da dire, ma così irrimediabilmente tristi. Con quei capelli disordinati che chiedevano di essere tagliati, pettinati. Con quei capelli che ricadevano su quegli occhi pieni d’acqua, forse per il colore azzurro, forse per un mare che stava per inondare il suo viso.
Nathan Scott, ventun anni. Il primo ragazzo proveniente da Tree Hill accettato nell’NBA. Nathan Scott il genio del canestro, Nathan Scott…il ragazzo triste.
Seduto immobile, con uno sguardo di ammirazione e uno di rabbia; con un moto di amore e uno di odio.
Nathan Scott, seduto senza parole ma con troppi sentimenti a ribollirgli dentro e soprattutto, troppe, troppe domande a cui non sapevi rispondersi.
Afferrò i cerchioni della sedia, bloccando solo il destro, per potersi voltare. Poi, con lo sguardo basso, si spinse fino alla camera da letto.
03 January 2008
Lirica e inchiostro
La poesia risiede nell’angolo più remoto e nascosto di noi. In un risvolto spesso non accessibile, sempre difficilmente districabile. La poesia non è la bellezza stupefacente di ciò che si crea, è piuttosto la consapevole costruzione di sé stessa.
La poesia è magnifica nel suo rigore che poi, successivamente, diventa bellezza. Dietro allo splendore c’è sempre un flusso esplosivo di creatività, incanalata attraverso i mezzi artistici più disparati.
La bellezza di ciò che è bello tocca i punti più profondi del nostro animo, tocca le corde che solitamente rimangono spente.
Quando scrivo, quando cerco di comporre un quadro con le parole, quando tento di farvi provare qualcosa, io mi limito a dare libero sfogo a ciò che dentro di me è contenuto. Non faccio altro che aprirmi e vedere se c’è qualcosa di buono da far fuoriuscire e incorniciare.
Ma, quando dentro di te la tua anima sta lentamente marcendo, quando il tuo regno interiore è assediato dai crampi della solitudine, dell’incomprensione, allora diventa difficile estrarre qualcosa di bello, di perfettamente bello, come un sorriso, o un paesaggio. Quando il tuo cuore sta appassendo allora i germi cominciano ad impestare tutto quanto. E diventa impossibile estrarre qualcosa che sembra bella.
Perché chi è artista, chi ha un dono, è sempre capace di creare bellezza. Ma quando il suo spirito si ammala e i cancri cominciano a divorare tutto allora la bellezza diventa qualcos’altro. Diventa sublimazione. Non è più qualcosa che piace a tutti, ma è comunque splendida. È coperta di sangue e di vermi, ma rimane per me unica e magnifica.
È una bellezza che nasce dal dolore, qualcosa che va oltre, qualcosa che si compie nella simbiosi con l’artista. Quel tipo di estetica non ha nome e non ha nemmeno successo, ma è la più vera, quella che, deturpata, violentata, sudicia, ma autentica, mostra davvero il mondo così come l’artista lo vede.
Vi domando scusa se l’evoluzione di ciò che faccio sta portando la mia opera ad un’antiestetica totale. Ad un ripiegamento del testo su se stesso per vedere quale forza sia nascosta in esso: comprimendo se stesso allora il testo mostra quale è la sua resistenza; violentando un corpo si può capire quale sia la sua capacità di reazione. Ogni parola, ogni tortuoso salto concettuale è specchio della mia mente, è rigoroso ritratto di ciò che sono.
Io sto marcendo dentro, ho bisogno di trovare un appiglio, o quanto meno un palliativo, e lo sto cercando nei miei testi. Ma per potermi affidare al mio creare devo sapere fin dove esso può giungere. Per nutrire fiducia in esso devo capire fino a dove posso spingerlo.
Ciò che scrivo, ciò che vomito, sta diventando tagliente, spigoloso, ruvido. Diventa ogni istante più abrasivo, più flaccido, più distorto.
Ma sta diventando la mia ancora di salvezza.
Sta diventando me.
La poesia è magnifica nel suo rigore che poi, successivamente, diventa bellezza. Dietro allo splendore c’è sempre un flusso esplosivo di creatività, incanalata attraverso i mezzi artistici più disparati.
La bellezza di ciò che è bello tocca i punti più profondi del nostro animo, tocca le corde che solitamente rimangono spente.
Quando scrivo, quando cerco di comporre un quadro con le parole, quando tento di farvi provare qualcosa, io mi limito a dare libero sfogo a ciò che dentro di me è contenuto. Non faccio altro che aprirmi e vedere se c’è qualcosa di buono da far fuoriuscire e incorniciare.
Ma, quando dentro di te la tua anima sta lentamente marcendo, quando il tuo regno interiore è assediato dai crampi della solitudine, dell’incomprensione, allora diventa difficile estrarre qualcosa di bello, di perfettamente bello, come un sorriso, o un paesaggio. Quando il tuo cuore sta appassendo allora i germi cominciano ad impestare tutto quanto. E diventa impossibile estrarre qualcosa che sembra bella.
Perché chi è artista, chi ha un dono, è sempre capace di creare bellezza. Ma quando il suo spirito si ammala e i cancri cominciano a divorare tutto allora la bellezza diventa qualcos’altro. Diventa sublimazione. Non è più qualcosa che piace a tutti, ma è comunque splendida. È coperta di sangue e di vermi, ma rimane per me unica e magnifica.
È una bellezza che nasce dal dolore, qualcosa che va oltre, qualcosa che si compie nella simbiosi con l’artista. Quel tipo di estetica non ha nome e non ha nemmeno successo, ma è la più vera, quella che, deturpata, violentata, sudicia, ma autentica, mostra davvero il mondo così come l’artista lo vede.
Vi domando scusa se l’evoluzione di ciò che faccio sta portando la mia opera ad un’antiestetica totale. Ad un ripiegamento del testo su se stesso per vedere quale forza sia nascosta in esso: comprimendo se stesso allora il testo mostra quale è la sua resistenza; violentando un corpo si può capire quale sia la sua capacità di reazione. Ogni parola, ogni tortuoso salto concettuale è specchio della mia mente, è rigoroso ritratto di ciò che sono.
Io sto marcendo dentro, ho bisogno di trovare un appiglio, o quanto meno un palliativo, e lo sto cercando nei miei testi. Ma per potermi affidare al mio creare devo sapere fin dove esso può giungere. Per nutrire fiducia in esso devo capire fino a dove posso spingerlo.
Ciò che scrivo, ciò che vomito, sta diventando tagliente, spigoloso, ruvido. Diventa ogni istante più abrasivo, più flaccido, più distorto.
Ma sta diventando la mia ancora di salvezza.
Sta diventando me.
28 December 2007
Work in progress..
Buongiorno mondo.
Buongiorno vita.
Buongiorno peccato.
Ogni istante speso a lottare, a gioire, o a soffrire, non è un istante andato perduto. Ogni tentativo, ogni lacrima, ogni carezza sospirata, non è un gesto volatile e vacuo.
Ogni momento di questa vita, nel bene, nel male, nel dolore e nell’amore, è un momento di crescita, di maturazione, di intimo riscatto.
Quando apri gli occhi appannati dalle lacrime che ti stavano per soffocare, quando stringi i pugni per non lasciare che il dolore si porti via tutto di te, anche quelle situazioni rimarranno custodite in te. Nel tuo cuore, nel tuo piccolo spazio.
Gli errori soprattutto, non si lasceranno dietro solo tracce dolorose e insanguinate, ma serberanno degli insegnamenti, dei consigli, dei moniti per poter, un giorno, poter costruire qualcosa di buono.
Dalla vita ho imparato questo, che soffrire è parte di essa, che la gioia è come una pepita in una miniera di carbone, un piccolo punto luminoso in mezzo alla materia grezza.
Dalla vita sto imparando a resistere, sto cercando di diventare migliore.
Spero di poter alzare un giorno lo sguardo verso il cielo.
Buongiorno vita.
Buongiorno peccato.
Ogni istante speso a lottare, a gioire, o a soffrire, non è un istante andato perduto. Ogni tentativo, ogni lacrima, ogni carezza sospirata, non è un gesto volatile e vacuo.
Ogni momento di questa vita, nel bene, nel male, nel dolore e nell’amore, è un momento di crescita, di maturazione, di intimo riscatto.
Quando apri gli occhi appannati dalle lacrime che ti stavano per soffocare, quando stringi i pugni per non lasciare che il dolore si porti via tutto di te, anche quelle situazioni rimarranno custodite in te. Nel tuo cuore, nel tuo piccolo spazio.
Gli errori soprattutto, non si lasceranno dietro solo tracce dolorose e insanguinate, ma serberanno degli insegnamenti, dei consigli, dei moniti per poter, un giorno, poter costruire qualcosa di buono.
Dalla vita ho imparato questo, che soffrire è parte di essa, che la gioia è come una pepita in una miniera di carbone, un piccolo punto luminoso in mezzo alla materia grezza.
Dalla vita sto imparando a resistere, sto cercando di diventare migliore.
Spero di poter alzare un giorno lo sguardo verso il cielo.
24 December 2007
Christmas Carrol
La vigilia di Natale. Come ogni anno, come ogni secolo, come ogni spregevole era.
Torna la vigilia, torna la mezzanotte affollata di messaggini di persone che ti rovolgono la parola unicamente stasera. Torna la massa di auguri ipocriti, o ancora peggio indifferenti.
Gli auguri tramite sms, quelli attraverso i bigliettini.
Tutti che dicono auguri. Nessuno che dice ti voglio bene.
Tutti che ti augurano felicità. Nessuno che fa nulla di concreto per avvicinarti ad essa.
Tutti che sorridono e si scambiano doni. Nessuno che si ama.
24 Dicembre. La sera dell'anno in cui la televisione è peggio del solito.
24 Dicembre. La sera in cui l'umanità si sforza di mostrarsi migliore di quanto non sia.
Ricevere, il 24 dicembre, più abbracci di quanti non se ne ricevono in un anno.
Dimostrazioni di affetto ipocrita.
24 Dicembre...tra poche ore nascerà il nostro salvatore. Sono più di duemila anni che lo aspetto. Qualcuno che mi salvi davvero.
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