Ore tre. La mattina di Parigi sembra stendersi ovunque in un nero manto uniforme. In lontananza vedi i giochi di luce che si creano sul fiume. È tutto blu notte, qualche lampione qua e là. Qualche passante che ti supera e se ne va verso casa. E tu sei lì. Solo nella notte parigina seduto su una panchina di legno verde. Di fronte a te il mondo. Dinnanzi a te un universo fatto di buio, di piccoli puntini di luce, di persone che passano e vanno.
Sei lì e ascolti la musica di un artista di strada che, armato di solo violino, sta provando a dare a quell’universo qualcosa di nuovo. È tardi, è notte inoltrata eppure lui continua a suonare quelle sue melodie così dolci e diaboliche.
Ad un certo punto gli si avvicina un signore anziano. La barba bianca, i vestiti un po’ logori e un cappello a nascondere la sua nuca ormai calva. Il vecchio guarda il violinista fino a quando questi non lo nota a sua volta. I due si scambiano un sorriso. È allora che il vecchio con la barba bianca apre la sua valigia e ne estrae alcuni pezzi cromati che va ad assemblare con cura. Infine si siede di fianco al suo compare violinista, appoggia le labbra al bocchino ed incomincia a seguire il suo nuovo amico in un duetto di violino e sassofono.
All’inizio ti sembra che quell’abbinamento cozzi, che il nuovo arrivato distorca con quel suono così gommoso i sottili acuti del violino. Eppure piano piano i due cominciano ad intendersi, iniziano a seguirsi ed inseguirsi. Uno scarta in una direzione e le note del suo amico dietro. Ogni salto, ogni capriola sono improvvisatamente perfette. Ogni sguardo tra i due rende la musica migliore.
E non sai nemmeno come ma ti senti felice. Inspiegabilmente quella musica dilata i pori della tua pelle, ti manda in iperventilazione e ti fa inspirare angosciosamente. I puntini di luce corrono fuori fuoco, si dilatano e prendono a schizzare in tutte le direzioni. Anche loro tentano di inseguire i due suonatori. I riflessi sul fiume si scatenano in una danza magicamente lucente.
Tu sei lì. Crocifisso alla tua panchina che guardi quei due bambini rincorrersi e vorresti avere anche tu uno strumento per unirti alla loro gioia.
Ad un tratto il vecchietto dalla bianca barba si ferma. Sorride al suo compagno di scherzi si rialza e se ne va.
“ Fermi!” le parole escono quasi urlate.
Il vecchietto non ti ascolta e va via.
25 February 2008
23 February 2008
Siamo solo noi.
Un mare profondo come l’universo. Ecco cosa siamo. Siamo vuoti ricolmi di sentimenti. Siamo atomi e siamo costellazioni.
Siamo esseri umani e siamo unici nella nostra inutile perfezione. Ogni nostro gesto, ogni nostro passo pensiero o ideale lo reputiamo il più alto e il più perfetto. Siamo unici nella nostra monotona uguaglianza. Siamo stelle, così come siamo polvere.
Siamo le menti e siamo il braccio. Ogni giorno torniamo alla vita ed ogni giorno i nostri sogni ci incollano la gola ad una ghigliottina di delusioni.
Siamo la vita ma rappresentiamo la morte. Siamo portatori della morte in quanto essere esistenti, viventi. Siamo la dualità. Siamo la dicotomia.
Siamo tutto perché siamo immersi nel niente, e per questo ci aggrappiamo alla nostra facoltà di sognare, di credere alla nostra felicità, all’amore e al peccato.
Siamo i figli di Dio che a Sua immagine e somiglianza sono stati creati. Siamo i figli del Diavolo perché a Sua immagine e somiglianza ogni giorno ci evolviamo.
Siamo il fruscio che si cela tra le foglie. Siamo il silenzio che rimane sospeso tra due amanti. Siamo l’anelito infinito di vita che ci segna dentro.
Siamo l’infinito.
Siamo uomini e siamo animali.
Siamo il sorriso di un neonato, siamo le carezze di nostra madre. Siamo i sogni di chi ancora sa sognare, siamo le lacrime di chi ancora sa vivere.
Siamo il tempo, la paura e la vecchiaia.
Siamo le rughe di un signore anziano che, solenne nel suo incedere, ci sembra così troppo anziano. Siamo le premure delle nonne che ci amano e ci abbracciano.
Siamo il vago profilo che ogni notte imprimiamo sul nostro cuscino e che ogni mattina cerchiamo di ritrovare negli altri.
Siamo liberi di tutti i nostri abiti firmati, degli occhiali dei braccialetti e degli orecchini. Siamo la pelle nuda e violentemente carnosa. Siamo l’urlo che spontaneo si scaglia contro gli ostacoli. Siamo il sudore e l’impegno. Siamo la lotta.
Siamo quel profumo leggero che senti quando non sei concentrato su nulla. Siamo il respiro dei bambini. Siamo anche i respiri interrotti di un atleta dopo lo sforzo.
Siamo i tasti bianchi e neri di un piano. Gli accordi incatenati tra loro.
Siamo su un’altalena in un giorno di inverno, siamo su una panchina nel freddo dell’autunno.
Siamo vita e siamo vivi. Siamo morte e siamo debolezza.
Siamo l’acqua che non smette mai di scorrere. Che nel suo procedere si inquina magari, a volte evapora troppo presto ma poi tutte le acque alla fine sfociano nel mare. Siamo tante gocce in un oceano. Siamo dieci dita nelle mani. Siamo tante mani nelle mani.
Siamo l’amore di una madre, di un padre. Siamo l’amore di chi si scambia i corpi. Siamo l’amore di chi sacrifica la propria vita. Siamo l’amore che aiuta chi davvero ne ha bisogno.
Siamo persone che tutte insieme formano un’unica persona così malfatta che sembra quasi una presa in giro. Però insieme siamo qualcuno.
Siamo la rabbia dei ragazzi esclusi. Siamo quei reietti che vogliono distruggere il mondo. Siamo il desiderio di libertà.
Siamo la musica, l’arte, il cinema. Siamo il cinema la domenica pomeriggio con gli amici. Siamo il ristorante al lume di candela con la persona che ami.
Siamo un pomeriggio speso con un amico a vivere. Siamo un pomeriggio speso con un buon libro.
Siamo tutto e quindi siamo impossibili da spiegare.
Siamo ciò che razionalmente non si riesce a giustificare. Siamo l’unione dei contrari ma siamo irrimediabilmente perfettissimi.
Siamo corpo e anima.
Siamo quando un paesaggio ti fa commuovere.
Siamo quando tuo figlio diventa tutto il tuo mondo.
Siamo quando l’amore ti fa diventare una persona migliore.
Siamo noi. Solo noi.
Siamo esseri umani e siamo unici nella nostra inutile perfezione. Ogni nostro gesto, ogni nostro passo pensiero o ideale lo reputiamo il più alto e il più perfetto. Siamo unici nella nostra monotona uguaglianza. Siamo stelle, così come siamo polvere.
Siamo le menti e siamo il braccio. Ogni giorno torniamo alla vita ed ogni giorno i nostri sogni ci incollano la gola ad una ghigliottina di delusioni.
Siamo la vita ma rappresentiamo la morte. Siamo portatori della morte in quanto essere esistenti, viventi. Siamo la dualità. Siamo la dicotomia.
Siamo tutto perché siamo immersi nel niente, e per questo ci aggrappiamo alla nostra facoltà di sognare, di credere alla nostra felicità, all’amore e al peccato.
Siamo i figli di Dio che a Sua immagine e somiglianza sono stati creati. Siamo i figli del Diavolo perché a Sua immagine e somiglianza ogni giorno ci evolviamo.
Siamo il fruscio che si cela tra le foglie. Siamo il silenzio che rimane sospeso tra due amanti. Siamo l’anelito infinito di vita che ci segna dentro.
Siamo l’infinito.
Siamo uomini e siamo animali.
Siamo il sorriso di un neonato, siamo le carezze di nostra madre. Siamo i sogni di chi ancora sa sognare, siamo le lacrime di chi ancora sa vivere.
Siamo il tempo, la paura e la vecchiaia.
Siamo le rughe di un signore anziano che, solenne nel suo incedere, ci sembra così troppo anziano. Siamo le premure delle nonne che ci amano e ci abbracciano.
Siamo il vago profilo che ogni notte imprimiamo sul nostro cuscino e che ogni mattina cerchiamo di ritrovare negli altri.
Siamo liberi di tutti i nostri abiti firmati, degli occhiali dei braccialetti e degli orecchini. Siamo la pelle nuda e violentemente carnosa. Siamo l’urlo che spontaneo si scaglia contro gli ostacoli. Siamo il sudore e l’impegno. Siamo la lotta.
Siamo quel profumo leggero che senti quando non sei concentrato su nulla. Siamo il respiro dei bambini. Siamo anche i respiri interrotti di un atleta dopo lo sforzo.
Siamo i tasti bianchi e neri di un piano. Gli accordi incatenati tra loro.
Siamo su un’altalena in un giorno di inverno, siamo su una panchina nel freddo dell’autunno.
Siamo vita e siamo vivi. Siamo morte e siamo debolezza.
Siamo l’acqua che non smette mai di scorrere. Che nel suo procedere si inquina magari, a volte evapora troppo presto ma poi tutte le acque alla fine sfociano nel mare. Siamo tante gocce in un oceano. Siamo dieci dita nelle mani. Siamo tante mani nelle mani.
Siamo l’amore di una madre, di un padre. Siamo l’amore di chi si scambia i corpi. Siamo l’amore di chi sacrifica la propria vita. Siamo l’amore che aiuta chi davvero ne ha bisogno.
Siamo persone che tutte insieme formano un’unica persona così malfatta che sembra quasi una presa in giro. Però insieme siamo qualcuno.
Siamo la rabbia dei ragazzi esclusi. Siamo quei reietti che vogliono distruggere il mondo. Siamo il desiderio di libertà.
Siamo la musica, l’arte, il cinema. Siamo il cinema la domenica pomeriggio con gli amici. Siamo il ristorante al lume di candela con la persona che ami.
Siamo un pomeriggio speso con un amico a vivere. Siamo un pomeriggio speso con un buon libro.
Siamo tutto e quindi siamo impossibili da spiegare.
Siamo ciò che razionalmente non si riesce a giustificare. Siamo l’unione dei contrari ma siamo irrimediabilmente perfettissimi.
Siamo corpo e anima.
Siamo quando un paesaggio ti fa commuovere.
Siamo quando tuo figlio diventa tutto il tuo mondo.
Siamo quando l’amore ti fa diventare una persona migliore.
Siamo noi. Solo noi.
18 February 2008
I am
Ieri sera stavo guidando; la strada, i contorni delle case, tutto sfilava lento e noioso. Gli alberi infogliati e le luci dei lampioni che sfumavano le persone. Guidando pensavo a come il niente fosse parte di me, a come tutto questo caos che ci avvolge e ci sconvolge altro non sia che un piccolo moto confusionario in un universo tutto sommato tranquillo, che nemmeno si accorgerebbe della mia mancanza. Guidavo e intanto pensavo a quante sciocchezze ci confermiamo ogni giorno nella mente, a quanti inutili accessori ci servono per poter esser un niente.
Ci pensavo e mi chiedevo che senso avesse tutto questo. Mi domandavo se per caso questa vita non fosse altro che un frangersi e ritirarsi di onde e di maree…ciclico, monotono, tutto sommato scontato.
Dentro l’anima ti senti un impeto che sembra dover esplodere; senti come sia inaccettabile che alla fine tutto questo non abbia significato. Avverti chiaramente come questa eventualità non è nemmeno concepibile; ti rendi conto del fatto che ti stai dimenando come un ridicolo animale.
Mentre guidavo mi sembrava di avvertire questo nulla tutto intorno a me, mi sembrava di sentirlo fuoriuscire da me. Io ero il nulla; io ero la disperazione.
Troppo inutile anche per lanciarsi a tutta velocità contro un muro.
Troppo inutile per permettermi la vanità di un suicidio.
Troppo insignificante per aver questo impeto di forza.
Quale forza dovrei dimostrare? Quale forza dovrei fare esplodere? Io… io che sono semplicemente io, nella mia insulsaggine, nella mia semplicità. Io che continuo ad avvertire il nulla senza il coraggio di accettarlo. Io che ho capito quanto sia meschino tutto questo; io che sono troppo leggero; io che mi mordo le vene. Io che spero nella fortuna, in un angelo forse, in un sentire diverso da quello di ieri. Che spero in un colpo di scena che so non esistere.
Io in un’esaltazione sempiterna delle mie debolezze e dei miei difetti.
Io che non sono fedele perché troppo debole.
Io che non sono leale perché troppo debole.
Io che non sono umano perché troppo debole.
Io che non sono, perché troppo debole.
E intanto rimani con lo sguardo fisso sul niente, sui consigli che non vuoi ma che ti vengono comunque dati. Sui suggerimenti di chi pensa di poterti dire la parola giusta. E tu vorresti semplicemente qualcuno che ti facesse sentire vivo, senza voler niente per sé. Qualcuno disposto a concedersi come un’amante o forse come una puttana. Qualcuno che ti permetta di fare scempio di lei senza poi chiederti il conto…senza poi domandarti ragioni.
E intanto rimani con gli occhi umidi puntati sul senso di infinita insoddisfazione della tua vita.
E intanto rimani lì, solo, leggero, troppo leggero. Rimani a chiederti tutto questo dove può condurti. Dove può portarti la coscienza di questa condizione che dilania e viene ogni notte dilaniata.
Rimani lì, così, senza un senso, senza più domande, senza più nessuna risposta che non sia un’altra domanda.
Ci pensavo e mi chiedevo che senso avesse tutto questo. Mi domandavo se per caso questa vita non fosse altro che un frangersi e ritirarsi di onde e di maree…ciclico, monotono, tutto sommato scontato.
Dentro l’anima ti senti un impeto che sembra dover esplodere; senti come sia inaccettabile che alla fine tutto questo non abbia significato. Avverti chiaramente come questa eventualità non è nemmeno concepibile; ti rendi conto del fatto che ti stai dimenando come un ridicolo animale.
Mentre guidavo mi sembrava di avvertire questo nulla tutto intorno a me, mi sembrava di sentirlo fuoriuscire da me. Io ero il nulla; io ero la disperazione.
Troppo inutile anche per lanciarsi a tutta velocità contro un muro.
Troppo inutile per permettermi la vanità di un suicidio.
Troppo insignificante per aver questo impeto di forza.
Quale forza dovrei dimostrare? Quale forza dovrei fare esplodere? Io… io che sono semplicemente io, nella mia insulsaggine, nella mia semplicità. Io che continuo ad avvertire il nulla senza il coraggio di accettarlo. Io che ho capito quanto sia meschino tutto questo; io che sono troppo leggero; io che mi mordo le vene. Io che spero nella fortuna, in un angelo forse, in un sentire diverso da quello di ieri. Che spero in un colpo di scena che so non esistere.
Io in un’esaltazione sempiterna delle mie debolezze e dei miei difetti.
Io che non sono fedele perché troppo debole.
Io che non sono leale perché troppo debole.
Io che non sono umano perché troppo debole.
Io che non sono, perché troppo debole.
E intanto rimani con lo sguardo fisso sul niente, sui consigli che non vuoi ma che ti vengono comunque dati. Sui suggerimenti di chi pensa di poterti dire la parola giusta. E tu vorresti semplicemente qualcuno che ti facesse sentire vivo, senza voler niente per sé. Qualcuno disposto a concedersi come un’amante o forse come una puttana. Qualcuno che ti permetta di fare scempio di lei senza poi chiederti il conto…senza poi domandarti ragioni.
E intanto rimani con gli occhi umidi puntati sul senso di infinita insoddisfazione della tua vita.
E intanto rimani lì, solo, leggero, troppo leggero. Rimani a chiederti tutto questo dove può condurti. Dove può portarti la coscienza di questa condizione che dilania e viene ogni notte dilaniata.
Rimani lì, così, senza un senso, senza più domande, senza più nessuna risposta che non sia un’altra domanda.
14 February 2008
Va tutto bene?
Il cellulare vibra, è arrivato un messaggio.
So già chi è, mi immagino già cosa mi dirà.
Che noia tutto questo. Che tormento infinito.
Prendo il cellulare; lo spengo.
Per stasera sono da solo.
So già chi è, mi immagino già cosa mi dirà.
Che noia tutto questo. Che tormento infinito.
Prendo il cellulare; lo spengo.
Per stasera sono da solo.
11 February 2008
Di sera presto.. in preda al male.
Come sono tristi le storie umane… come sono banali…
Sembriamo tutti attori di uno show pietoso, lento, ripetitivo, scontato.
Corriamo come fanatici avanti e indietro alla ricerca di qualcosa… un qualcosa che non ci figuriamo, che non capiamo e che sicuramente non conosciamo. Anzi…ne conosciamo il nome ma in realtà non l’abbiamo mai sperimentato… continuiamoci a muovere, nessuna sosta.
E nel frattempo i nostri giorni appassiscono e ci rendono ogni secondo più vecchi. Ci sentiamo come profughi che vagano verso una meta che non conosco ma che si limitano ad auspicarsi.
E dopo una serata passata tra lacrime e singhiozzi ti fermi e ti domandi se il tuo è un percorso o solamente un vuoto a perdere. Ti chiedi se c’è la soluzione. Se esiste una via d’uscita.
La domanda più fremente è quella che dice “ci sarà mai qualcuno che mi farà sentire vivo?”.
Io continuo a cercare una risposta, sto cercando qualcuno che mi possa fare sentire di nuovo elettrico, qualcuno che possa ascoltare senza pensare a quanto è insipido, a quanto stupide siano le sue esternazioni. I miei amici non hanno nessuno charme su di me, si dimostrano poco, si mostrano piatti, trasparenti. Non c’è nessuno che mi fa strabuzzare gli occhi, nessuno che mi faccia emozionare quando gli parlo.
Io intanto lo cerco, continuo a vedere se esiste quel qualcuno che diventerà mio fratello, o magari si trasformerà in un mio genitore, oppure sarà qualcos’altro, qualcosa che nemmeno riesco ad immaginare.
Io cerco cerco e cerco senza nessun risultato perché non c’è nessuno che si riveli alla mia altezza, non ci sono labbra che emettono frasi realmente elettriche, non ci sono cervelli abbastanza validi.
E mi chiedo cosa mi aspetta allora. Se non c’è nessuno per me, chi devo cercare? Se davvero nessuno è pronto per capirmi, in chi posso rifugiarmi? Ho davvero solo me stesso?
Sembriamo tutti attori di uno show pietoso, lento, ripetitivo, scontato.
Corriamo come fanatici avanti e indietro alla ricerca di qualcosa… un qualcosa che non ci figuriamo, che non capiamo e che sicuramente non conosciamo. Anzi…ne conosciamo il nome ma in realtà non l’abbiamo mai sperimentato… continuiamoci a muovere, nessuna sosta.
E nel frattempo i nostri giorni appassiscono e ci rendono ogni secondo più vecchi. Ci sentiamo come profughi che vagano verso una meta che non conosco ma che si limitano ad auspicarsi.
E dopo una serata passata tra lacrime e singhiozzi ti fermi e ti domandi se il tuo è un percorso o solamente un vuoto a perdere. Ti chiedi se c’è la soluzione. Se esiste una via d’uscita.
La domanda più fremente è quella che dice “ci sarà mai qualcuno che mi farà sentire vivo?”.
Io continuo a cercare una risposta, sto cercando qualcuno che mi possa fare sentire di nuovo elettrico, qualcuno che possa ascoltare senza pensare a quanto è insipido, a quanto stupide siano le sue esternazioni. I miei amici non hanno nessuno charme su di me, si dimostrano poco, si mostrano piatti, trasparenti. Non c’è nessuno che mi fa strabuzzare gli occhi, nessuno che mi faccia emozionare quando gli parlo.
Io intanto lo cerco, continuo a vedere se esiste quel qualcuno che diventerà mio fratello, o magari si trasformerà in un mio genitore, oppure sarà qualcos’altro, qualcosa che nemmeno riesco ad immaginare.
Io cerco cerco e cerco senza nessun risultato perché non c’è nessuno che si riveli alla mia altezza, non ci sono labbra che emettono frasi realmente elettriche, non ci sono cervelli abbastanza validi.
E mi chiedo cosa mi aspetta allora. Se non c’è nessuno per me, chi devo cercare? Se davvero nessuno è pronto per capirmi, in chi posso rifugiarmi? Ho davvero solo me stesso?
03 February 2008
Velocità
La luce da verde diventa gialla, infine si assesta tremolante sul rosso. La pioggia continua a scendere fastidiosamente come un vaporoso corpo solido; il tergicristallo viaggia avanti e indietro avanti e indietro senza sosta.
Scatta nuovamente il verde e lentamente lasci la frizione…la macchina saltella in avanti e dai gas.
È appena mezzanotte e tre quarti ma questa parte della città sembra essere completamente addormentata. Qualche casupola sparsa qua e là in mezzo ai campi, i lampioni malandati ai bordi della strada. Ti senti come in mezzo al nulla.
Mentre la macchina accelera tu ingrani le marce: la seconda, la terza, e anche la quarta.
Anche se i limiti di velocità sembrano sconsigliartelo tu continui ad aumentare la tua andatura, continui ad accelerare e il rombo della macchina si fa sempre più insistente.
In mezzo alla pioggia vedi poco o nulla; la strada ampia, l’illuminazione che diventa più un fastidio che un aiuto. Sei concentrato al massimo delle tue capacità, osservi ogni frammento di realtà che riesci a percepire tra gli schizzi dell’acqua, segui la linea lucida al centro della strada. La lancetta continua a salire e tu ingrani la quinta.
La tua macchina, piccola, certamente non fatta per corse folli su una strada affogata, guaisce flebilmente mentre il contachilometri prosegue la sua scalata.
130… 140…
Ti senti un fruscio sull’asfalto, un alito improvviso e repentino che sfreccia a tutta velocità. Intanto nella radio riesci ancora a percepire il fischiettio di una canzone dei Beatles che canta di Jude e della sua vita difficile…
“..Hey Jude, don’t make it bad..”
160…170…
Ecco la tua vita, ecco la natura viscerale della tua vita: ecco ti a sfrecciare come un pazzo nella notte, con le ruote che accarezzano l’asfalto, lanciato come un anatema attraverso una strada di campagna dimenticata da Dio.
Non c’è dettaglio che ti sfugga; non c’è curva che non imbocchi con precisione assoluta, non c’è lacrima che trattieni. Con gli occhi feriti continui la tua corsa; senza espressione, senza sentimento dipinto sul viso se non quelle due lacrime parallele che ti percorrono il volto. Hai in mente solo la strada e la velocità.
180…185…
“…and anytime you feel the pain, Hey Jude refrain…”
Non capisci cosa ti spinga a volare sulla strada con quella aggressività, con quello spirito di rivalsa.
Alla fine tutto si spegne, la velocità, la realtà che sfrecciava via come se inesistente diventa nuovamente concreta. Da lontano vedi i fari rossi di una vettura che ti precede; rallenti, scali in quarta poi in terza, ti adegui alla sua andatura.
Ora sei di nuovo parte di questo mondo.
Non è nemmeno l’una di notte di sabato sera eppure ti senti esausto e vuoi solo andare a casa a dormire.
“…Hey Jude don’t make it bad...”
Scatta nuovamente il verde e lentamente lasci la frizione…la macchina saltella in avanti e dai gas.
È appena mezzanotte e tre quarti ma questa parte della città sembra essere completamente addormentata. Qualche casupola sparsa qua e là in mezzo ai campi, i lampioni malandati ai bordi della strada. Ti senti come in mezzo al nulla.
Mentre la macchina accelera tu ingrani le marce: la seconda, la terza, e anche la quarta.
Anche se i limiti di velocità sembrano sconsigliartelo tu continui ad aumentare la tua andatura, continui ad accelerare e il rombo della macchina si fa sempre più insistente.
In mezzo alla pioggia vedi poco o nulla; la strada ampia, l’illuminazione che diventa più un fastidio che un aiuto. Sei concentrato al massimo delle tue capacità, osservi ogni frammento di realtà che riesci a percepire tra gli schizzi dell’acqua, segui la linea lucida al centro della strada. La lancetta continua a salire e tu ingrani la quinta.
La tua macchina, piccola, certamente non fatta per corse folli su una strada affogata, guaisce flebilmente mentre il contachilometri prosegue la sua scalata.
130… 140…
Ti senti un fruscio sull’asfalto, un alito improvviso e repentino che sfreccia a tutta velocità. Intanto nella radio riesci ancora a percepire il fischiettio di una canzone dei Beatles che canta di Jude e della sua vita difficile…
“..Hey Jude, don’t make it bad..”
160…170…
Ecco la tua vita, ecco la natura viscerale della tua vita: ecco ti a sfrecciare come un pazzo nella notte, con le ruote che accarezzano l’asfalto, lanciato come un anatema attraverso una strada di campagna dimenticata da Dio.
Non c’è dettaglio che ti sfugga; non c’è curva che non imbocchi con precisione assoluta, non c’è lacrima che trattieni. Con gli occhi feriti continui la tua corsa; senza espressione, senza sentimento dipinto sul viso se non quelle due lacrime parallele che ti percorrono il volto. Hai in mente solo la strada e la velocità.
180…185…
“…and anytime you feel the pain, Hey Jude refrain…”
Non capisci cosa ti spinga a volare sulla strada con quella aggressività, con quello spirito di rivalsa.
Alla fine tutto si spegne, la velocità, la realtà che sfrecciava via come se inesistente diventa nuovamente concreta. Da lontano vedi i fari rossi di una vettura che ti precede; rallenti, scali in quarta poi in terza, ti adegui alla sua andatura.
Ora sei di nuovo parte di questo mondo.
Non è nemmeno l’una di notte di sabato sera eppure ti senti esausto e vuoi solo andare a casa a dormire.
“…Hey Jude don’t make it bad...”
29 January 2008
" D eci e lode"
"Premio D eci e lode"
"perchè fonde la sua visione del mondo e un'ottima scrittura"
Ho avuto l'onore di ricevere questo premio dal mio idolo Marco Montini, blogger dell'unico e inimitabile http://www.iamlocal.blogspot.com/ altrimendi detto "A LOCAL BLOG FOR LOCAL PEOPLE".
Ringrazio per il riconoscimento (il primo per questo blog modesto ma dal cuore grande, un po' come la Reggina..) e procedo alla nomina dei miei personali award:
1) http://www.iamlocal.blogspot.com/ il suddetto "A LOCAL BLOG FOR LOCAL PEOPLE", per la compagnia che sa tenere quando non sai cosa fare e la vita ti butta giù;
2) http://www.nakaswa.blogspot.com/ il blog che racconta di un viaggio indimenticabile attraverso l'Africa e non solo (peccato che mio cugino non lo aggiorni mai..)
3) http://www.davidfoldvari.blogspot.com/ il blog del mio designer grafico preferito che tiene sempre aggiornati sui suoi capolavori;
4) http://www.wollypigs.blogspoc.com/, un sito che non ho capito di cosa parla ma è pieno di foto di maiali e costolette ai ferri..
In seguito posto le regole:
1) Esporre il logo del “Premio D eci e lode” con la motivazione per cui si è ricevuto;
2) linkare il blog di chi ti ha assegnato il premio;
3) lasciare un link che si rifà al post originario
4) inserire il regolamento;
5) premiare almeno 1 blog aggiungendo la motivazione.
Odio
Odio quando le persone pensano di capirti, di sapere realmente qualcosa di te.
Odio i giorni passati a fissare un foglio bianco ad attendere che siano le parole a venire fuori da sole. Odio quando guardi gli altri e pensi che la loro erba sia effettivamente più verde della tua.
Odio il dolce e il salato, il bello e il buono, odio i dualismi, ciò che va bene e ciò che no.
Odio può voler dire mille cose ma non vuole dire nulla perché siamo noi, noi che abbiamo bisogno di odiare così come abbiamo bisogno di amare, così come abbiamo bisogno di soffrire. Sembra un ridicolo gioco: rincorrere un essere speciali che nulla centra con noi. Noi non siamo fiocchi unici e irripetibili di unica e irripetibile bellezza, siamo la stessa materia organica deperibile di chiunque altro e noi tutti siamo parte dello stesso cumulo in decomposizione.
Abbiamo bisogno della nostra tragedia e ci sentiamo bene ad essere il centro di essa.
Quando chiediamo a qualcuno come ha passato il fine settimana, lo facciamo esclusivamente per poter raccontare come abbiamo passato il nostro.
Siamo il costante protagonista della nostra serie a puntate.
Odio questa natura intrinsecamente sbagliata, congenitamente ridicola.
Odio chi si sente già maestro, chi crede di avere un dono che lo rende speciale.
Odio un’umanità che mira esclusivamente ai suoi quindici minuti di popolarità in televisione.
Odio il fatto che siamo tutti sbagliati.
Odio questo piombo, che àncora a terra un’anima di elio.
Odio i giorni passati a fissare un foglio bianco ad attendere che siano le parole a venire fuori da sole. Odio quando guardi gli altri e pensi che la loro erba sia effettivamente più verde della tua.
Odio il dolce e il salato, il bello e il buono, odio i dualismi, ciò che va bene e ciò che no.
Odio può voler dire mille cose ma non vuole dire nulla perché siamo noi, noi che abbiamo bisogno di odiare così come abbiamo bisogno di amare, così come abbiamo bisogno di soffrire. Sembra un ridicolo gioco: rincorrere un essere speciali che nulla centra con noi. Noi non siamo fiocchi unici e irripetibili di unica e irripetibile bellezza, siamo la stessa materia organica deperibile di chiunque altro e noi tutti siamo parte dello stesso cumulo in decomposizione.
Abbiamo bisogno della nostra tragedia e ci sentiamo bene ad essere il centro di essa.
Quando chiediamo a qualcuno come ha passato il fine settimana, lo facciamo esclusivamente per poter raccontare come abbiamo passato il nostro.
Siamo il costante protagonista della nostra serie a puntate.
Odio questa natura intrinsecamente sbagliata, congenitamente ridicola.
Odio chi si sente già maestro, chi crede di avere un dono che lo rende speciale.
Odio un’umanità che mira esclusivamente ai suoi quindici minuti di popolarità in televisione.
Odio il fatto che siamo tutti sbagliati.
Odio questo piombo, che àncora a terra un’anima di elio.
Come una circonferenza
Osservo il mio riflesso nello specchio e, nel frattempo, afferro il fondo tinta più chiaro che trovo tra i prodotti di mia madre. È quasi bianco.
Senza distogliere lo sguardo da me stesso comincio a spalmarmi e a distribuirmi sul volto quella maschera opaca che mi trasforma gradualmente in un viso di cera con gli occhi azzurri che sfavillano nel bianco.
Questa è la mia forma di ribellione.
Prendo da una tasca il rossetto nero che ho comprato per l’occasione e comincio a disegnare scuri solchi sui miei occhi e le mie guance. Sottolineo i contorni delle mie orbite, la linea delle mie labbra, le pieghe del mio sorriso. Piano piano mi trasformo in un agghiacciante satiro.
Guardando il nuovo me stesso che si riflette nello specchio osservo il mio corpo, nudo e fragile, che trema come una foglia nel freddo autunnale.
Spalanco la bocca e il rosso violento della mia lingua fa esplodere il bianco e il nero e d’improvviso divento un demone dell’inferno, divento uno spettro vendicatore.
Come una circonferenza ritorno al punto di partenza, mi vedo stupido e ridicolo. Mi lavo la faccia e mi vesto. Il lavandino imbrattato di nero e bianco sembra perdere i contorni.
Come una circonferenza. Odio tutto questo.
Senza distogliere lo sguardo da me stesso comincio a spalmarmi e a distribuirmi sul volto quella maschera opaca che mi trasforma gradualmente in un viso di cera con gli occhi azzurri che sfavillano nel bianco.
Questa è la mia forma di ribellione.
Prendo da una tasca il rossetto nero che ho comprato per l’occasione e comincio a disegnare scuri solchi sui miei occhi e le mie guance. Sottolineo i contorni delle mie orbite, la linea delle mie labbra, le pieghe del mio sorriso. Piano piano mi trasformo in un agghiacciante satiro.
Guardando il nuovo me stesso che si riflette nello specchio osservo il mio corpo, nudo e fragile, che trema come una foglia nel freddo autunnale.
Spalanco la bocca e il rosso violento della mia lingua fa esplodere il bianco e il nero e d’improvviso divento un demone dell’inferno, divento uno spettro vendicatore.
Come una circonferenza ritorno al punto di partenza, mi vedo stupido e ridicolo. Mi lavo la faccia e mi vesto. Il lavandino imbrattato di nero e bianco sembra perdere i contorni.
Come una circonferenza. Odio tutto questo.
24 January 2008
Macchina da scrivere
Le lettere si dipanano, ad ogni termine di riga si impilano a capo. Le lettere si srotolano in una sorta di magica apparizione. Ed è magico perché così, dal nulla, nasce qualcosa, un testo, una poesia, un pensiero.
Nasce cresce e si completa in se stesso un piccolo nucleo. Esiste in se stesso e per se stesso un nuovo pensiero che prende vita. E io sono suo creatore e imperatore.
La magia risiede nella possibilità di creare e plasmare nuovi mondi, nuovi universi, col semplice accostamento delle lettere, delle parole che unite compongono frasi.
Ognuno di questi mondi è un piccolo antro ombroso in cui nascondersi e per qualche istante, vivere una vita diversa, migliore, più felice e più colorata.
Nasce cresce e si completa in se stesso un piccolo nucleo. Esiste in se stesso e per se stesso un nuovo pensiero che prende vita. E io sono suo creatore e imperatore.
La magia risiede nella possibilità di creare e plasmare nuovi mondi, nuovi universi, col semplice accostamento delle lettere, delle parole che unite compongono frasi.
Ognuno di questi mondi è un piccolo antro ombroso in cui nascondersi e per qualche istante, vivere una vita diversa, migliore, più felice e più colorata.
15 January 2008
Requiem
Ogni giorno, al suono della sveglia, apro gli occhi stanchi, sbatto queste palpebre di cemento e inalo la prima boccata di ossigeno della giornata.
Ogni mattina, con una lama che sembra raschiare contro la mia schiena nuda, faccio lo sforzo per alzarmi dal letto e vivere.
Ogni maledetto giorno compio altri passi, che si impilano a quelli precedenti e che lentamente, inesorabilmente, mi conducono verso il niente.
Ecco cos’è la vita. Una sequenza imprecisata di passi, di sbadigli e di sveglie che scandiscono il ritmo della tua esistenza. Forse la vita non è nient’altro che cercare in un qualche modo di dare un senso, a tutti questi passi.
La vita probabilmente è un sentiero che noi rendiamo più o meno impervio e che, per tutti nessuno escluso, porta in un burrone senza fondo; nel quale possiamo limitarci a svanire. La vita come una bomba ad orologeria. La vita come eterno precipitare. La vita come sadico gioco di ruoli.
Ogni giorno osservo il mio volto rimanere identico al giorno prima, ogni giorno con gli stessi occhi tristi, con la stessa pelle tesa. Ogni giorno con un rammarico nuovo da caricarmi sulle spalle.
Il gioco terribile della vita consiste nel costringerti ad accettare tutto quello che ricevi senza chiedere senza poter fare diversamente. Un gioco che ci intrappola dal primo, all’ultimo giorno.
Ecco cos’è la vita, ecco qual è la nostra gabbia. Ecco il pantano in cui stiamo affondando.
Perché ogni giorno devi infilare le scarpe e immergerti fino alle cosce nella merda della tua esistenza, senza alcuna speranza di uscirne, senza speranza di evitare quel supplizio. È la tua ricompensa per aver accettato questo regalo che non hai mai chiesto, ma che ti è stato comunque dato.
Ogni giorno il tuo ruolo è quello di affondare in questo pantano un centimetro di più, aspettando di affogarci. Aspettando di riempirti la bocca e il naso di quella nefandezza che ci ostiniamo a chiamare vita. E l’amore? L’amore che ruolo riveste in tutto ciò? Possibile che sia null’altro che il contorno di una pietanza a base di fango e bile? Possibile?
L’amore.
L’amore è semplicemente la morfina che ci permetterà di non soffrire troppo quando il blob che chiamiamo vita ci inonderà i polmoni, stracciandoli. Poi riempirà la nostra cassa toracica fino a saturarci, ma a quel punto noi saremo già morti, perché una volta che sei stato violentato a quel modo, perdi ogni tipo di forza. L’amore non si spiega né con i concetti né con le parabole. L’amore non ha regole perché non ha senso.
Questa mattina, destato dal suono fastidioso della sveglia, apro gli occhi. Sbatto le palpebre come per togliervi la polvere. Rimango immobile ascoltando la sveglia ruggire sempre più forte.
Dalla porta entra rumore di casa, di famiglia. Dalla finestra giungono i vagiti di una città che sta cominciando a mettersi in moto.
Come ogni giorno.
Come ogni giorno.
Rimango immobile nel letto ascoltando la mia barba crescere. Sentendo i respiri accavallarsi. Non c’è scampo. Me ne rendo conto ogni secondo di più. Non esiste via di fuga da questa trappola. Non ci sono uscite, non c’è aria, non riesco più a mettere in fila i respiri.
Non riesco a ragionare. Mi manca l’aria nella bocca e la lingua mi si sta seccando. Sento i battiti irregolari mentre la sveglia sembra impazzire. Il fango dalla sua pozza balza dritto per dritto contro di me. Piano piano si stende per tutto il letto e è ovunque intorno a me. La sveglia diventa una fanfara di trombe tamburi e grancasse. Mia madre entra in camera mia proprio mentre il fango mi sta riempiendo la bocca. Il suo viso diventa una maschera di terrore, mi vede contorcermi sul letto con le mani sul cuore.
No non è al cuore, è sulla faccia, è nella bocca e nelle orecchie. Mi strangola sempre più forte. Mia madre terrorizzata e io divento sempre più paonazzo. Sento il fango che mi stride fra i denti e pizzica le mie narici, e nelle orecchie bombarda i timpani con cannonate. Sento che mi scende in gola con un sapore come quando cadi e annusi l’odore della terra nuda. Mi sta per fare esplodere. Mia mamma parla ma io non riesco a sentirla perché le mie orecchie sono piene di fango. Lei sparisce mentre la melma mi copre gli occhi e preme su di essi. Mia madre si lancia su di me. Il fango è dappertutto.
Voglio vivere.
Ogni mattina, con una lama che sembra raschiare contro la mia schiena nuda, faccio lo sforzo per alzarmi dal letto e vivere.
Ogni maledetto giorno compio altri passi, che si impilano a quelli precedenti e che lentamente, inesorabilmente, mi conducono verso il niente.
Ecco cos’è la vita. Una sequenza imprecisata di passi, di sbadigli e di sveglie che scandiscono il ritmo della tua esistenza. Forse la vita non è nient’altro che cercare in un qualche modo di dare un senso, a tutti questi passi.
La vita probabilmente è un sentiero che noi rendiamo più o meno impervio e che, per tutti nessuno escluso, porta in un burrone senza fondo; nel quale possiamo limitarci a svanire. La vita come una bomba ad orologeria. La vita come eterno precipitare. La vita come sadico gioco di ruoli.
Ogni giorno osservo il mio volto rimanere identico al giorno prima, ogni giorno con gli stessi occhi tristi, con la stessa pelle tesa. Ogni giorno con un rammarico nuovo da caricarmi sulle spalle.
Il gioco terribile della vita consiste nel costringerti ad accettare tutto quello che ricevi senza chiedere senza poter fare diversamente. Un gioco che ci intrappola dal primo, all’ultimo giorno.
Ecco cos’è la vita, ecco qual è la nostra gabbia. Ecco il pantano in cui stiamo affondando.
Perché ogni giorno devi infilare le scarpe e immergerti fino alle cosce nella merda della tua esistenza, senza alcuna speranza di uscirne, senza speranza di evitare quel supplizio. È la tua ricompensa per aver accettato questo regalo che non hai mai chiesto, ma che ti è stato comunque dato.
Ogni giorno il tuo ruolo è quello di affondare in questo pantano un centimetro di più, aspettando di affogarci. Aspettando di riempirti la bocca e il naso di quella nefandezza che ci ostiniamo a chiamare vita. E l’amore? L’amore che ruolo riveste in tutto ciò? Possibile che sia null’altro che il contorno di una pietanza a base di fango e bile? Possibile?
L’amore.
L’amore è semplicemente la morfina che ci permetterà di non soffrire troppo quando il blob che chiamiamo vita ci inonderà i polmoni, stracciandoli. Poi riempirà la nostra cassa toracica fino a saturarci, ma a quel punto noi saremo già morti, perché una volta che sei stato violentato a quel modo, perdi ogni tipo di forza. L’amore non si spiega né con i concetti né con le parabole. L’amore non ha regole perché non ha senso.
Questa mattina, destato dal suono fastidioso della sveglia, apro gli occhi. Sbatto le palpebre come per togliervi la polvere. Rimango immobile ascoltando la sveglia ruggire sempre più forte.
Dalla porta entra rumore di casa, di famiglia. Dalla finestra giungono i vagiti di una città che sta cominciando a mettersi in moto.
Come ogni giorno.
Come ogni giorno.
Rimango immobile nel letto ascoltando la mia barba crescere. Sentendo i respiri accavallarsi. Non c’è scampo. Me ne rendo conto ogni secondo di più. Non esiste via di fuga da questa trappola. Non ci sono uscite, non c’è aria, non riesco più a mettere in fila i respiri.
Non riesco a ragionare. Mi manca l’aria nella bocca e la lingua mi si sta seccando. Sento i battiti irregolari mentre la sveglia sembra impazzire. Il fango dalla sua pozza balza dritto per dritto contro di me. Piano piano si stende per tutto il letto e è ovunque intorno a me. La sveglia diventa una fanfara di trombe tamburi e grancasse. Mia madre entra in camera mia proprio mentre il fango mi sta riempiendo la bocca. Il suo viso diventa una maschera di terrore, mi vede contorcermi sul letto con le mani sul cuore.
No non è al cuore, è sulla faccia, è nella bocca e nelle orecchie. Mi strangola sempre più forte. Mia madre terrorizzata e io divento sempre più paonazzo. Sento il fango che mi stride fra i denti e pizzica le mie narici, e nelle orecchie bombarda i timpani con cannonate. Sento che mi scende in gola con un sapore come quando cadi e annusi l’odore della terra nuda. Mi sta per fare esplodere. Mia mamma parla ma io non riesco a sentirla perché le mie orecchie sono piene di fango. Lei sparisce mentre la melma mi copre gli occhi e preme su di essi. Mia madre si lancia su di me. Il fango è dappertutto.
Voglio vivere.
Nathan Scott
Il ragazzo è alto, davvero alto. Sarà un metro e novanta, forse anche qualcosina in più. Aveva i capelli piuttosto lunghi, che scendevano selvaggi fino alle spalle. Sul mento e sulle guance una barba lunga, incolta, anche quella selvaggia.
Stava seduto immobile, guardando i trofei nella loro bacheca scintillante. Guardando le foto, le copertine dei giornali, le targhe al merito.
Rimaneva seduto con lo sguardo che si attorcigliava sui quei cimeli che sembravano ad appartenere a qualcun altro, qualcuno che avrebbe ancora lottato per ottenerne altri, e altri ancora.
Si chiamava Nathan Scott, era un ragazzo alto, coi capelli lunghi e la barba non curata.
Nathan sedeva con gli occhi umidi e le braccia nervose; le mani, serrate in pugni che sembravano strozzare se stessi per la forza con cui venivano stretti; i bordi delle labbra completamente immobili, pietrificati in quella smorfia inespressiva, ma carica di rassegnazione.
Nathan era arrabbiato, era infuriato.
Quel ragazzo possente, con quella barba che sembrava ricordare un giovane marinaio, con quegli occhi così giovani, così pieni di cose da dire, ma così irrimediabilmente tristi. Con quei capelli disordinati che chiedevano di essere tagliati, pettinati. Con quei capelli che ricadevano su quegli occhi pieni d’acqua, forse per il colore azzurro, forse per un mare che stava per inondare il suo viso.
Nathan Scott, ventun anni. Il primo ragazzo proveniente da Tree Hill accettato nell’NBA. Nathan Scott il genio del canestro, Nathan Scott…il ragazzo triste.
Seduto immobile, con uno sguardo di ammirazione e uno di rabbia; con un moto di amore e uno di odio.
Nathan Scott, seduto senza parole ma con troppi sentimenti a ribollirgli dentro e soprattutto, troppe, troppe domande a cui non sapevi rispondersi.
Afferrò i cerchioni della sedia, bloccando solo il destro, per potersi voltare. Poi, con lo sguardo basso, si spinse fino alla camera da letto.
Stava seduto immobile, guardando i trofei nella loro bacheca scintillante. Guardando le foto, le copertine dei giornali, le targhe al merito.
Rimaneva seduto con lo sguardo che si attorcigliava sui quei cimeli che sembravano ad appartenere a qualcun altro, qualcuno che avrebbe ancora lottato per ottenerne altri, e altri ancora.
Si chiamava Nathan Scott, era un ragazzo alto, coi capelli lunghi e la barba non curata.
Nathan sedeva con gli occhi umidi e le braccia nervose; le mani, serrate in pugni che sembravano strozzare se stessi per la forza con cui venivano stretti; i bordi delle labbra completamente immobili, pietrificati in quella smorfia inespressiva, ma carica di rassegnazione.
Nathan era arrabbiato, era infuriato.
Quel ragazzo possente, con quella barba che sembrava ricordare un giovane marinaio, con quegli occhi così giovani, così pieni di cose da dire, ma così irrimediabilmente tristi. Con quei capelli disordinati che chiedevano di essere tagliati, pettinati. Con quei capelli che ricadevano su quegli occhi pieni d’acqua, forse per il colore azzurro, forse per un mare che stava per inondare il suo viso.
Nathan Scott, ventun anni. Il primo ragazzo proveniente da Tree Hill accettato nell’NBA. Nathan Scott il genio del canestro, Nathan Scott…il ragazzo triste.
Seduto immobile, con uno sguardo di ammirazione e uno di rabbia; con un moto di amore e uno di odio.
Nathan Scott, seduto senza parole ma con troppi sentimenti a ribollirgli dentro e soprattutto, troppe, troppe domande a cui non sapevi rispondersi.
Afferrò i cerchioni della sedia, bloccando solo il destro, per potersi voltare. Poi, con lo sguardo basso, si spinse fino alla camera da letto.
03 January 2008
Lirica e inchiostro
La poesia risiede nell’angolo più remoto e nascosto di noi. In un risvolto spesso non accessibile, sempre difficilmente districabile. La poesia non è la bellezza stupefacente di ciò che si crea, è piuttosto la consapevole costruzione di sé stessa.
La poesia è magnifica nel suo rigore che poi, successivamente, diventa bellezza. Dietro allo splendore c’è sempre un flusso esplosivo di creatività, incanalata attraverso i mezzi artistici più disparati.
La bellezza di ciò che è bello tocca i punti più profondi del nostro animo, tocca le corde che solitamente rimangono spente.
Quando scrivo, quando cerco di comporre un quadro con le parole, quando tento di farvi provare qualcosa, io mi limito a dare libero sfogo a ciò che dentro di me è contenuto. Non faccio altro che aprirmi e vedere se c’è qualcosa di buono da far fuoriuscire e incorniciare.
Ma, quando dentro di te la tua anima sta lentamente marcendo, quando il tuo regno interiore è assediato dai crampi della solitudine, dell’incomprensione, allora diventa difficile estrarre qualcosa di bello, di perfettamente bello, come un sorriso, o un paesaggio. Quando il tuo cuore sta appassendo allora i germi cominciano ad impestare tutto quanto. E diventa impossibile estrarre qualcosa che sembra bella.
Perché chi è artista, chi ha un dono, è sempre capace di creare bellezza. Ma quando il suo spirito si ammala e i cancri cominciano a divorare tutto allora la bellezza diventa qualcos’altro. Diventa sublimazione. Non è più qualcosa che piace a tutti, ma è comunque splendida. È coperta di sangue e di vermi, ma rimane per me unica e magnifica.
È una bellezza che nasce dal dolore, qualcosa che va oltre, qualcosa che si compie nella simbiosi con l’artista. Quel tipo di estetica non ha nome e non ha nemmeno successo, ma è la più vera, quella che, deturpata, violentata, sudicia, ma autentica, mostra davvero il mondo così come l’artista lo vede.
Vi domando scusa se l’evoluzione di ciò che faccio sta portando la mia opera ad un’antiestetica totale. Ad un ripiegamento del testo su se stesso per vedere quale forza sia nascosta in esso: comprimendo se stesso allora il testo mostra quale è la sua resistenza; violentando un corpo si può capire quale sia la sua capacità di reazione. Ogni parola, ogni tortuoso salto concettuale è specchio della mia mente, è rigoroso ritratto di ciò che sono.
Io sto marcendo dentro, ho bisogno di trovare un appiglio, o quanto meno un palliativo, e lo sto cercando nei miei testi. Ma per potermi affidare al mio creare devo sapere fin dove esso può giungere. Per nutrire fiducia in esso devo capire fino a dove posso spingerlo.
Ciò che scrivo, ciò che vomito, sta diventando tagliente, spigoloso, ruvido. Diventa ogni istante più abrasivo, più flaccido, più distorto.
Ma sta diventando la mia ancora di salvezza.
Sta diventando me.
La poesia è magnifica nel suo rigore che poi, successivamente, diventa bellezza. Dietro allo splendore c’è sempre un flusso esplosivo di creatività, incanalata attraverso i mezzi artistici più disparati.
La bellezza di ciò che è bello tocca i punti più profondi del nostro animo, tocca le corde che solitamente rimangono spente.
Quando scrivo, quando cerco di comporre un quadro con le parole, quando tento di farvi provare qualcosa, io mi limito a dare libero sfogo a ciò che dentro di me è contenuto. Non faccio altro che aprirmi e vedere se c’è qualcosa di buono da far fuoriuscire e incorniciare.
Ma, quando dentro di te la tua anima sta lentamente marcendo, quando il tuo regno interiore è assediato dai crampi della solitudine, dell’incomprensione, allora diventa difficile estrarre qualcosa di bello, di perfettamente bello, come un sorriso, o un paesaggio. Quando il tuo cuore sta appassendo allora i germi cominciano ad impestare tutto quanto. E diventa impossibile estrarre qualcosa che sembra bella.
Perché chi è artista, chi ha un dono, è sempre capace di creare bellezza. Ma quando il suo spirito si ammala e i cancri cominciano a divorare tutto allora la bellezza diventa qualcos’altro. Diventa sublimazione. Non è più qualcosa che piace a tutti, ma è comunque splendida. È coperta di sangue e di vermi, ma rimane per me unica e magnifica.
È una bellezza che nasce dal dolore, qualcosa che va oltre, qualcosa che si compie nella simbiosi con l’artista. Quel tipo di estetica non ha nome e non ha nemmeno successo, ma è la più vera, quella che, deturpata, violentata, sudicia, ma autentica, mostra davvero il mondo così come l’artista lo vede.
Vi domando scusa se l’evoluzione di ciò che faccio sta portando la mia opera ad un’antiestetica totale. Ad un ripiegamento del testo su se stesso per vedere quale forza sia nascosta in esso: comprimendo se stesso allora il testo mostra quale è la sua resistenza; violentando un corpo si può capire quale sia la sua capacità di reazione. Ogni parola, ogni tortuoso salto concettuale è specchio della mia mente, è rigoroso ritratto di ciò che sono.
Io sto marcendo dentro, ho bisogno di trovare un appiglio, o quanto meno un palliativo, e lo sto cercando nei miei testi. Ma per potermi affidare al mio creare devo sapere fin dove esso può giungere. Per nutrire fiducia in esso devo capire fino a dove posso spingerlo.
Ciò che scrivo, ciò che vomito, sta diventando tagliente, spigoloso, ruvido. Diventa ogni istante più abrasivo, più flaccido, più distorto.
Ma sta diventando la mia ancora di salvezza.
Sta diventando me.
28 December 2007
Work in progress..
Buongiorno mondo.
Buongiorno vita.
Buongiorno peccato.
Ogni istante speso a lottare, a gioire, o a soffrire, non è un istante andato perduto. Ogni tentativo, ogni lacrima, ogni carezza sospirata, non è un gesto volatile e vacuo.
Ogni momento di questa vita, nel bene, nel male, nel dolore e nell’amore, è un momento di crescita, di maturazione, di intimo riscatto.
Quando apri gli occhi appannati dalle lacrime che ti stavano per soffocare, quando stringi i pugni per non lasciare che il dolore si porti via tutto di te, anche quelle situazioni rimarranno custodite in te. Nel tuo cuore, nel tuo piccolo spazio.
Gli errori soprattutto, non si lasceranno dietro solo tracce dolorose e insanguinate, ma serberanno degli insegnamenti, dei consigli, dei moniti per poter, un giorno, poter costruire qualcosa di buono.
Dalla vita ho imparato questo, che soffrire è parte di essa, che la gioia è come una pepita in una miniera di carbone, un piccolo punto luminoso in mezzo alla materia grezza.
Dalla vita sto imparando a resistere, sto cercando di diventare migliore.
Spero di poter alzare un giorno lo sguardo verso il cielo.
Buongiorno vita.
Buongiorno peccato.
Ogni istante speso a lottare, a gioire, o a soffrire, non è un istante andato perduto. Ogni tentativo, ogni lacrima, ogni carezza sospirata, non è un gesto volatile e vacuo.
Ogni momento di questa vita, nel bene, nel male, nel dolore e nell’amore, è un momento di crescita, di maturazione, di intimo riscatto.
Quando apri gli occhi appannati dalle lacrime che ti stavano per soffocare, quando stringi i pugni per non lasciare che il dolore si porti via tutto di te, anche quelle situazioni rimarranno custodite in te. Nel tuo cuore, nel tuo piccolo spazio.
Gli errori soprattutto, non si lasceranno dietro solo tracce dolorose e insanguinate, ma serberanno degli insegnamenti, dei consigli, dei moniti per poter, un giorno, poter costruire qualcosa di buono.
Dalla vita ho imparato questo, che soffrire è parte di essa, che la gioia è come una pepita in una miniera di carbone, un piccolo punto luminoso in mezzo alla materia grezza.
Dalla vita sto imparando a resistere, sto cercando di diventare migliore.
Spero di poter alzare un giorno lo sguardo verso il cielo.
24 December 2007
Christmas Carrol
La vigilia di Natale. Come ogni anno, come ogni secolo, come ogni spregevole era.
Torna la vigilia, torna la mezzanotte affollata di messaggini di persone che ti rovolgono la parola unicamente stasera. Torna la massa di auguri ipocriti, o ancora peggio indifferenti.
Gli auguri tramite sms, quelli attraverso i bigliettini.
Tutti che dicono auguri. Nessuno che dice ti voglio bene.
Tutti che ti augurano felicità. Nessuno che fa nulla di concreto per avvicinarti ad essa.
Tutti che sorridono e si scambiano doni. Nessuno che si ama.
24 Dicembre. La sera dell'anno in cui la televisione è peggio del solito.
24 Dicembre. La sera in cui l'umanità si sforza di mostrarsi migliore di quanto non sia.
Ricevere, il 24 dicembre, più abbracci di quanti non se ne ricevono in un anno.
Dimostrazioni di affetto ipocrita.
24 Dicembre...tra poche ore nascerà il nostro salvatore. Sono più di duemila anni che lo aspetto. Qualcuno che mi salvi davvero.
21 December 2007
La spiaggia..
Forse è l'effetto della solitudine. O la paura di essa. O la lucida consapevolezza di essere eternamente soli.
Io rimango qui, seduto sulla sabbia, tutt'uno con la spiaggia e l'universo. Il vento, gelido, che sferza il mio volto; i capelli, tumefatti, che piangono facendo compagnia ai miei occhi.
E sull'orizzonte di un mare in burrasca vedi l'ombra di un presente che sembra destinato ad infrangersi sugli scogli acuminati.
No per favore trattieni le lacrime.
Rimanere soli, in un mondo che collassa sulla tua solitudine. Un mondo che sei tu, con le tue mani rabbiose e sporche di sangue, e frantumare in tanti minuscoli frammenti rozzi e taglienti.
E sono quei frammenti, che si conficcano in profondità, che marciscono nel profondo delle tue ferite, che ti uccidono. Come un cancro da cui non hai via di fuga. Come un cappio che inesorabilmente serra la sua presa sul tuo collo. E ti mozza il respiro.
Dopo tanti anni, in cui non ho fatto altro che deludere me stesso e chi mi stava vicino, lascio che le onde rabbiose e la spuma incandescente mi avvolgano..e prendo il largo.
Verso mete nuove, verso lidi che sembrano da lontano più luminosi ma che sono in realtà identici a quelli desolati che abbandono. Verso una tempesta minacciosa che dichiara la sua volontà di afferrarmi e farmi affogare.
Sulla sabbia, seduto, con i polsi tagliati che irrorano questi frammenti di montagne. Con le lacrime che si mischiano al sangue, con l'anima che prostrata a terra implora pietà.
Rimango sulla sabbia con di fronte quella ragazza. Quella senza volto, senza nome, ma che tante, troppe volte mi ha fatto pensare che con lei sarebbe stato diverso, che allora davvero sarei stato felice.
Ma rimani lì, seduto, immobile. Perso.
Io rimango qui, seduto sulla sabbia, tutt'uno con la spiaggia e l'universo. Il vento, gelido, che sferza il mio volto; i capelli, tumefatti, che piangono facendo compagnia ai miei occhi.
E sull'orizzonte di un mare in burrasca vedi l'ombra di un presente che sembra destinato ad infrangersi sugli scogli acuminati.
No per favore trattieni le lacrime.
Rimanere soli, in un mondo che collassa sulla tua solitudine. Un mondo che sei tu, con le tue mani rabbiose e sporche di sangue, e frantumare in tanti minuscoli frammenti rozzi e taglienti.
E sono quei frammenti, che si conficcano in profondità, che marciscono nel profondo delle tue ferite, che ti uccidono. Come un cancro da cui non hai via di fuga. Come un cappio che inesorabilmente serra la sua presa sul tuo collo. E ti mozza il respiro.
Dopo tanti anni, in cui non ho fatto altro che deludere me stesso e chi mi stava vicino, lascio che le onde rabbiose e la spuma incandescente mi avvolgano..e prendo il largo.
Verso mete nuove, verso lidi che sembrano da lontano più luminosi ma che sono in realtà identici a quelli desolati che abbandono. Verso una tempesta minacciosa che dichiara la sua volontà di afferrarmi e farmi affogare.
Sulla sabbia, seduto, con i polsi tagliati che irrorano questi frammenti di montagne. Con le lacrime che si mischiano al sangue, con l'anima che prostrata a terra implora pietà.
Rimango sulla sabbia con di fronte quella ragazza. Quella senza volto, senza nome, ma che tante, troppe volte mi ha fatto pensare che con lei sarebbe stato diverso, che allora davvero sarei stato felice.
Ma rimani lì, seduto, immobile. Perso.
19 December 2007
I.N.R.I.
Porto i jeans larghi. Troppo per la mia taglia.
Le maglie devono essere giuste. Devono farmi sembrare un po' più magro di quello che sono.
I capelli li piastro ogni mattina e li spettino per far finta di essere casual.
Se mi chiedessero perchè faccio le stupidate che faccio non saprei rispondere.
Se mi chiedessero perchè mi drogo, risponderei con un silenzio istupidito.
Se mi chiedessero cosa mi ha fatto di male il mio fegato, rimarrei muto.
Se mi chiedessero perchè non riesco ad essere la persona che vorrei, perchè non riesco a seguire i valori e le idee che reputo importanti, perchè non sono capace di accontentarmi, non saprei veramente cosa dire.
Se mi chiedessero perchè guardo in quel modo strano la persona sbagliata arrossirei forse.
Io
Io e i miei mille desideri contraddittori.
Io e i mille motivi che mi rendono scontento.
Io e me stesso.
Io e gli altri.
Cosa posso farci se non riesco essere come dovrei? Come faccio a recuperare ciò che ormai è andato?
Voglio sparire in una vampata di coriandoli e scintille, come la più bella delle colombe.
Io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio... e intanto...
questo mondo
perde i pezzi.
Il mio mondo
si disgrega.
Eccomi!
Sulla croce, con le lance a trafiggere il mio costato nudo e nervoso.
Il sangue, come corona le spine, come madre la croce.
Come amore... una speranza disillusa.
Amen
Le maglie devono essere giuste. Devono farmi sembrare un po' più magro di quello che sono.
I capelli li piastro ogni mattina e li spettino per far finta di essere casual.
Se mi chiedessero perchè faccio le stupidate che faccio non saprei rispondere.
Se mi chiedessero perchè mi drogo, risponderei con un silenzio istupidito.
Se mi chiedessero cosa mi ha fatto di male il mio fegato, rimarrei muto.
Se mi chiedessero perchè non riesco ad essere la persona che vorrei, perchè non riesco a seguire i valori e le idee che reputo importanti, perchè non sono capace di accontentarmi, non saprei veramente cosa dire.
Se mi chiedessero perchè guardo in quel modo strano la persona sbagliata arrossirei forse.
Io
Io e i miei mille desideri contraddittori.
Io e i mille motivi che mi rendono scontento.
Io e me stesso.
Io e gli altri.
Cosa posso farci se non riesco essere come dovrei? Come faccio a recuperare ciò che ormai è andato?
Voglio sparire in una vampata di coriandoli e scintille, come la più bella delle colombe.
Io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio, io voglio... e intanto...
questo mondo
perde i pezzi.
Il mio mondo
si disgrega.
Eccomi!
Sulla croce, con le lance a trafiggere il mio costato nudo e nervoso.
Il sangue, come corona le spine, come madre la croce.
Come amore... una speranza disillusa.
Amen
16 December 2007
Il signor G
Sembra quasi di riferirsi a mille anni fa quando si parla di Giorgio Gaber, quando si parla delle sue canzoni semplici, naturali e inimitabili.
Gaber, il più grande di sempre, insieme solo a Fabrizio De Andrè, scriveva canzoni che facevano ridere tutti, soprattutto chi non era poi così raffinato da aspettarsi voli aulici. Eppure sembra che Giorgio Gaber sia morto cento anni fa, sembra che i suoi capolavori siano antichi quanto quelli di Dante e Boccaccio.
E questo è molto strano, visto che si è spento il primo gennaio del 2003, appena cinque anni fa.
Ed è molto strano anche che i giovani di oggi si sentano più vicini ai Queen, agli Iron Maiden, la cui cultura non ha nulla da spartire con la nostra, la cui traccia nella storia rimane sì, ma ad un livello molto più superficiale di quella di Gaber.
Giorgio Gaber, non appartiene ad una realtà separata dalla nostra: egli riempì i teatri dagli anni settanta fino ai novanta. Mio padre mi racconta sempre di come lui, quando aveva la mia età, facesse la fila dalle sei di mattina, facendo i turni con gli amici, per poter acquistare i biglietti per gli spettacoli di Gaber.
Eppure, Gaber sembra aver poco da spartire con noi.
Eppure i miei coetanei sanno poco o nulla di Gaber.
Gaber non era un agitatore politico, Gaber non era un mito, Gaber non era una star. Giorgio Gaber era uno di noi, un uomo immerso nella società italiana, capace però di penetrarne i risvolti che solitamente rimanevano insondati.
La sua capacità di far ridere con canzoni apparentemente grossolane era una sfaccettatura del suo genio: come ho già detto Gaber era uno di noi, era un menestrello con una mente che andava al di là della realtà, proprio per questo è sempre stato sentito parte del popolo italiano, il più delle volte ne è stato anzi il portavoce.
Gaber faceva ridere e faceva piangere. Gaber ha permeato tutta la sua opera con un’integrità e una signorilità che nessuno ha mai avvicinato.
E agli spettacoli di Gaber c’erano tutti. I giovani, i vecchi, i poeti e gli operai. E tutti insieme erano un unico uomo.
Allora perché oggi Gaber è così lontano dai giovani? Perché tutti sanno le canzoni di Lucio Battisti ma pochi conoscono quelle di Gaber? Per quale motivo Gaber ha creato una frattura,tra quelli che lo conoscevano e lo amavano quando era in vita e quelli che non lo hanno mai visto e non se lo sentono vicini?
Eppure io conosco Gaber e amo le sue canzoni, mi commuovo quando ascolto “L’illogica allegria” e rido di gusto quando lo sento recitare i suoi eccezionali monologhi. In fondo la mia generazione ha tutto alla sua portata, non sarebbe infatti difficile scaricare da Internet i suoi spettacoli e gustarseli in camera da letto.
Purtroppo la risposta è che i giovani di oggi non hanno voglia di ascoltare veramente qualcuno; nessuno,o quasi, apprezza il teatro per la sua nobiltà, e il teatro di Gaber in particolare per la sua mai superata genialità. È molto più rilassante la Playstation 3, o il cellulare, o il blog su messenger.
La mia generazione viziata non farebbe mai ore di fila per uno spettacolo, o per un concerto. Oggi i biglietti si prenotano su internet. Oggi l’intrattenimento è dentro una scatola cubica e non in una platea.
La mia generazione non si commuoverebbe ascoltando “Qualcuno era comunista”, la canzone italiana più profonda, dura, vera che sia mai stata scritta. Ma molti si metterebbero a piangere al concerto dei Blue o dei Tokio Hotel per ragazzini ventenni costruiti dal marketing più spietato.
Giorgio Gaber non è mai stato commercializzato. Giorgio Gaber non è quasi mai andato in televisione, e le sue rare apparizioni non erano fatte di autocompiacimento o di autocelebrazione, erano esclusivamente opportunità per toccare un pubblico più ampio.
Mi dispiace vedere che la mia generazione ha perso, che non ama più sentirsi riempire il petto di commozione, di tenerezza e di affetto come capita solo quando si ascolta Gaber.
Giorgio Gaber ha avuto la fortuna di trovare, nel suo trentennio di successi, un’Italia che anche dopo le grandi delusioni utopistiche, aveva ancora voglia di sognare.
Ma per me è drammatico che il suo grido sia destinato a perdersi nel nulla. Che il grande dono che lui ci ha lasciato, un’eredità così piena di potenziale, venga dissipata per colpa nostra.
Noi siamo la generazione del duemila, quella con più possibilità di tutte le altre, quella proiettata nel futuro ma incapace di costruirsi basi concrete. Siamo la generazione dei computer e degli mp3, delle chiavette USB e dell’iPod, la generazione che, come diceva Gaber, ha perso.
Gaber, il più grande di sempre, insieme solo a Fabrizio De Andrè, scriveva canzoni che facevano ridere tutti, soprattutto chi non era poi così raffinato da aspettarsi voli aulici. Eppure sembra che Giorgio Gaber sia morto cento anni fa, sembra che i suoi capolavori siano antichi quanto quelli di Dante e Boccaccio.
E questo è molto strano, visto che si è spento il primo gennaio del 2003, appena cinque anni fa.
Ed è molto strano anche che i giovani di oggi si sentano più vicini ai Queen, agli Iron Maiden, la cui cultura non ha nulla da spartire con la nostra, la cui traccia nella storia rimane sì, ma ad un livello molto più superficiale di quella di Gaber.
Giorgio Gaber, non appartiene ad una realtà separata dalla nostra: egli riempì i teatri dagli anni settanta fino ai novanta. Mio padre mi racconta sempre di come lui, quando aveva la mia età, facesse la fila dalle sei di mattina, facendo i turni con gli amici, per poter acquistare i biglietti per gli spettacoli di Gaber.
Eppure, Gaber sembra aver poco da spartire con noi.
Eppure i miei coetanei sanno poco o nulla di Gaber.
Gaber non era un agitatore politico, Gaber non era un mito, Gaber non era una star. Giorgio Gaber era uno di noi, un uomo immerso nella società italiana, capace però di penetrarne i risvolti che solitamente rimanevano insondati.
La sua capacità di far ridere con canzoni apparentemente grossolane era una sfaccettatura del suo genio: come ho già detto Gaber era uno di noi, era un menestrello con una mente che andava al di là della realtà, proprio per questo è sempre stato sentito parte del popolo italiano, il più delle volte ne è stato anzi il portavoce.
Gaber faceva ridere e faceva piangere. Gaber ha permeato tutta la sua opera con un’integrità e una signorilità che nessuno ha mai avvicinato.
E agli spettacoli di Gaber c’erano tutti. I giovani, i vecchi, i poeti e gli operai. E tutti insieme erano un unico uomo.
Allora perché oggi Gaber è così lontano dai giovani? Perché tutti sanno le canzoni di Lucio Battisti ma pochi conoscono quelle di Gaber? Per quale motivo Gaber ha creato una frattura,tra quelli che lo conoscevano e lo amavano quando era in vita e quelli che non lo hanno mai visto e non se lo sentono vicini?
Eppure io conosco Gaber e amo le sue canzoni, mi commuovo quando ascolto “L’illogica allegria” e rido di gusto quando lo sento recitare i suoi eccezionali monologhi. In fondo la mia generazione ha tutto alla sua portata, non sarebbe infatti difficile scaricare da Internet i suoi spettacoli e gustarseli in camera da letto.
Purtroppo la risposta è che i giovani di oggi non hanno voglia di ascoltare veramente qualcuno; nessuno,o quasi, apprezza il teatro per la sua nobiltà, e il teatro di Gaber in particolare per la sua mai superata genialità. È molto più rilassante la Playstation 3, o il cellulare, o il blog su messenger.
La mia generazione viziata non farebbe mai ore di fila per uno spettacolo, o per un concerto. Oggi i biglietti si prenotano su internet. Oggi l’intrattenimento è dentro una scatola cubica e non in una platea.
La mia generazione non si commuoverebbe ascoltando “Qualcuno era comunista”, la canzone italiana più profonda, dura, vera che sia mai stata scritta. Ma molti si metterebbero a piangere al concerto dei Blue o dei Tokio Hotel per ragazzini ventenni costruiti dal marketing più spietato.
Giorgio Gaber non è mai stato commercializzato. Giorgio Gaber non è quasi mai andato in televisione, e le sue rare apparizioni non erano fatte di autocompiacimento o di autocelebrazione, erano esclusivamente opportunità per toccare un pubblico più ampio.
Mi dispiace vedere che la mia generazione ha perso, che non ama più sentirsi riempire il petto di commozione, di tenerezza e di affetto come capita solo quando si ascolta Gaber.
Giorgio Gaber ha avuto la fortuna di trovare, nel suo trentennio di successi, un’Italia che anche dopo le grandi delusioni utopistiche, aveva ancora voglia di sognare.
Ma per me è drammatico che il suo grido sia destinato a perdersi nel nulla. Che il grande dono che lui ci ha lasciato, un’eredità così piena di potenziale, venga dissipata per colpa nostra.
Noi siamo la generazione del duemila, quella con più possibilità di tutte le altre, quella proiettata nel futuro ma incapace di costruirsi basi concrete. Siamo la generazione dei computer e degli mp3, delle chiavette USB e dell’iPod, la generazione che, come diceva Gaber, ha perso.
11 December 2007
NEVER FEEL SO ALONE
Ogni giorno, giorno dopo giorno, avere il coraggio di ritornare su queste pagine per mostrare qualcosa di sé. Forse, dopo tanto tempo, sono disposto a mettermi qui di fronte con serenità, con lucidità.
Non sono diverso, non è che oggi sia meglio di ieri. Però, oggi, nonostante questa mia vita, voglio scrivere della mia infelicità come farebbe una persona lucida.
Non mi sono mai sentito così solo. Così benvoluto ma intimamente solo; estraneo tra queste persone che mi spaventano.
Mentre rifletto sui motivi di questa infelicità che sembra non allentare mai il suo morso su di me, mi domando se forse a essere sbagliato non sia io.
In fondo il concetto di amicizia, di complicità, è qualcosa che ci sfugge costantemente.
I marshmellows si abbrustoliscono lentamente all’eco del calore della fiamma mentre io, nella più totale solitudine del bosco, apro l’ennesima birra.
Un cartone animato che corre sul computer mentre io, da solo, lo guardo sognando.
Leggere i miei versi in solitudine fumando uno spinello.
Sognare da solo.
Confessarmi a me stesso.
Pregare da solo.
Sono solo. E lo sento tutti i giorni, tutti i giorni di più.
Mentre mi aggrappo ad un salvagente forato mi guardo intorno e non vedo nessuno pronto a salvarmi.
Mi sto aggrappando a speranze di fumo.
Sto continuando a sperare in ciò che non c’è. Basterebbe essere razionali, sinceri con se stessi, e dirsi “sono solo.”
C’è un significato se la pace la trovo nell’arte. Ossia nella quint’essenza della solitudine. L’arte è il momento in cui io, solo, divengo tutt’uno con ciò che mi circonda.
Perché continuo tutti i giorni a essere sempre lo stesso? Perché non dico tutto apertamente senza curarmi di nulla? Perché mi freno se penso di ferire gli altri?
In fondo, non è quello che fanno loro ogni giorno?
In fondo, non è ciò che mi hanno sempre fatto?
Dovrei abbandonare ogni forma di lealtà, di giustizia; vivere assecondando esclusivamente i miei capricci, prendere tutto senza lasciare nulla.
Ogni battuta di tasti mi rende più leggero, più cattivo, e sicuramente più solo.
Non sono diverso, non è che oggi sia meglio di ieri. Però, oggi, nonostante questa mia vita, voglio scrivere della mia infelicità come farebbe una persona lucida.
Non mi sono mai sentito così solo. Così benvoluto ma intimamente solo; estraneo tra queste persone che mi spaventano.
Mentre rifletto sui motivi di questa infelicità che sembra non allentare mai il suo morso su di me, mi domando se forse a essere sbagliato non sia io.
In fondo il concetto di amicizia, di complicità, è qualcosa che ci sfugge costantemente.
I marshmellows si abbrustoliscono lentamente all’eco del calore della fiamma mentre io, nella più totale solitudine del bosco, apro l’ennesima birra.
Un cartone animato che corre sul computer mentre io, da solo, lo guardo sognando.
Leggere i miei versi in solitudine fumando uno spinello.
Sognare da solo.
Confessarmi a me stesso.
Pregare da solo.
Sono solo. E lo sento tutti i giorni, tutti i giorni di più.
Mentre mi aggrappo ad un salvagente forato mi guardo intorno e non vedo nessuno pronto a salvarmi.
Mi sto aggrappando a speranze di fumo.
Sto continuando a sperare in ciò che non c’è. Basterebbe essere razionali, sinceri con se stessi, e dirsi “sono solo.”
C’è un significato se la pace la trovo nell’arte. Ossia nella quint’essenza della solitudine. L’arte è il momento in cui io, solo, divengo tutt’uno con ciò che mi circonda.
Perché continuo tutti i giorni a essere sempre lo stesso? Perché non dico tutto apertamente senza curarmi di nulla? Perché mi freno se penso di ferire gli altri?
In fondo, non è quello che fanno loro ogni giorno?
In fondo, non è ciò che mi hanno sempre fatto?
Dovrei abbandonare ogni forma di lealtà, di giustizia; vivere assecondando esclusivamente i miei capricci, prendere tutto senza lasciare nulla.
Ogni battuta di tasti mi rende più leggero, più cattivo, e sicuramente più solo.
08 December 2007
Sabato sera
Sabato sera,
la gente è fuori, si diverte, si gode l'unica serata libera della settimana.
Il fatidico sabato sera.
Io sono rimasto in casa. Da solo, per scelta. Perchè non avevo voglia di uscire, non avevo voglia di fare, ero stanco, ero forse depresso.
E mentre tutti si divertono nessuno pensa che altrove c'è gente che soffre. Persone che vivono la sofferenza nella più totale solitudine.
Tutti sono capace di mostrarsi addolorati al momento dell'esplosione, ma solo i migliori sanno restare per aiutare i feriti.
Sabato notte, di sotto le macchine continuano a sfrecciare senza pausa. L'aria fresca rotola intorno al mio corpo nudo. Le notti di dicembre sono gelide come l'acqua dell'oceano. Ma poco importa perchè questo mio corpo sta per essere congedato.
Mi viene da domandarmi cosa realmente abbia importanza. Quali siano i dettagli veramente significativi e quali senza significato.
Mi chiedo se forse non bisognerebbe ribaltare tutti gli schemi che abbiamo. Dare importanza ai soldi e tralasciare gli affetti.
Cosa è davvero importante?
L'amore? La felicità? La serenità?
Il successo? Il denaro? Il rispetto?
Forse è più giusto essere stronzi e infedeli, predatori senza scrupoli.
Le mie dita dei piedi si intorpidiscono per via del freddo. Le mani si contraggono spasmodicamente per riscaldarsi. Il cuore sobbalza.
Sono in attesa di qualcosa che non so se arriverà. Forse sono semplicemente in attesa del coraggio.
Lunghe ombre di angoscia mi avvolgono. Mi domando se sono abbastanza forte.
Ho tanti sogni, tanti progetti. Ho voglia di diventare qualcuno, voglia di amare, di conoscere nuove persone, vivere nuove passioni.
Ma è tutto così sbiadito che non sembra nemmeno concreto. La mia realtà è coperta da un velo di polvere che rende il tutto nient'altro che un sogno.
La musica continua a suonare mentre le macchine sfrecciano come piccole biglie impazzite.
Tra me e il vuoto c'è il vuoto. E un sottile ago di speranza conficcato nella mia nuca.
Mentre percorro un passo fallace mi vengono in mente tutti i motivi per non fare quella pazzia: le lacrime di mio madre, lo stupore di mio padre. Lo sbigottimento nei miei amici.
Quel falso sbigottimento di chi c'è al momento dell'esplosione, ma subito dopo se ne va.
Ma ormai è troppo tardi, il mio piede ha già superato il limite dell'equilibrio, tutto il mio corpo si sbilancia in una danza di morte.
Mi ricordo che una volta mi sono anche innamorato di un sogno.
Ormai è troppo tardi. Il vuoto assottigliandosi mi avvicina al nulla.
Sono nulla e precipitando nel nulla ne diverrò parte.
Lascio i miei sogni a qualcuno più caparbio di me.
la gente è fuori, si diverte, si gode l'unica serata libera della settimana.
Il fatidico sabato sera.
Io sono rimasto in casa. Da solo, per scelta. Perchè non avevo voglia di uscire, non avevo voglia di fare, ero stanco, ero forse depresso.
E mentre tutti si divertono nessuno pensa che altrove c'è gente che soffre. Persone che vivono la sofferenza nella più totale solitudine.
Tutti sono capace di mostrarsi addolorati al momento dell'esplosione, ma solo i migliori sanno restare per aiutare i feriti.
Sabato notte, di sotto le macchine continuano a sfrecciare senza pausa. L'aria fresca rotola intorno al mio corpo nudo. Le notti di dicembre sono gelide come l'acqua dell'oceano. Ma poco importa perchè questo mio corpo sta per essere congedato.
Mi viene da domandarmi cosa realmente abbia importanza. Quali siano i dettagli veramente significativi e quali senza significato.
Mi chiedo se forse non bisognerebbe ribaltare tutti gli schemi che abbiamo. Dare importanza ai soldi e tralasciare gli affetti.
Cosa è davvero importante?
L'amore? La felicità? La serenità?
Il successo? Il denaro? Il rispetto?
Forse è più giusto essere stronzi e infedeli, predatori senza scrupoli.
Le mie dita dei piedi si intorpidiscono per via del freddo. Le mani si contraggono spasmodicamente per riscaldarsi. Il cuore sobbalza.
Sono in attesa di qualcosa che non so se arriverà. Forse sono semplicemente in attesa del coraggio.
Lunghe ombre di angoscia mi avvolgono. Mi domando se sono abbastanza forte.
Ho tanti sogni, tanti progetti. Ho voglia di diventare qualcuno, voglia di amare, di conoscere nuove persone, vivere nuove passioni.
Ma è tutto così sbiadito che non sembra nemmeno concreto. La mia realtà è coperta da un velo di polvere che rende il tutto nient'altro che un sogno.
La musica continua a suonare mentre le macchine sfrecciano come piccole biglie impazzite.
Tra me e il vuoto c'è il vuoto. E un sottile ago di speranza conficcato nella mia nuca.
Mentre percorro un passo fallace mi vengono in mente tutti i motivi per non fare quella pazzia: le lacrime di mio madre, lo stupore di mio padre. Lo sbigottimento nei miei amici.
Quel falso sbigottimento di chi c'è al momento dell'esplosione, ma subito dopo se ne va.
Ma ormai è troppo tardi, il mio piede ha già superato il limite dell'equilibrio, tutto il mio corpo si sbilancia in una danza di morte.
Mi ricordo che una volta mi sono anche innamorato di un sogno.
Ormai è troppo tardi. Il vuoto assottigliandosi mi avvicina al nulla.
Sono nulla e precipitando nel nulla ne diverrò parte.
Lascio i miei sogni a qualcuno più caparbio di me.
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