14 September 2007

Vergine

Nel frattempo io continuavo a scrivere. Era una sensazione strana, una sorta di pulsione: ogni tanto al pomeriggio mi sedevo alla scrivania e buttavo giù qualcosa, a volte la sera tardi, quando dal peso delle mie palpebre intuivo che sarebbe stata ora di andare a dormire, mi mettevo a scrivere. Sempre senza qualcosa di predeterminato in mente, senza saper cosa ne sarebbe venuto fuori.
Esattamente non saprei spiegare il motivo, sempre se esiste, per cui scrivo. Per cui sogno di scrivere nella mia vita e riuscire a far emozionare qualcuno con la mia scrittura, con le storie partorite dalla mia mente. Mi piacerebbe che un giorno mi venissero a dire che, da qualche parte in italia, o nella mia città, o nel mondo, qualcuno ha realmente comprato un mio libro, o letto una mia storia ed è stato bene.
è questione di contatto. Il fondo della questione è che ho la paura costante che la gente stabilisca un rapporto con me perchè mi è di fronte e interagire con me rappresenta la sua unica opzione.
Non ho mai avuto amici nella mia vita, non ho mai sentito attaccamento reale per le situazioni che vivevo. Sinceramente non saprei raccontarvi un bel ricordo legato alla mia vita. Non saprei raccontarvi alcun ricordo perchè non ne ho.
Ogni giorno mi sveglio vergine della mia esistenza, illibato e ingenuo. Ogni giorno apro gli occhi e mi chiedo se il mondo è oggi un po' migliore di ieri, e se magari è arrivato il giorno giusto per cominciare una vita come la sogno. Una vita come la scrivo.
Forse il mio problema è che nella vita non riesco ad avere la forza o solo il coraggio che ho quando scrivo. Non ho coraggio di osare, coraggio di buttare fuori tutto quello che ho e di spingermi fino a dove mi possono portare le mie possiblità.
Ogni notte, mentre lentamente al cospetto del mio letto mi svesto dei miei abiti, mentre mi tolgo ad uno ad uno tutti i trabiccoli che vorrei mi rendessero più un punto rosso in mezzo a un mare bianco di persone, in quei momenti percorro il mio giorno. Cammino di nuovo attraverso i luoghi e le persone che ho vissuto.
Mentre slaccio ad uno ad uno i miei braccialetti penso alle parole che avrei voluto dire e che solo ora sembrano comporsi chiaramente nella mia testa.
Mentre appoggio i miei anelli sul comodino medito su tutto ciò che c'è stato di buono e ciò che c'è stato di marcio nella mia giornata e ogni sera, sconsolato, mi ritrovo a dare un voto sei, di fiducia, al mio giorno, sperando che il domani possa costruirsi su una fiducia che realmente non ho.
Mentre steso sopra le coperte attendo di esser trascinato nel mio varco di non-vita mi ripeto che ho una vita davanti e che ho tutte le carte in regola per essere felice.
Ogni sera, ogni giorno, da mesi, da anni.
Ogni volta sento morire qualcosa dentro di me.
Ogni volta sento di aver appena gettato a mare una pagina della mia poesia.
Ogni volta chiudo gli occhi con la speranza di un domani migliore.
E ad ogni risveglio trovo un sole cocente di delusione ad attendermi.

13 September 2007

Bufera

Cos’altro volete togliermi?
Ho perso tutto. Ho perso me stesso in primis. Ho perso tutto.
Sorrido solo quando mi lavo i denti.

Non riesco più a camminare contro questa bufera di sabbia e di pugnalate che mi sconvolge.

Volete altro sangue da me?
Volete vedermi star ancora peggio?
Volete continuare a tagliarmi a pezzi?
Volete davvero vedermi soccombere?

Avete vinto voi.
Soggiaccio alla vostra arroganza.

10 September 2007

Assolo

l'oscurità preme sulle mie spalle. Il nulla grava su me e sui miei pensieri. Oggi i sogni di un ragazzo sembrano briciole che, trasportate in questo fazzoletto di terra da un turbine di vento e foglie, sembrano dissiparsi senza raccogliersi mai.
Brandisco il pugnale alto sul mio collo, per ricordare al mio spirito che non esiste niente di eterno e niente di vero. Cammino nel verde, cammino in uno spazio delimitato da alberi e cespugli. Cammino sperduto perchè la terra sotto i miei piedi viene a mancare.
Esiste solo il dolore e solo il dolore può appartenerci.
Siamo schegge di argento che si illudono di brillare. Siamo note destinate ad affievolirsi nell'arco di un attimo, bagliori che non riescono nemmeno a illuminar la propria strada.
Siamo piume e siamo eletricità.

Torno ai miei ricordi, ai legami con un universo che vorrei si contraesse insieme a me. Imprigionato da una vita in una realtà che sembra impedirmi di mostrare al mondo la mia luce. La mia vita è un sottile strato di diamante che invece di amplificare la mia immagine la sfaccetta in mille bozze mutilate che recano solo brandelli di me.
Il cammino come proposta e la caduta come soluzione. La fuga come palliativo.
Recito i versi di chi è stato maledetto, recito i salmi di chi ora è relegato all'inferno. Verso le lacrime di che avrebbe voluto essere grande ma ha dovuto accettare di essere umano. Mostro nelle piaghe della mia pelle tutto il dolore delle speranze disilluse.
Rimango muto, seduto immobile. Scelgo le parole senza capire il io significato.

25 August 2007

Flûte

Smettete di domandarmi qual'è il mio problema. Non lo so.
Ho voglia di camminare con le cuffie nelle orecchie senza sentire nessuna delle vostre voci. Senza dovermi preoccupare delle vostre parole, delle vostre sentenze, senza dovermi preoccupare del fatto che ognuno di voi potrebbe, da un momento all'altro, tradirmi, pugnalarmi, abbandonarmi o deridermi. Come si fa ad esser felici quando si hanno amici che sembrano impugnare più coltelli che mazzi di fiori?
Il bambino può correre felice perchè non deve preoccuparsi di tutto questo. Non deve preoccuparsi di essere come gli altri vorrebbero che fosse. Non deve guardarsi le spalle da chi gli promettere di farlo per lui.
Essere diverso. Essere meglio. Essere semplicemente differente da voi.
Perchè sarebbe il mio modo per non aver pià bisogno della vostra approvazione, far qualcosa che esuli da voi, dalla vostra sfera. Voglio correre e essere diverso da te, che ti credi affidabile e importante. Voglio urlare e scrivere una canzone diversa da quelle che piacciono a voi.
Devo essere diverso e perfetto.
Devo bastare a me stesso. Per bastare a me stesso sarebbe sufficiente che io bastassi a voi. Ma non è così, non lo sarà mai perchè se riuscissi in quest'obiettivo diventerei qualcosa di pericoloso per te. Qualcosa su cui non potresti esercitare il tuo influsso, sarei qualcosa che semplicemente non potresti giudicare o disapprovare.
Questo è uno sfogo. Niente più di lettere stese in disordine con la speranza di essere lette. Questo è il conato di vomito che mi suscitate.
Questo è il limite tra me e voi.
Un limite che voglio oltrepassare per potermene poi allontanare. Come due pianeti si attraggono così io non possso sperare di scappare da un'orbita che non saprei dire se mia o vostra. Come due stelle nel cielo posso solo lanciarmi con tutte le mie forze contro di voi, sperando di resistere all'impatto, sperando di non andare in mille pezzi ma di uccidervi, di farvi tutto il male necessario a farvi spostare e lasciar libero il mio cammino verso una felicità che non considero più nemmeno un chimera.
Non la considero affatto.

26 July 2007

307 parole

C'è di certo che è strano. Che è stato imprevedibile in tutto, nel suo arrivo, nella sua crescita e nella sua fioritura. Magari sono semplicemente spaventato dal fatto che ti ho sempre amata. Forse la mia paura è di amarti fino a finire fuori da questo tempo e questo mondo.
Dalle mie piccole mani di bambino, dagli occhi impauriti di un quattordicenne solo in un banco di scuola, dal mio volto che si mostra ancora più bambino che uomo, da ognuno di questi istanti di vita che senza un vero motivo ho vissuto, il tuo volto emerge. Emerge il ricordo del tuo sorriso incerto, in bilico tra una riservatezza spontanea e una formalità imposta. Il ricordo di te sempre troppo lontana per essere raggiunta. Forse sono sempre stato al tuo fianco, forse ti amavo già quando non l'avevo capito.
Tutto si sta mostrando nella sua imprevedibile immensità.
In fondo io non ho paura proprio di nulla, anzi io adoro tutto questo...questo qualcosa che ancora non capisco e che forse non capirò mai.
Non avrei mai pensato di poter aver così tanto bisogno di qualcuno.
Mi stai spingendo fuori dal tempo. Voglio perdermi, voglio non badare a nient'altro se non a questo spicchio di perfetta immortalità.
So che ti amo. So che è magico. So che profumi di felicità. So che sei parte di me.
E ti ringrazio di tutto questo.
Per essere unica, per essere timida e dolce. Ti ringrazio per essere come vorrei tu fossi, per lasciarti amare proprio come vorrei amarti. Grazie per essere la mia migliore amica, per essere la mia spalla e la mia stampella.
Grazie per tutto questo.
Mi inchino.
E ti amo.
E ringrazio di amarti e di poterti amare.
Lo sappiamo entrambi che tutto questo c'è sempre stato.
Sappiamo entrambi che ci sarà per sempre.

24 July 2007

Ascolta e impara

Però stasera ho voglia di sognare.. impugnare il cervello e strizzarlo come una spugna, inzupparmi le mani di pensieri. Ho voglia di lasciarmi guidare dalla mente.. sempre e per sempre.. creerò un quadro di musiche e colori per sedermici di fronte e dormire.
Le parole diventano sempre di meno, i concetti li esaurisco non appena si realizzano nel mio cervello. La nascita di un pensiero lo uccide. La morte di un pensiero rende intutile provare a descriverne i contenuti.
Penso che scrivere tanto sia per chi pensa poco.

06 July 2007

Dedicato a me stesso

Questa è la storia di una canzone. Del percorso vissuto per scriverla. Di come io, nemmeno maggiorenne e senza nemmeno tutti i peli in faccia, abbia camminato a passi svelti fino a comporre quei sette minuti di musica.
È iniziato mentre da solo, nella mia stanza, ascoltavo con il mio ipod le mie canzoni preferite e, forse per malinconia, forse per qualcosa che c'era ma non mi si mostrava, decisi che avrei scritto la storia più dolce che fosse mai stata messa su carta. Così ho iniziato a pensare, e mentre pensavo scrivevo, e nel frattempo scavalcavo con la mente i miei stessi pensieri, ritrovandomi sempre un passo più in là di me stesso. Ogni tanto l’ispirazione scivolava via dalle mie mani e allora staccavo, prendevo il telefono o la moto e mi prendevo un pausa. Ma ecco che improvvisamente, durante una chiacchierata con un amico, durante una bevuta al bar, stimolata dalla musica o dal calore di questa vita, ritornava, sempre più forte, sempre più decisa. Abbandonavo tutto e mi precipitavo a scrivere parole e a riempire pentagrammi. La mia canzone prendeva forma, e tra le sue note di sviluppava la storia, la mia storia, la storia di tutti noi.
Passavano le settimane ma non potevo concludere la mia storia, non riuscivo a trovare un soffio giusto per far scivolare nel silenzio le mie parole. Come le piume dei cuscini non puoi tenerle tutte in mano perché inesorabilmente se ne scappano, così le mie note finivano per scavalcarsi a vicenda e disarmonizzare il mio piccolo jenga di piume.
Poi abbandonai l’idea di dare una conclusione al mio testamento artistico e decisi che sarebbe stata la musica a fermarsi da sé, che le parole stesse avrebbero costruito il loro recinto.
Così i miei sette minuti diventavano a volte tre, a volte dieci, a volte si perdevano nell’infinito ma alla fine decisero di chiudersi in una nota, allo scoccare del settimo minuto.

03 July 2007

Fate luce

Non saprei dire cosa o perchè sono qui. Cosa ci sto a fare da ste parti.
Voi, che avete sempre consigli e grandi perle di saggezza da sciorinare, spiegatemi qualcosa. Non lo dico in senso retorico: prendete la tastiera o il cellulare o carta e penna e venite a spiegarmi che persona sono.
Non riesco a capirmi io..figuriamoci voi.. io non so cosa sono, nn so come funziono.
Spiegatemelo.
Con uno come me, la cosa migliore è rimanere in una distante diffidenza allarmata,
essuno sa cime sono
nin è questione d parlare o d capirsi
è che io non ho senso in quello che dico o che faccio
per il semplice motivo che il concetto di "avere senso" è sfuggevole
o arbitrario
può volere dire qualunque cosa.

Io aspetto che siate voi a chiarirmi le idee.
Illuminatemi

Disperato allo specchio

Ora vattene troia che non sei altro. Stammi lontana, tieni la tua presenza alla larga. Con te ho preso uno dei granchi più clamorosi della mia vita. Ho creduto in te, e soprattutto in noi due, ho creduto a te e alle tue promesse. E ora mi ritrovo con l'anima strappata e un conto aperto con un destino al quale avevo riempito il cervello di speranze. Tutte cazzate, tutte bugie, tutte cose inventate. Dammi una spiegazione. Me la devi. Non infilare la porta in quella maniera.
Ora che te ne vai. Sono finiti i rumori, le grida, la rabbia.
Per te è cessato qualunque battito.
Cosa hai voluto tu da me? Perchè hai sprecato tutto questo tempo a mentirmi?
Esci. Ti odio. Ho sacrificato il mondo per una puttana che è incapace di provare qualunque senso di lealtà o semplicemente di umanità.
Non c'è nessuna grazia. È un ago dritto al cuore.

20 June 2007

Il treno della vita

Vorrei insegnarvi una cosa, riguardo al treno della vita. Riguardo la grande metafora della vita interpretata come un lungo viaggio in treno, nel quale si avvicenderanno tante persone, alcune si siederanno vicino a voi e vi terranno a compagnia, alcune in altri vagoni, non noteranno nemmeno la vostra presenza, altre purtroppo non potranno essere avvicinate e non potremo sederci vicino a loro perché il posto è già occupato. Ma non è niente, recita la nostra storia, perché il viaggio continua, il viaggio è fatto di continue sfide e incontri, delusioni e piacevoli novità. E bisogna sempre andare avanti, sempre tenere a mente che la propria meta è una, non dobbiamo mai dimenticarcene, perché essa prescinde le compagnie, i posti e l’avvicendarsi dei sentimenti.

Ma non è così, non lo è affatto. Solo i più fortunati possono godere del loro viaggio in tutta comodità, rammaricandosi di tanto in tanto per alcune delusioni. La vita vera, o almeno la mia vita, non è così. Il mio treno è completamente diverso.
Esistono tanti tipi di treni non è vero? Quelli lussuosi, quelli un po’ scalcinati, quelli pieni e quelli deserti. Esistono i treni che piano piano giungono alla loro meta, e quelli che volano veloci come fulmini.

Sono salito sul treno senza che nessuno me lo chiedesse, senza poter decidere se farlo o meno. Quando ero piccolo andava bene qualunque angolo del treno, andava bene perché potevo stare dovunque, mi bastava la mia immaginazione e il mio treno un po’ scalcinato diventava un fantastico treno ultraveloce, ultrasplendente, pieno di colori e di amici.
Poi sono cresciuto e ho iniziato a cercare il mio posto.
Ho camminato a lungo nel mio treno, ho attraversato tanti vagoni, tutti pieni, senza posto per me, tutti con i posti prenotati per qualcun altro, come se quella classe fosse troppo lussuosa per me.
Poi ogni tanto lungo il mio girovagare trovavo alcuni sedili, ma erano quasi sempre scomodi, o comunque non mi calzavano, io mi rassegnavo e ripartivo, pieno di fiducia, alla ricerca di un nuovo posto. Mi è capitato di trovare posti particolarmente comodi, posti con una vista stupenda, posti vicino a persone fantastiche, persone che mi rendevano felici, persone che si lasciavano amare e mi facevano sentire amato. Posti che predicevano un futuro felice. Ma puntualmente, ogni volta, arrivava un tempo in queste persone si stancavano, queste persone si convincevano che era ora che lasciassi quel posto a qualcun altro. E non contavano le lacrime, o i silenzi, o i pezzi del mio corpo e della mia anima che si laceravano, dovevo andarmene. Ancora oggi a volte, quando mi imbatto in quelle persone o in quei particolari posti, mi sento sbagliato, sento di essere di troppo, e loro, gli altri, l’altra persona, non sembra nemmeno ricordarsi di me, o non sembra nemmeno ricordarsi che un giorno, io e lei, abbiamo condiviso quel posto.

Con lo scorrere del tempo ho capito una cosa, l’ho capita sulla mia pelle. Il mio treno non è fatto per me, tutti i sedili sono scomodi, infidi e terribilmente dolorosi. I posti comodi, quelli che fanno star bene il corpo e la mente, sono riservati agli altri. I vagoni per me sono quelli vuoti, quelli con la gente dentro sembrano ostici.
Il mio treno sembra troppo spesso essermi nemico. Vorrei trovare qualcuno con cui condividere un posto, ma non lo trovo. Di solito rimango seduto con gli altri e sorrido anche se il mio posto non è quello, anche se quel sedile mi sta spezzando la schiena e vorrei urlare dal male e strappare i sedili e sfondare i muri.
Ma non posso. E per non ritrovarmi da solo vivo così. Ogni giorno, ogni mese. A volte vorrei semplicemente sentirmi a casa mia.
Perché alla lunga un viaggio scomodo fa desiderare di fermarsi, di tirare il freno d’emergenza e scendere una volta per tutte.

13 June 2007

Why we fight

Momenti di difficoltà, momenti in cui devi essere l’eroe di te stesso. Diventare salvatore di te stesso e portarti fuori dal pericolo.
Voglio essere così voglio essere un eroe.
Non sono niente.
Voglio essere un paladino, uno che riesce a dire fare pensare e combinare la cosa giusta al momento giusto. È nei momenti come questi che devi prendere il coraggio a due mani e distruggere tutto, bruciare il passato, fare tesoro dei tuoi errori e portare a totale maturazione il tuo percorso. Sei un uomo, sei un uomo che deve essere eroe. Sei il tuo eroe.
Sii pronto ad imbracciare il fucile e schierarti in prima linea, senza curarti del sangue, del sangue versato dai tuoi nemici e dai tuoi amici. Senza preoccuparti di quante ferite riusciranno ad aprirti in corpo, perché finchè i tuoi nemici continueranno a cadere esanimi sul campo di battaglia, tu avrai determinazione per non smettere di premere il grilletto.
Chiudi un occhio, prendi la mira e spara.
Uccidi.
Diventa eroe.
Sei pronto per la tua epopea.
Non cedere terreno, non ritirarti fino a quando i tuoi nemici non sono su di te ad aprirti il collo con un pugnale. Rimani impassibile. Soffri in silenzio. Sii pronto a morire.
Io voglio essere un eroe.
Voglio essere ammirato.
Non smettere mai di uccidere nemici.
In realtà
io sono qui, sul campo di battaglia, incatenato e nudo, nel bel mezzo dei due schieramenti, impossibilitato a muovermi. Sono destinato solo al macello.

Sei pronto a scendere i campo e farti ammazzare? Sei pronto alla gloria, alle medaglie, ad una lapide con il tuo nome sopra? Sei pronto per tutto questo?
Io lo vorrei essere.
È in momenti come questi che devi tirar fuori le palle e stringere il fucile con tutta la tua forza. Fin quando le tue dita non perdono sensibiltà, le tue mani sanguinano e ogni nemico giace sul campo di battaglia.
Siamo qui non per vincere ma per mostrare al mondo cosa significhi la parola gloria. Cosa rapprensenti l'ideale di coraggio in questo mondo.
Sono qui su questo campo di battaglia, prediposto al massacro mio e altrui, perchè voglio far vedere a tutta la terra che l'ultimo degli eroi è sceso tra voi.

10 June 2007

Delirio su musica fissa

In giorni come questo, giorni di buio e di silenzi, in giorni come questo io vorrei scappare. Vorrei andarmene da questa vita, da questo mondo, da questo uniforme vuoto che ci circonda e ci imprigiona. Cosa sono io? Che importanza posso darmi in questa realtà che è la più concreta rappresentazione di una svilente inconsistenza? Quale ruolo posso darmi nell’anarchia delle gerarchie? Io sono? E se sono, cosa sono? E perché?
Voglio.
Voglio poter cambiare le strutture di questo universo. Voglio parlare a quattrocchi con Dio per chiedergli un po’ di spiegazioni. Penso che perlomeno me le debba.
Tira fuori il meglio di te. Sempre.
Cerca di sopravvivere.
Scavalca il prossimo tuo e ottieni la gloria riservata solo agli eroi. È epico tutto questo. Ma paurosamente moderno. Quotidiano.
Tira fuori il meglio perché altrimenti sarai fatto fuori dal gioco.
Voglio capire me stesso. Voglio trovar una soluzione al mio disfacimento. Mi sento spacciato, mi sento appeso ad un cappio. Mi sento violentato. Mai avrei pensato. Mai.
Voglio baciarti di nuovo. Voglio guardarti negli occhi. Una voce al telefono non mi basta più. Ho bisogno del calore. Voglio pensare ed agire. Voglio non esser più schiavo di niente.
Voglio vedere l’apocalisse scendere su questa terra. Vedere i miei nemici squartati. Voglio essere redento.
Qualcuno mi spieghi come salvare la mia vita. Qualcuno mi dia le istruzioni. Da solo non ce la faccio.
Vorrei che qualcuno suonasse il pianoforte per me. Vorrei sentir della musica nuova.

Voglio
il sapore
del caldo
niente
che mi possa cullare mentre in un mare di fumo rosso guardo il tuo corpo nudo che giace nel mio letto. Ho bisogno di sentirmi vivo ancora una volta. Un’ultima volta.

21 May 2007

Is it over?

Non so più perchè e cosa scrivere.. Per chi? per quale obiettivo?
Non c'è nessuno che mi ascolta, nessuno che ci tiene a leggere quello che scrivo. I pochi che passano di qui lo fanno perchè li imploro di farlo. Che schifo.
Il mio blog come la mia vita.
Voglio staccare. Finalmente. Da tutto l'universo. Voglio galleggiare nel silenzio più tranquillo. Voglio guardare le formichine che si affaccendano al posto mio. Non ho più voglia di scrivere senza un motivo. Guardatemi negli occhi e ditemelo con tutta la vostra sincerità: "Tu non sarai mai uno scrittore." "Smetti di sognare."
Ditemelo, così magari riacquisterò un po' di fiducia. In me e in voi.
Non pensate che io non rilegga ciò che scrivo. Lo vedo quanto è lontano da ciò che vorrebbe essere. Lo vedo bene quanto lo vedete voi. Solo che voi non me lo dite perchè mi volete bene e siete qui x farmi i complimenti e non per smontarmi. Ditemi che faccio schifo, sarò contento.
Non c'è nessuno che venga qui per ascoltare delle belle pagine. Siete tutti qui perchè siete miei amici e un po' di carità non si nega a nessuno.

Non so cosa devo scrivere, non so cosa devo scrivere per comporre un capolavoro, non so se parlare di amore o di avventure, dei miei sogni o del mondo di cristallo che guardo. Non so niente. So che sono fermo al punto di partenza da anni.
Sono, anzi cerco di essere, brillante esclusivamente all'apparenza..ma quando si va a stringere sono una nullità.

È così che doveva finire?

17 May 2007

"..Vuoi una foto?..."

Cammino per la strada. Migliaia di persone e nessun affetto. Ci odiamo tutti alla stessa maniere. Tutti con la stessa, perfetta, indifferenza totale. Cammino con il freddo attorno, con il mio cappotto nero lungo lungo e la mia sciarpa di lana che mi copre la faccia. Cammino con le scarpe pesanti e le mani nelle tasche dei pantaloni. Cammino con lo sguardo sempre chino.
Per la strada siamo tutti uguali nei nostri gusci. Cammino lasciando le mie impronte sulla neve.
Tra i palazzi, tra le persone, i bianchi i neri e i gialli, in mezzo a tutto questo non si trova più niente di umano. Ho le mani infreddolite, vorrei avere un bel bicchierone di Starbucks bollente tra le mani, un caffè americano come solo qui lo sanno fare.
Mentre cammino non capisco bene se sono io a fendere coi miei passi una massa inerme di persone o loro a scivolare intorno a me, portandosi con loro le strade e tutto il mondo. Vorrei poter tornare al mio appartamento in cima al mondo e guardare tutto questa orgia di insipidezza dal comfort della mia poltrona di pelle scura. Cammino senza guardare nulla. Ho affinato i miei sensi per poter evitare le persone anche senza guardare dritto avanti a me. Ogni tanto ovviamente capita che qualcuno mi sbatta contro. Ma è normale. Come è normale che poi se ne vada ricoprendomi di insulti. Cammino per un’ora senza fermarmi e senza guardare nessuno. Mi chiedo se anche gli altri camminino senza vedermi.
Ad un certo punto una mano mi costringe a fermarmi. Mi si posa sul petto. È una mano infreddolita, con le piaghe dovute alla temperatura. È la mano di qualcuno che non ha tempo di farsi una manicure. Dietro la mano c’è una camicia pesante, con sopra un giaccone sporco.
« Vuoi una foto?».
Lentamente, davvero lentamente, alzo lo sguardo e vedo una faccia di ragazzo, di una trentina d’anni al massimo, sporco e dall’aria simpatica. « Vuoi una foto?». Lo guardo ma non so cosa dirgli.
« Se mi dai due dollari ti faccio una foto istantanei sotto l’albero. Dai che ti costa. In fondo…». Allora alzo gli occhi. Li alzo tantissimo e sopra di me vedo l’immenso albero di Natale di Central Park. Non sapevo che esistesse. Non sapevo che fosse qui.
Intanto, la mano del tizio è ancora sul mio petto. Ho capito subito che aveva bisogno di qualche spiccio e che mi sarebbe stato riconoscente se fossi stato io a darglielo. «Va bene. Ma non c’è bisogno che mi fai nessuna foto.»
«No no. Non esiste amico. Tu mi dai due dollari e io ti faccio una foto con l’albero ok? È il mio modo per dirti grazie no?!» « Ma guarda che.. Ok.. Tanto ho capito che non ti convinco..» e lui mi fa un sorriso.

Tornando a casa tiro fuori la foto dalla tasca. La rimetto via e la ritiro fuori. Non capisco perché debba avere un’espressione così ebete sulla faccia. Non lo so. Sembro uno di quei turisti che si fanno foto simboliche in giro per la città. Con quell’espressione sul viso assomiglio a un sacco della gente che vedo camminarmi affianco.
Li scruto per capire ma non riesco. A volte alzo la foto a livello dei loro volti per far un confronto ma non riesco. Sarà un cammino graduale.
Ho voglio di rivedere mio figlio. Dovrei fargli un regalo di Natale ma oggi sarà tutto chiuso.

Nessuno

Sono qui. Oggi come ieri e probabilmente anche come domani. Sono qui e ci rimango.
Sono in mezzo a tutti voi. Persone, persone che hanno tanti significati per me. Persone che odio e che amo. Persone da tenere vicine e persone da cui scappare.
Sono qui e starò bene. Starò bene perché voi lo volete e voi ne avete bisogno. Non perché ci tenete a me. Ma perché così il vostro bersaglio rimarrà sempre pronto alla lapidazione.
Non ho bisogno di nessuno. Nessuno è importante per me. Nessuno perché di nessuno io posso fidarmi. Sarete sempre pronti a scavarmi la fossa quando vi sarà comodo farlo.
Cosa potete dare voi a me? Voi che siete sempre pronti a fare la guerra poi la pace poi la guerra. Voi che pensate di sapere sempre quel è la migliore angolazione da cui giudicare la mia vita.
Voi voi voi voi voi. Voi. Voi siete voi e io sono io. Fatemi il favore di mantenere questi ruoli. Non immischiatevi per favore. Non voglio niente da nessuno di voi. Siete cattivi ipocriti e bastardi. Tutti. Seppiatelo bene. Siamo tutti merda. Non scappa nessuno. Però io mi tengo la mia e voi potete morire con la vostra.
Sono qui. Sono qui e ci rimango. Voi potete fare quello che volete. Prima o poi capirete che schifo fate. Nel frattempo continuate pure a vantarvi della vostra merda.

15 May 2007

Erika

La sera di Natale, dopo aver scaricato mio figlio a sua madre, tornai a casa e mi misi seduto sulla mia poltrona di pelle scura davanti al mio splendido televisore al plasma. Guardai tutti i programmi natalizi che trovai, ridendo di essi e della loro stupida allegria preconfezionata. Alle tre di mattina del 25 dicembre spensi la tv e andai al frigo a stapparmi una birra. Chiusi lo sportello e camminai lentamente sorseggiando il mio dolce nettare.
Camminai attraverso le stanze, guardando i muri spogli e le finestre che si affacciavano su un mondo che era davvero diversissimo da me. Dalla cima del mio palazzo potevo vedere ancora le persone piccole come puntini che si aggiravano piene di un’incontenibile allegria.
Io odiavo tutto questo.
Con la birra in mano salii in piedi sul cornicione e guardai in basso. La strada sembrava vorticare dalla paura che faceva, lontana e assassina. Lasciai cadere la birra e la vidi schiantarsi molti piani più in basso. Quel mondo laggiù, quel mondo assassino, era decisamente troppo grande per me.
Ritornai in casa, aprii lo sportellino e chiamai Erika.
«Ciao.. sì.. sì sono da solo.. se non sei impegnata vieni qui.. sì.. sì in contanti come sempre.. non ti preoccupare.. sì portali tu.. come ti pare basta che se pago poi fai quello che ti dico.. certo.. sì.. ciao..».
Infilai una mano nel cassetto di fianco al letto e ne estrassi due preservativi, in caso si dimenticasse di portarli lei, poi da sotto il materasso tirai fuori i contanti che tenevo nascosti per le grandi occasioni.
Presi un’altra birra e mi sedetti sulla mia poltrona di pelle scura. Il mondo fuori era decisamente troppo grande per me.
Ristetti un attimo poi sospirai. Non potevo fare altro anche se forse avrei voluto piangere.

02 May 2007

Again

Certe volte la sensazione è quella di aver tra le mani un pianoforte.
Le mani sono calde e vogliono muoversi. Tutta l'esecuzione è improvvisata. Tutto il repertorio è dentro di me. Ricordo le parole e le righe e le sensazioni che provavo.
E oggi, ancora, mi capita di sentir la mancanza di certi gesti, di certe persone e di certi sguardi. Probabilmente è vero che il tempo è capace di uccidere tutti i ricordi. Io aspetto ancora.

Vorrei scrivervi una storia. Per tutte le persone che sono mai capitate qui a leggere quello che io scrivo. Una specie di ringraziamento. Per chi rimane nell'ombra o come me vorrebbe essere sotto le luci della ribalta. Una storia semplice.
La storia di due ragazzi, tanto amici e forse un po' complici. Che capivano fin troppo cosa volevano l'un l'altro. Una storia che abbia un inizio e una fine, e nel mezzo si divincoli il lento dipanarsi di un gomitolo. Proprio come quelle dei romanzi. Di quelli veri. Non queste pagine sciolte che abbandono in una rete che tutto sommato nemmeno esiste.
Un libro. Uno scrittore. Un sognatore. A Dreamer.
E vorrei che insieme al mio libro allegassero un cd. In cui sono contenute tutte le canzoni che io collego a ciò che scrivo. Perchè quasi sempre quello che scrivo è figlio della musica.
Ritornando alla nostra storia. Vorrei raccontare di un'amicizia. Di un mondo di quelli allucinanti. Fatto di alcool e pazzie. Di stupidaggini fatte per assaporare la propria giovinezza. Un po' per sentirsi vivi un po' per buttarsi via.
Due ragazzi che si avvicinano e si allontanano. Si prendono e più spesso si ignorano.
Una storia che segua un filo logico. Coerente e lineare.
Fino a quando uno dei due ragazzi, quello che sognava di più, quello un po' più diverso. Che ascolta la musica che tutti deridono. Fino a quando uno dei due ragazzi, quello che assomiglia a me, rimane solo. Perchè il suo amico, il suo fratello, muore. Se ne va. Lo abbandona alla sua tragedia. Il ragazzo più bello e intelligente e con più successo lascia il suo posto ad una fetta di vuoto.
Allora il mio romanzo perde i contorni, e il filo della storia si avvolge come un cappio attorno al collo del ragazzo, che è spaventato, e che comincia a chiedersi che cazzo ci sta a fare lui qui.
E poi c'è la droga. E l'abbandono e il rifiuto dei legami. E la fuga.
Il tentativo di rinascere. Il tutto senza lacrime, senza pagine piene di patetico dolore, ma con una serie incalzante di domande e di grida che gli fanno esplodere la testa.
Fino a quando, troppo solo e ormai troppo saggio, si punta una pistola in gola e si fa saltare la testa.
E lo trovano i poliziotti come un Carlo Giuliani dei poveri, degli sconosciuti, e lo raccolgono con la stessa indifferenza, e lo posano in una bara che posano in una buca su cui la gente cammina e su cui, senza sapere assolutamente niente di niente, senza capire e senza nemmeno preoccuparsi di farlo, senza farsi domande e senza pensare di rileggere le pagine più pregne di questo romanzo, posano un fiore privo di alcun significato.
Rimane lì e dice "Io sono qui" nient'altro. Non dice nient'altro.

Ti voglio bene. Ti dico solo questo.

25 April 2007

Fiume

Per la prima volta ho deciso un titolo prima di scrivere. Per la prima volta non so cosa scrivere ma so come farlo. Vogio scrivere un fiume stordente di parole, di vuoti e di pieni.
Perchè è bello e piacevole scrivere e scrivere e scrivere. Molto simile al poter parlare e parlare. Solo che è solitario..e proprio per questo ancora migliore. Io sono come un pittore, posso creare con le mie parole quadri e paesaggi. Posso far nascere storie, posso far moriere uomini e bambini, posso spegnere il sole con un click. Posso perdermi nelle parole.
Mi sono perso in un sentimento che mi sorprende ogni giorno. Mi sono perso sulla linea di una schiene assolutamente perfetta nella sua imperfezione. Ho trovato piacere nello sguardo fuggevole di una ragazza che è la mia più cara sorella e più intima figlia. Adoro essere abbastanza pazzo da vivere come faccio.
C'è un fiume che scorre placido.
Oggi ho saputo che mia madreè come me, come io vorrei esere essere. C'è una canzone dolcissima che stanno passando ora alla radio che parla di due ragazzi che si incontrano sotto il diluvio e si amano. Sono queste le storie che fanno morire di passione. Storie di uomini e donne vicini a noi. Storie di persone che si amano sotto la pioggia. Voglio imparare a raccontare queste storie. A creare queste storie.
Il fiume ha sempre dato frutti e acqua ai villaggi.
Voglio sapere tutto. Voglio amare tutti e tutto e tutte. Voglio stringere ogni persona e voglio allo stesso tempo mantenere il mio alone di falso mistero. La mia aura illusoria di mancata genialità. Io non sono niente se non un illuso che pesa di saper fare qualcosa.
Ma un giorno il fiume, ingrossato dalle pioggie,uscì di suoi argini.
Qualcuno dei miei amici non mi capisce. I miei genitori mi lasciano fare perchè in fondo a diciottanni si può ancora fare il sognatore. Ancora. Prima di dover abbandonare per sempre i sogni e perderli nella routine sconsalata e disillusa di un destino semplicemente sterile.
Al fiume non interessavno le sorti delle popolazioni, non era quello il suo compito.
Io scrivo pr potervi dare un'impressione. Suscitare un'emozione e un sentiento. Per stendere su di voi il velo del mio sentire. Perchè voglio essere come un musicita che sa far cantare agli altri le canzoni che lui crea. Io vogli scrivere ibri che voi possiate leggere. Amo chiunque sia disposto leggere quello che Scrivo. Anche se mi stroncasse, non mi interessa assolutamente. L'unica cosa che mi preme è quella di farvi capire perchè scrivo. E vi giuro, vi giuro su Dio che imparerò a farlo. Imparerò a suscitare sentimenti nelle personne. Sempre pù forti, sempre più intensi Capaci di farvi ridere o piangere. Spero i riuscire a piacere a qualcuno.
Io so il perchè scrivo. Il come e il cosa cambia a secpnda delle situazoni.

Le palpebre lottano per chudersi sui miei occhi. Cercano di distentdersi per potersi abbandonare sui miei occhi e costringerli a sognare piuttosto che a scrivere. Io ho paura, perchè è di notte che in me nascono le radici di quello che scrivo, è in quell'attimo prima di addormentarmi che risiedono le mie idee. In quell'istante balzano fuori. Tante volte me le dimentico nel momento stesso.
Però ci sono e ci rimangono. Magari rimarranno lì finchè qualcun altro le raccoglierà e ne faràun caplavoro. Sono l'Ulisse di cui tutti hanno bisogno. Sono un becchino che si rifiuta di vedere la gente morire.
Io amo la mia vitta perchè mi obbliga a scrivere anche quando non vorrei. Amo la scrittura perchè mi costringe a vivere anche quando non vorrei. E viceversa.

Il fiume quel giorno inondò la valle e uccise tutti quanti.

Esordi

Sono in piedi davanti a un pubblico. Io e i miei fogli pronti a debuttare davanti alla gente.
Sono da solo con le mie lettere, i miei piedi e le mie mani sudate. Sono un po' preoccupato.
Sciolgo i nervi, scrocchio il collo e ripasso mentalmente le mie parole, la mia "introduzione alla lettura". I miei appunti sembrano nervosi quanto me. Il microfono aspetta silenzioso qualche parola graffiante. Il pubblico mi guarda curioso. Sono qui tutti per me.
Avvicino le labbra al microfono. Guardo il cielo.
Le nuvole mi vorrebbero rilassare ma non ci riescono. Mi vengono in mente tante cose, mentre inspiro l'aria da tramutare in voce e mi preparo a parlare..mi vengono in mente milioni di parole, di mia madre, le parole dei miei amici, delle persone che mi hanno detto "tu hai talento, credi inte e vai dritto per dritto..", delle persone che mi hanno detto "..a me non piace però è davvero bello..". Mentre le mie labra si dischiudono penso ai banchi di scuola su cui ho versato i miei anni migliori, penso alle serate a leggere, alle nottate insonni con la lampada e i libri. Penso a tutti i miei miti e le mie star, ai miei cantanti ai miei scrittori e ai miei registi. Penso a mia madre che amava scrivere e che era mille volte più brava di me. Era più brava di me a spiegare, a ridere, a soffrire e a scrivere. Le sarebbe piaciuto vedermi qui sopra.
Penso a tutte le persone che passeranno a leggere le cose che scrivo. Penso a i mesi spesi nella contemplazione della letteratura.
Lentamente lascio cadere dalla mia mano gil appunti in cui mi ero annotato la mia intoduzione e improvviso. Come ho sempre fatto.
"A tutte le persone che siedono in questa sala. So che per voi io non sono nulla. Sono solo un ragazzo che ha avuto un'occasione assurda a poter esporvi i mei scritti. Ecco. Se pensate di esser venuti a sentire esclusivamente i vegheggiamenti di un ragazzino allora non avete capito. E non capirete quello che vi leggerò. Io sono uno scrittore non un bambino."
Silenzio in sala. L'unica persona che sorride è una vecchietta in fondo alla sala.
Sono un idiota.
Meglio così.

16 April 2007

Ave

Il rumore è quello delle unghie sulla lavagna.
Lo sfondo è un deserto di roccia.
Il colore è il rosso del sangue.
Il sangue è quello di un bambino.
Il pianto, il mio.