20 June 2007

Il treno della vita

Vorrei insegnarvi una cosa, riguardo al treno della vita. Riguardo la grande metafora della vita interpretata come un lungo viaggio in treno, nel quale si avvicenderanno tante persone, alcune si siederanno vicino a voi e vi terranno a compagnia, alcune in altri vagoni, non noteranno nemmeno la vostra presenza, altre purtroppo non potranno essere avvicinate e non potremo sederci vicino a loro perché il posto è già occupato. Ma non è niente, recita la nostra storia, perché il viaggio continua, il viaggio è fatto di continue sfide e incontri, delusioni e piacevoli novità. E bisogna sempre andare avanti, sempre tenere a mente che la propria meta è una, non dobbiamo mai dimenticarcene, perché essa prescinde le compagnie, i posti e l’avvicendarsi dei sentimenti.

Ma non è così, non lo è affatto. Solo i più fortunati possono godere del loro viaggio in tutta comodità, rammaricandosi di tanto in tanto per alcune delusioni. La vita vera, o almeno la mia vita, non è così. Il mio treno è completamente diverso.
Esistono tanti tipi di treni non è vero? Quelli lussuosi, quelli un po’ scalcinati, quelli pieni e quelli deserti. Esistono i treni che piano piano giungono alla loro meta, e quelli che volano veloci come fulmini.

Sono salito sul treno senza che nessuno me lo chiedesse, senza poter decidere se farlo o meno. Quando ero piccolo andava bene qualunque angolo del treno, andava bene perché potevo stare dovunque, mi bastava la mia immaginazione e il mio treno un po’ scalcinato diventava un fantastico treno ultraveloce, ultrasplendente, pieno di colori e di amici.
Poi sono cresciuto e ho iniziato a cercare il mio posto.
Ho camminato a lungo nel mio treno, ho attraversato tanti vagoni, tutti pieni, senza posto per me, tutti con i posti prenotati per qualcun altro, come se quella classe fosse troppo lussuosa per me.
Poi ogni tanto lungo il mio girovagare trovavo alcuni sedili, ma erano quasi sempre scomodi, o comunque non mi calzavano, io mi rassegnavo e ripartivo, pieno di fiducia, alla ricerca di un nuovo posto. Mi è capitato di trovare posti particolarmente comodi, posti con una vista stupenda, posti vicino a persone fantastiche, persone che mi rendevano felici, persone che si lasciavano amare e mi facevano sentire amato. Posti che predicevano un futuro felice. Ma puntualmente, ogni volta, arrivava un tempo in queste persone si stancavano, queste persone si convincevano che era ora che lasciassi quel posto a qualcun altro. E non contavano le lacrime, o i silenzi, o i pezzi del mio corpo e della mia anima che si laceravano, dovevo andarmene. Ancora oggi a volte, quando mi imbatto in quelle persone o in quei particolari posti, mi sento sbagliato, sento di essere di troppo, e loro, gli altri, l’altra persona, non sembra nemmeno ricordarsi di me, o non sembra nemmeno ricordarsi che un giorno, io e lei, abbiamo condiviso quel posto.

Con lo scorrere del tempo ho capito una cosa, l’ho capita sulla mia pelle. Il mio treno non è fatto per me, tutti i sedili sono scomodi, infidi e terribilmente dolorosi. I posti comodi, quelli che fanno star bene il corpo e la mente, sono riservati agli altri. I vagoni per me sono quelli vuoti, quelli con la gente dentro sembrano ostici.
Il mio treno sembra troppo spesso essermi nemico. Vorrei trovare qualcuno con cui condividere un posto, ma non lo trovo. Di solito rimango seduto con gli altri e sorrido anche se il mio posto non è quello, anche se quel sedile mi sta spezzando la schiena e vorrei urlare dal male e strappare i sedili e sfondare i muri.
Ma non posso. E per non ritrovarmi da solo vivo così. Ogni giorno, ogni mese. A volte vorrei semplicemente sentirmi a casa mia.
Perché alla lunga un viaggio scomodo fa desiderare di fermarsi, di tirare il freno d’emergenza e scendere una volta per tutte.

13 June 2007

Why we fight

Momenti di difficoltà, momenti in cui devi essere l’eroe di te stesso. Diventare salvatore di te stesso e portarti fuori dal pericolo.
Voglio essere così voglio essere un eroe.
Non sono niente.
Voglio essere un paladino, uno che riesce a dire fare pensare e combinare la cosa giusta al momento giusto. È nei momenti come questi che devi prendere il coraggio a due mani e distruggere tutto, bruciare il passato, fare tesoro dei tuoi errori e portare a totale maturazione il tuo percorso. Sei un uomo, sei un uomo che deve essere eroe. Sei il tuo eroe.
Sii pronto ad imbracciare il fucile e schierarti in prima linea, senza curarti del sangue, del sangue versato dai tuoi nemici e dai tuoi amici. Senza preoccuparti di quante ferite riusciranno ad aprirti in corpo, perché finchè i tuoi nemici continueranno a cadere esanimi sul campo di battaglia, tu avrai determinazione per non smettere di premere il grilletto.
Chiudi un occhio, prendi la mira e spara.
Uccidi.
Diventa eroe.
Sei pronto per la tua epopea.
Non cedere terreno, non ritirarti fino a quando i tuoi nemici non sono su di te ad aprirti il collo con un pugnale. Rimani impassibile. Soffri in silenzio. Sii pronto a morire.
Io voglio essere un eroe.
Voglio essere ammirato.
Non smettere mai di uccidere nemici.
In realtà
io sono qui, sul campo di battaglia, incatenato e nudo, nel bel mezzo dei due schieramenti, impossibilitato a muovermi. Sono destinato solo al macello.

Sei pronto a scendere i campo e farti ammazzare? Sei pronto alla gloria, alle medaglie, ad una lapide con il tuo nome sopra? Sei pronto per tutto questo?
Io lo vorrei essere.
È in momenti come questi che devi tirar fuori le palle e stringere il fucile con tutta la tua forza. Fin quando le tue dita non perdono sensibiltà, le tue mani sanguinano e ogni nemico giace sul campo di battaglia.
Siamo qui non per vincere ma per mostrare al mondo cosa significhi la parola gloria. Cosa rapprensenti l'ideale di coraggio in questo mondo.
Sono qui su questo campo di battaglia, prediposto al massacro mio e altrui, perchè voglio far vedere a tutta la terra che l'ultimo degli eroi è sceso tra voi.

10 June 2007

Delirio su musica fissa

In giorni come questo, giorni di buio e di silenzi, in giorni come questo io vorrei scappare. Vorrei andarmene da questa vita, da questo mondo, da questo uniforme vuoto che ci circonda e ci imprigiona. Cosa sono io? Che importanza posso darmi in questa realtà che è la più concreta rappresentazione di una svilente inconsistenza? Quale ruolo posso darmi nell’anarchia delle gerarchie? Io sono? E se sono, cosa sono? E perché?
Voglio.
Voglio poter cambiare le strutture di questo universo. Voglio parlare a quattrocchi con Dio per chiedergli un po’ di spiegazioni. Penso che perlomeno me le debba.
Tira fuori il meglio di te. Sempre.
Cerca di sopravvivere.
Scavalca il prossimo tuo e ottieni la gloria riservata solo agli eroi. È epico tutto questo. Ma paurosamente moderno. Quotidiano.
Tira fuori il meglio perché altrimenti sarai fatto fuori dal gioco.
Voglio capire me stesso. Voglio trovar una soluzione al mio disfacimento. Mi sento spacciato, mi sento appeso ad un cappio. Mi sento violentato. Mai avrei pensato. Mai.
Voglio baciarti di nuovo. Voglio guardarti negli occhi. Una voce al telefono non mi basta più. Ho bisogno del calore. Voglio pensare ed agire. Voglio non esser più schiavo di niente.
Voglio vedere l’apocalisse scendere su questa terra. Vedere i miei nemici squartati. Voglio essere redento.
Qualcuno mi spieghi come salvare la mia vita. Qualcuno mi dia le istruzioni. Da solo non ce la faccio.
Vorrei che qualcuno suonasse il pianoforte per me. Vorrei sentir della musica nuova.

Voglio
il sapore
del caldo
niente
che mi possa cullare mentre in un mare di fumo rosso guardo il tuo corpo nudo che giace nel mio letto. Ho bisogno di sentirmi vivo ancora una volta. Un’ultima volta.

21 May 2007

Is it over?

Non so più perchè e cosa scrivere.. Per chi? per quale obiettivo?
Non c'è nessuno che mi ascolta, nessuno che ci tiene a leggere quello che scrivo. I pochi che passano di qui lo fanno perchè li imploro di farlo. Che schifo.
Il mio blog come la mia vita.
Voglio staccare. Finalmente. Da tutto l'universo. Voglio galleggiare nel silenzio più tranquillo. Voglio guardare le formichine che si affaccendano al posto mio. Non ho più voglia di scrivere senza un motivo. Guardatemi negli occhi e ditemelo con tutta la vostra sincerità: "Tu non sarai mai uno scrittore." "Smetti di sognare."
Ditemelo, così magari riacquisterò un po' di fiducia. In me e in voi.
Non pensate che io non rilegga ciò che scrivo. Lo vedo quanto è lontano da ciò che vorrebbe essere. Lo vedo bene quanto lo vedete voi. Solo che voi non me lo dite perchè mi volete bene e siete qui x farmi i complimenti e non per smontarmi. Ditemi che faccio schifo, sarò contento.
Non c'è nessuno che venga qui per ascoltare delle belle pagine. Siete tutti qui perchè siete miei amici e un po' di carità non si nega a nessuno.

Non so cosa devo scrivere, non so cosa devo scrivere per comporre un capolavoro, non so se parlare di amore o di avventure, dei miei sogni o del mondo di cristallo che guardo. Non so niente. So che sono fermo al punto di partenza da anni.
Sono, anzi cerco di essere, brillante esclusivamente all'apparenza..ma quando si va a stringere sono una nullità.

È così che doveva finire?

17 May 2007

"..Vuoi una foto?..."

Cammino per la strada. Migliaia di persone e nessun affetto. Ci odiamo tutti alla stessa maniere. Tutti con la stessa, perfetta, indifferenza totale. Cammino con il freddo attorno, con il mio cappotto nero lungo lungo e la mia sciarpa di lana che mi copre la faccia. Cammino con le scarpe pesanti e le mani nelle tasche dei pantaloni. Cammino con lo sguardo sempre chino.
Per la strada siamo tutti uguali nei nostri gusci. Cammino lasciando le mie impronte sulla neve.
Tra i palazzi, tra le persone, i bianchi i neri e i gialli, in mezzo a tutto questo non si trova più niente di umano. Ho le mani infreddolite, vorrei avere un bel bicchierone di Starbucks bollente tra le mani, un caffè americano come solo qui lo sanno fare.
Mentre cammino non capisco bene se sono io a fendere coi miei passi una massa inerme di persone o loro a scivolare intorno a me, portandosi con loro le strade e tutto il mondo. Vorrei poter tornare al mio appartamento in cima al mondo e guardare tutto questa orgia di insipidezza dal comfort della mia poltrona di pelle scura. Cammino senza guardare nulla. Ho affinato i miei sensi per poter evitare le persone anche senza guardare dritto avanti a me. Ogni tanto ovviamente capita che qualcuno mi sbatta contro. Ma è normale. Come è normale che poi se ne vada ricoprendomi di insulti. Cammino per un’ora senza fermarmi e senza guardare nessuno. Mi chiedo se anche gli altri camminino senza vedermi.
Ad un certo punto una mano mi costringe a fermarmi. Mi si posa sul petto. È una mano infreddolita, con le piaghe dovute alla temperatura. È la mano di qualcuno che non ha tempo di farsi una manicure. Dietro la mano c’è una camicia pesante, con sopra un giaccone sporco.
« Vuoi una foto?».
Lentamente, davvero lentamente, alzo lo sguardo e vedo una faccia di ragazzo, di una trentina d’anni al massimo, sporco e dall’aria simpatica. « Vuoi una foto?». Lo guardo ma non so cosa dirgli.
« Se mi dai due dollari ti faccio una foto istantanei sotto l’albero. Dai che ti costa. In fondo…». Allora alzo gli occhi. Li alzo tantissimo e sopra di me vedo l’immenso albero di Natale di Central Park. Non sapevo che esistesse. Non sapevo che fosse qui.
Intanto, la mano del tizio è ancora sul mio petto. Ho capito subito che aveva bisogno di qualche spiccio e che mi sarebbe stato riconoscente se fossi stato io a darglielo. «Va bene. Ma non c’è bisogno che mi fai nessuna foto.»
«No no. Non esiste amico. Tu mi dai due dollari e io ti faccio una foto con l’albero ok? È il mio modo per dirti grazie no?!» « Ma guarda che.. Ok.. Tanto ho capito che non ti convinco..» e lui mi fa un sorriso.

Tornando a casa tiro fuori la foto dalla tasca. La rimetto via e la ritiro fuori. Non capisco perché debba avere un’espressione così ebete sulla faccia. Non lo so. Sembro uno di quei turisti che si fanno foto simboliche in giro per la città. Con quell’espressione sul viso assomiglio a un sacco della gente che vedo camminarmi affianco.
Li scruto per capire ma non riesco. A volte alzo la foto a livello dei loro volti per far un confronto ma non riesco. Sarà un cammino graduale.
Ho voglio di rivedere mio figlio. Dovrei fargli un regalo di Natale ma oggi sarà tutto chiuso.

Nessuno

Sono qui. Oggi come ieri e probabilmente anche come domani. Sono qui e ci rimango.
Sono in mezzo a tutti voi. Persone, persone che hanno tanti significati per me. Persone che odio e che amo. Persone da tenere vicine e persone da cui scappare.
Sono qui e starò bene. Starò bene perché voi lo volete e voi ne avete bisogno. Non perché ci tenete a me. Ma perché così il vostro bersaglio rimarrà sempre pronto alla lapidazione.
Non ho bisogno di nessuno. Nessuno è importante per me. Nessuno perché di nessuno io posso fidarmi. Sarete sempre pronti a scavarmi la fossa quando vi sarà comodo farlo.
Cosa potete dare voi a me? Voi che siete sempre pronti a fare la guerra poi la pace poi la guerra. Voi che pensate di sapere sempre quel è la migliore angolazione da cui giudicare la mia vita.
Voi voi voi voi voi. Voi. Voi siete voi e io sono io. Fatemi il favore di mantenere questi ruoli. Non immischiatevi per favore. Non voglio niente da nessuno di voi. Siete cattivi ipocriti e bastardi. Tutti. Seppiatelo bene. Siamo tutti merda. Non scappa nessuno. Però io mi tengo la mia e voi potete morire con la vostra.
Sono qui. Sono qui e ci rimango. Voi potete fare quello che volete. Prima o poi capirete che schifo fate. Nel frattempo continuate pure a vantarvi della vostra merda.

15 May 2007

Erika

La sera di Natale, dopo aver scaricato mio figlio a sua madre, tornai a casa e mi misi seduto sulla mia poltrona di pelle scura davanti al mio splendido televisore al plasma. Guardai tutti i programmi natalizi che trovai, ridendo di essi e della loro stupida allegria preconfezionata. Alle tre di mattina del 25 dicembre spensi la tv e andai al frigo a stapparmi una birra. Chiusi lo sportello e camminai lentamente sorseggiando il mio dolce nettare.
Camminai attraverso le stanze, guardando i muri spogli e le finestre che si affacciavano su un mondo che era davvero diversissimo da me. Dalla cima del mio palazzo potevo vedere ancora le persone piccole come puntini che si aggiravano piene di un’incontenibile allegria.
Io odiavo tutto questo.
Con la birra in mano salii in piedi sul cornicione e guardai in basso. La strada sembrava vorticare dalla paura che faceva, lontana e assassina. Lasciai cadere la birra e la vidi schiantarsi molti piani più in basso. Quel mondo laggiù, quel mondo assassino, era decisamente troppo grande per me.
Ritornai in casa, aprii lo sportellino e chiamai Erika.
«Ciao.. sì.. sì sono da solo.. se non sei impegnata vieni qui.. sì.. sì in contanti come sempre.. non ti preoccupare.. sì portali tu.. come ti pare basta che se pago poi fai quello che ti dico.. certo.. sì.. ciao..».
Infilai una mano nel cassetto di fianco al letto e ne estrassi due preservativi, in caso si dimenticasse di portarli lei, poi da sotto il materasso tirai fuori i contanti che tenevo nascosti per le grandi occasioni.
Presi un’altra birra e mi sedetti sulla mia poltrona di pelle scura. Il mondo fuori era decisamente troppo grande per me.
Ristetti un attimo poi sospirai. Non potevo fare altro anche se forse avrei voluto piangere.

02 May 2007

Again

Certe volte la sensazione è quella di aver tra le mani un pianoforte.
Le mani sono calde e vogliono muoversi. Tutta l'esecuzione è improvvisata. Tutto il repertorio è dentro di me. Ricordo le parole e le righe e le sensazioni che provavo.
E oggi, ancora, mi capita di sentir la mancanza di certi gesti, di certe persone e di certi sguardi. Probabilmente è vero che il tempo è capace di uccidere tutti i ricordi. Io aspetto ancora.

Vorrei scrivervi una storia. Per tutte le persone che sono mai capitate qui a leggere quello che io scrivo. Una specie di ringraziamento. Per chi rimane nell'ombra o come me vorrebbe essere sotto le luci della ribalta. Una storia semplice.
La storia di due ragazzi, tanto amici e forse un po' complici. Che capivano fin troppo cosa volevano l'un l'altro. Una storia che abbia un inizio e una fine, e nel mezzo si divincoli il lento dipanarsi di un gomitolo. Proprio come quelle dei romanzi. Di quelli veri. Non queste pagine sciolte che abbandono in una rete che tutto sommato nemmeno esiste.
Un libro. Uno scrittore. Un sognatore. A Dreamer.
E vorrei che insieme al mio libro allegassero un cd. In cui sono contenute tutte le canzoni che io collego a ciò che scrivo. Perchè quasi sempre quello che scrivo è figlio della musica.
Ritornando alla nostra storia. Vorrei raccontare di un'amicizia. Di un mondo di quelli allucinanti. Fatto di alcool e pazzie. Di stupidaggini fatte per assaporare la propria giovinezza. Un po' per sentirsi vivi un po' per buttarsi via.
Due ragazzi che si avvicinano e si allontanano. Si prendono e più spesso si ignorano.
Una storia che segua un filo logico. Coerente e lineare.
Fino a quando uno dei due ragazzi, quello che sognava di più, quello un po' più diverso. Che ascolta la musica che tutti deridono. Fino a quando uno dei due ragazzi, quello che assomiglia a me, rimane solo. Perchè il suo amico, il suo fratello, muore. Se ne va. Lo abbandona alla sua tragedia. Il ragazzo più bello e intelligente e con più successo lascia il suo posto ad una fetta di vuoto.
Allora il mio romanzo perde i contorni, e il filo della storia si avvolge come un cappio attorno al collo del ragazzo, che è spaventato, e che comincia a chiedersi che cazzo ci sta a fare lui qui.
E poi c'è la droga. E l'abbandono e il rifiuto dei legami. E la fuga.
Il tentativo di rinascere. Il tutto senza lacrime, senza pagine piene di patetico dolore, ma con una serie incalzante di domande e di grida che gli fanno esplodere la testa.
Fino a quando, troppo solo e ormai troppo saggio, si punta una pistola in gola e si fa saltare la testa.
E lo trovano i poliziotti come un Carlo Giuliani dei poveri, degli sconosciuti, e lo raccolgono con la stessa indifferenza, e lo posano in una bara che posano in una buca su cui la gente cammina e su cui, senza sapere assolutamente niente di niente, senza capire e senza nemmeno preoccuparsi di farlo, senza farsi domande e senza pensare di rileggere le pagine più pregne di questo romanzo, posano un fiore privo di alcun significato.
Rimane lì e dice "Io sono qui" nient'altro. Non dice nient'altro.

Ti voglio bene. Ti dico solo questo.

25 April 2007

Fiume

Per la prima volta ho deciso un titolo prima di scrivere. Per la prima volta non so cosa scrivere ma so come farlo. Vogio scrivere un fiume stordente di parole, di vuoti e di pieni.
Perchè è bello e piacevole scrivere e scrivere e scrivere. Molto simile al poter parlare e parlare. Solo che è solitario..e proprio per questo ancora migliore. Io sono come un pittore, posso creare con le mie parole quadri e paesaggi. Posso far nascere storie, posso far moriere uomini e bambini, posso spegnere il sole con un click. Posso perdermi nelle parole.
Mi sono perso in un sentimento che mi sorprende ogni giorno. Mi sono perso sulla linea di una schiene assolutamente perfetta nella sua imperfezione. Ho trovato piacere nello sguardo fuggevole di una ragazza che è la mia più cara sorella e più intima figlia. Adoro essere abbastanza pazzo da vivere come faccio.
C'è un fiume che scorre placido.
Oggi ho saputo che mia madreè come me, come io vorrei esere essere. C'è una canzone dolcissima che stanno passando ora alla radio che parla di due ragazzi che si incontrano sotto il diluvio e si amano. Sono queste le storie che fanno morire di passione. Storie di uomini e donne vicini a noi. Storie di persone che si amano sotto la pioggia. Voglio imparare a raccontare queste storie. A creare queste storie.
Il fiume ha sempre dato frutti e acqua ai villaggi.
Voglio sapere tutto. Voglio amare tutti e tutto e tutte. Voglio stringere ogni persona e voglio allo stesso tempo mantenere il mio alone di falso mistero. La mia aura illusoria di mancata genialità. Io non sono niente se non un illuso che pesa di saper fare qualcosa.
Ma un giorno il fiume, ingrossato dalle pioggie,uscì di suoi argini.
Qualcuno dei miei amici non mi capisce. I miei genitori mi lasciano fare perchè in fondo a diciottanni si può ancora fare il sognatore. Ancora. Prima di dover abbandonare per sempre i sogni e perderli nella routine sconsalata e disillusa di un destino semplicemente sterile.
Al fiume non interessavno le sorti delle popolazioni, non era quello il suo compito.
Io scrivo pr potervi dare un'impressione. Suscitare un'emozione e un sentiento. Per stendere su di voi il velo del mio sentire. Perchè voglio essere come un musicita che sa far cantare agli altri le canzoni che lui crea. Io vogli scrivere ibri che voi possiate leggere. Amo chiunque sia disposto leggere quello che Scrivo. Anche se mi stroncasse, non mi interessa assolutamente. L'unica cosa che mi preme è quella di farvi capire perchè scrivo. E vi giuro, vi giuro su Dio che imparerò a farlo. Imparerò a suscitare sentimenti nelle personne. Sempre pù forti, sempre più intensi Capaci di farvi ridere o piangere. Spero i riuscire a piacere a qualcuno.
Io so il perchè scrivo. Il come e il cosa cambia a secpnda delle situazoni.

Le palpebre lottano per chudersi sui miei occhi. Cercano di distentdersi per potersi abbandonare sui miei occhi e costringerli a sognare piuttosto che a scrivere. Io ho paura, perchè è di notte che in me nascono le radici di quello che scrivo, è in quell'attimo prima di addormentarmi che risiedono le mie idee. In quell'istante balzano fuori. Tante volte me le dimentico nel momento stesso.
Però ci sono e ci rimangono. Magari rimarranno lì finchè qualcun altro le raccoglierà e ne faràun caplavoro. Sono l'Ulisse di cui tutti hanno bisogno. Sono un becchino che si rifiuta di vedere la gente morire.
Io amo la mia vitta perchè mi obbliga a scrivere anche quando non vorrei. Amo la scrittura perchè mi costringe a vivere anche quando non vorrei. E viceversa.

Il fiume quel giorno inondò la valle e uccise tutti quanti.

Esordi

Sono in piedi davanti a un pubblico. Io e i miei fogli pronti a debuttare davanti alla gente.
Sono da solo con le mie lettere, i miei piedi e le mie mani sudate. Sono un po' preoccupato.
Sciolgo i nervi, scrocchio il collo e ripasso mentalmente le mie parole, la mia "introduzione alla lettura". I miei appunti sembrano nervosi quanto me. Il microfono aspetta silenzioso qualche parola graffiante. Il pubblico mi guarda curioso. Sono qui tutti per me.
Avvicino le labbra al microfono. Guardo il cielo.
Le nuvole mi vorrebbero rilassare ma non ci riescono. Mi vengono in mente tante cose, mentre inspiro l'aria da tramutare in voce e mi preparo a parlare..mi vengono in mente milioni di parole, di mia madre, le parole dei miei amici, delle persone che mi hanno detto "tu hai talento, credi inte e vai dritto per dritto..", delle persone che mi hanno detto "..a me non piace però è davvero bello..". Mentre le mie labra si dischiudono penso ai banchi di scuola su cui ho versato i miei anni migliori, penso alle serate a leggere, alle nottate insonni con la lampada e i libri. Penso a tutti i miei miti e le mie star, ai miei cantanti ai miei scrittori e ai miei registi. Penso a mia madre che amava scrivere e che era mille volte più brava di me. Era più brava di me a spiegare, a ridere, a soffrire e a scrivere. Le sarebbe piaciuto vedermi qui sopra.
Penso a tutte le persone che passeranno a leggere le cose che scrivo. Penso a i mesi spesi nella contemplazione della letteratura.
Lentamente lascio cadere dalla mia mano gil appunti in cui mi ero annotato la mia intoduzione e improvviso. Come ho sempre fatto.
"A tutte le persone che siedono in questa sala. So che per voi io non sono nulla. Sono solo un ragazzo che ha avuto un'occasione assurda a poter esporvi i mei scritti. Ecco. Se pensate di esser venuti a sentire esclusivamente i vegheggiamenti di un ragazzino allora non avete capito. E non capirete quello che vi leggerò. Io sono uno scrittore non un bambino."
Silenzio in sala. L'unica persona che sorride è una vecchietta in fondo alla sala.
Sono un idiota.
Meglio così.

16 April 2007

Ave

Il rumore è quello delle unghie sulla lavagna.
Lo sfondo è un deserto di roccia.
Il colore è il rosso del sangue.
Il sangue è quello di un bambino.
Il pianto, il mio.

14 April 2007

Svanire

Certe volte sale un odio che sembra non potrà mai svanire. Ti prende alla gola e fa sfumare i contorni e rimane solamente un collo da stringere o un viso da contorcere. E le tue mani sono lì, pronte a scattare, a dissetarsi per sfogare su quel corpo riprovevole ogni stilla di rabbia.
Ci sono persone che ti conoscono da una vita che non capiscono niente di te, quelle persone che vorresti vedere sgranare gli occhi e piangere sangue finchè non esalano il loro ultimo interminabile respiro.
Ci sono altre persone, che conosci una sera, che non hai mai conosciuto ma che senti vicine, senti il lor contatto e senti la loro mente che si muove con la tua. Vorresti condividere tutto, poter raccontare tutto il dolore, invece sei rinchiuso in casa con una madre che sogni ogni giorno di poter rinnegare e poter scappare, di poterle strappare gli occhi e la lingua sempre pronta a nuocere. Vorresti lacerarle la gola per poterla zittire una volta per tutte.
Rinchiuso in un mondo orribile.

C'è tutto un universo là fuori che sembra chiamarti, persone, esperienze, pensieri, tutto nuovo e a portata di mano. Ma tu hai le caviglie legate e più tiri più sanguini.

Ho serrato i pugni così forti da sanguinare e le mie urla hanno sfondato tutti i muri e tutte le pareti e tutti gli stupidi maledetti imbecilli che non sanno niente ma che credono di essere portatori di qualcosa.

E non so perchè ma i morti non mi fanno paura. Vorrei poter parlare con loro. Chiedere qualcosa che qui i vivi non sanno dirmi. Vorrei conoscerli perchè purtroppo ho avuto la sfortuna di perderli troppo presto. E appoggio un mazzo di fiori su una tomba. Quella della più bella.

09 April 2007

ἔτυμον

Hai usato parole sacre che non bisognerebbe mai pronunicare.

LAPIDARIO

MORBIDO

STRETTO

VORREI

CROGIOLARMI

FACILE e SCHIFO

ESISTERE

DOLCE

LO SO

PIACERESINTONIAARMONIAAMOREUGUALEDIVERSOTRADIREIMMAGINENIENTEDIPIÙSENSOATTIMOTIMIDOPRIMOPASSOINTELLIGENTE

FRATELLO


RICORDI troppo miei o troppo insignificanti per edificarne un monumento alla dissolvenza di un'esistenza spesso vissuta con una forza che annichilisce la realtà per proiettare nel niente tutto quanto o nel tutto niente.

Certe parole sono sacre.
Questo è essere sacrilegi.
Questa è blasfemia.
Le parole hanno pesi incalcolabili e possono sparire senza lasciare tracce.
Prendi la parola RITORNO, vuol dire tutto e niente, vuol dire la fine o l'inizio, vuol dire vivere o morire.
Fai attenzione a chi potresti uccidere.

Pioggia

Soffio sulla mia depressione per spegnere il fuoco che sta prepotentemente scavando in me ma non faccio altro che rinvigorirlo.. Lancio una lunga preghiera alle stelle per non farmi vedere schiacciato dalle mie paure. Perchè nessuno sa che la mattina che verrà segnerà il taglio.
Il taglio che reciderà le mie vene i miei nervi e i miei sogni.

Need of rest in peace.

08 April 2007

Perchè?

Un po' di malinconia.

Non so cosa scrivere.

Un ragazzo si è ucciso perchè i suoi compagni lo prendevano in giro.

Malinconia perchè siamo tutti colpevoli.

Perchè ci mentiamo l'un l'altro? Perchè non sappiamo tener a freno i nostri istinti? Perchè non perseguiamo la fedeltà ma siamo molto più inclini al tradimento? Perchè ci piace vedere il sangue? Perchè ci fermiamo solo quando è troppo per noi? Perchè non pensiamo mai che magari per gli altri era troppo molto tempo fa?

Perchè un ragazzo si è dovuto lanciare nel vuoto per far tacere i suoi coetanei?

Perchè tutti i suoi amici piangono solo adesso? Non potevano dispiacersi anche prima?

Perchè le persone sono cattive? Perchè sono cattivo?

Perchè i nostri desideri non possono mai essere accontentati? Perchè quando abbiamo il paradiso cominciamo a sognare di peccare? Perchè ci nascondiamo?

Il mio sangue è un lago nel pavimento. Il mio polso trema.
Io il sangue ce l'ho sempre messo, il mio. Non ho mai voluto farne versare ad altri per me.
Ma ciò non toglie che sia una persona terribile.

Il Piccolo Principe si alza in piedi dal suo letto di foglie e si pulisce in fretta gli abiti. Cammina per la foresta e osserva il silenzio che lo circonda. I cadaveri cerca di non pestarli per non mancar loro di rispetto. Di fronte a lui volano alti i falchi.
Li osserva e sogna di poter esser come loro. Di potersi librare e andarsene da tutto e tutti. Di scappare dagli affetti. Di poter godere della vita come si fa con una puttana. Poter passare prendere come più gli piace il piacere che più preferisce, aver la libertà di essere un giorno rude un giorno dolce come la seta. Di passare una notte d'amore con una donna e ritrovarsi la mattina dopo con una donna diversa.
Un falco vola più alto degli altri, poi plana leggermente su un ramo su cui si posa con una grazia innaturale. Non si muove una foglia. Sembra che il falco non abbia peso.
Il Piccolo Principe guarda i suoi ingombranti piedi che schiacciano le foglie e le rompono, pesanti come macigni su foglie di carta crespa.
I suoi piedi cominciano ad affondare, il loro peso che aumenta ogni istante, rigonfiato dalla consapevolezza della propria inevitabile natura di essere umano legato a rapporti stereotipati da una ipocrita benevolenza.
Le radici e le catene lo trascinano sotto terra sempre più velocemente. Il terreno è soffice e lo accoglie come la valva di un'ostrica.
Prima che la vista del mondo si sottragga ai suoi occhi, il Piccolo Principe li socchiude leggermente e avverte il falco levarsi dal suo ramo.

07 April 2007

A cuore aperto

Quando ascolto le canzoni tristi, quelle che fanno piangere, mi piace stare da solo e scrivere.
Scrivere a ruota libera.
Forse è stato un libro a privarmi dell'innocenza, o a permettermi di diventare quello che sono: un niente.
I cavi che escono dal muro, si inerpicano attorno alla mia gamba. nella mano destra il phon.
la sinistra protesa verso la vasca piena d'acqua. Sembro una di quelle statue greche. Un atleta in posizione di lancio. I piedi immersi nell'acqua. Il phon a pochi centimetri.
Lo tengo per il cavo di gomma.
lo faccio oscillare a pochi centimetri dalla superficie dell'acqua.
Sono nudo e l'acqua è immobile come me. Solo il phon si muove. Vedo riflessa nell'acqua la mia figura nuda. Fragile. E debole.
Pronta a morire in qualsiasi istante.
Ora il phon è acceso. L'aria increspa l'acqua.
Lascio o non lascio? Lo faccio o non lo faccio?
Valutiamo pro e contro.
Contro: perderei tutto, amici amori vita sogni. Baci vento saluti e carezze. Desideri e brame.
Pro: smetterei di sentire questa ossessione a scrivere, le mie mani smetterebbero di implorarmi di agitarle e comporre qualcosa.
Io odio scrivere.
Io odio averne bisogno e averne voglia. Odio il mio desiderio di farmi leggere. Di farvi capire.
Odio le mie parole, vorrei saper volare, vorrei avere le branchie e non riemergere più.
Non sarò mai armonioso, sinuoso. Sarò per sempre rinchiuso in questo corpo fallace, un corpo che mi disgusta, che non fa altro che cambiare, crescere, defecare e sudare.
Un corpo che puzza di bestia che si ammala che va per conto suo. Un corpo troppo umano per il mio cuore.
Se muoio perdo il corpo e sarebbe fantastico perchè piuttosto che poter godere del mio genio a metà sarebbe molto meglio non goderne affatto.
Odio il mio sangue, le impurità, il sapone e il dolore.
Odio la mia faccia da curare, i miei muscoli da allenare, il mio pene da lavare, le mie mani di cui prendersi cura.
Odio il vomito e la merda. Le lacrime
L'unica cosa che merita di vivere è la mia perfetta anima.

29 March 2007

La rana e lo scorpione

Un pomeriggio, un caldo pomeriggio d'estate, uno scorpione si aggirava in un arido sentiero di montagna. Era un bell'esmplare di scorpione,lui. Grande e lucido si muoveva sinuoso come un cobra e il suo veleno era più letale di qualsiasi altro siero.
Quel pomeriggio era alla ricerca di qualche insetto da poter pungere e del quale potersi successivamente cibare. Dopo aver perlustrato in lungo e in largo tutto il suo territorio senza aver trovato alcunché si ritrovò di fronte a un grande fiume.

Un pomeriggio, un torrido pomeriggio d'estate, una rana dall'animo pacifico percorreva gracidante l'argine di un fiume nel quale era solita trovar conforto dalla calura. Saltellava tranquilla come tutti i giorni, balzando rapida nellacqua per rinfrescarsi per poi riemergerne con un guizzo. I suoi girini si agitavano disordinatamente nell'angolo più stagnante del fiume, un piccolo anfratto in cui l'acqua si trasformava in melma vischiosa e dove essi potevano trovare un sicuro rifugio. Ad un certo punto una terribile visione la pietrificò.

Lo scorpione notò la rana e subito le guizzò vicino. Non gli sembrava vero di aver trovato qualcuno che potesse traghettarlo al di là del fiume, dove sicuramente avrebbe trovato cibo in abbondanza. Le sue chele fremevano.

La rana era paralizzata dal terrore, i piccoli occhi vitrei dello scorpione la scrutavano con bramosia. Sapeva che da un momento all'altro quel temibile aracnide avrebbe potuto pungerla e ucciderla sul momento.

«Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull'altra sponda»
Le parole dello scorpione uscirono come un sibilo. La rana indugiò un attimo.
«E perchè dovrei farlo? Non sono mica matta! Così appena ti faccio salire e siamo in acqua tu mi pungi e mi uccidi.»
«Per quale motivo dovrei farlo?»

Lo scorpione incalzò «Se io ti pungessi mentre siamo in acqua tu finiresti per affogare e così morirei anche io.»

La rana esitò un attimo e, convintasi della ragionevolezza dell'obiezione dello scorpione, lo lasciò salire sulla sua schiena e lentamente si immerse fino agli occhi nell'acqua e cominciò a remare con le sue forti gambe da nuotatrice.

La rana era tranquilla

Lo scorpione era felice.

Ad un certo punto, nel bel mezzo dell'attraversata, la rana avvertì un intenso dolore provenire dalla schiena, prima come la puntura di uno spino, che poi si allargava a tutta la schiena intorpidendole i muscoli di tutto il corpo.
Di scatto si voltò verso lo scorpione.
Negli occhi dello scorpione non c'erano sentimenti, non c'era soddisfazione o malignità.
«Pechè lo hai fatto? Perchè hai fatto questo?»
Negli occhi dello scorpione non c'erano sentimenti, non c'era soddisfazione o malignità. C'erano solo consapevolezza e semplicità.
«Perchè sono uno scorpione... è la mia natura.»

Affondando i due si guardavano. Non torvi, non tristi. Si guardavano e basta.


Non esiste morale, non esiste insegnamento. Esiste la magia della sensazione. Questa favola non ha morale, non c'è giustificazione nell'atto dello scorpione, nè significati nascosti. Ognuno fa ciò che il cuore ordina, ognuno dovrebbe farlo. Anche quando ciò costa caro. E nessuno lo redarguirà per questo. Nessuna rana lo insulterà o lo accuserà.
Io scrivo senza presunzione di eccellere, senza desiderio di emergere.
Senza interessarmi dei giudizi. Senza pensare se ciò può essere più o meno nocivo per me.
Io scrivo e basta. Perchè sono io. Ed è nella mia natura farlo.


Lo scorpione, in quel pezzo di traversata, ha meditato a lungo su quello che avrebbe dovuto fare. Sulla mostruosità del suo crimine. Si chiedeva se fosse giusto. Nella sua testa si arenavano migliaia di domande.
E la rana sapeva già da quando aveva immerso le zampe palmate in acqua che sarebbe morta.
Ma tutto questo non ha fermato lo scorpione, nè tantomeno la rana.
Lo scorpione stava piangendo quando, incrociando lo sguardo della rana disse «..è la mia natura.»

26 March 2007

Sonetto

Certe volte le cose sembrano andare alla rovescia..
Il mondo si fa burle di me dileggiandomi con i suoi oltraggi..
Ho paura

22 March 2007

..destinazioni..

A chi non ride mai.
A chi ride solo se è il caso.
A chi non ride quando guarda Scrubs.
A chi da sempre ragione e a chi da sempre torto.
A chi non ama leggere. A chi pensa di non averne bisogno.
A chi fa l'amico solo quando questo non richiede particolare fatica.
A chi non capisce niente se non la sua lingua e il suo credo.
A chi pensa di saperne più degli altri senza saperne affatto più degli altri.
A chi dice di aver visto tutti i posti che nomini e di aver letto tutti i libri che hai letto.
A chi non si fa mai ruzzolar nella sabbia quando è bagnato. A chi se la prende quando glielo faccio comunque.
A chi non fa mai a gara e a chi sa far solo a gara.
A chi è solo di destra o solo di sinistra. A chi quando gli parlo non mi risponde. A chi mi dice che è molto meglio pensar a ciò che è alla mia portata che per me i sogni sono troppo sogni.
A chi quando nuota smanaccia solo per fare il forzuto.
A chi non fa quello che gli dice il cuore.
A chi non fa quello che gli dice la testa.
A chi fa quello che gli dicono gli altri.
A chi ride senza aver capito le battute o pensa di averne sempre una più bella delle tue.
A chi quando si gioca non la passa mai. A chi non sopporta poter essere secondo o terzo. O ultimo.
A chi pensa che far quello che fanno gli altri sia esser voce di uno stesso coro.
A chi al mare non è capace di soffermarsi a guardarsi intorno.
A chi non apprezza chi è diverso. A chi vede in chi è diverso una minaccia.
A chi crede in Dio solo per dovere. O peggio. Per buon esempio.
A chi sputa sugli altri ma non vuole che gli si sputi addosso.
A chi non sputa mai.
A chi non muore.
A chi non ha paura di niente o ha paura solo di cose lontane.
A chi minaccia la gente credendosi più forte solo perchè dietro ha una squadriglia di bestie.
A chi rifiuta l'amore totalizzante. A chi non crede che sia possibile perdere la testa e si ostina a veder carnalità e bestialità in ciò che è seta sulla pelle.
A chi vorrebbe farmi lo scalpo. A chi non lo ha mai ammesso.
A chi pensa di poter definire tutto secondo un'ideologia, un credo, un chiodo fisso.
A chi ti dice che sei OUT. A chi ti dice che sei IN.
A chi non perde mai. A chi è capace di vederla solo in un modo.
A chi non dice mai le parolacce.
A chi ride come un'oca ogni tre secondi. A chi ride solo per le battute di certe persone.
A chi ha inventato la SIAE.
A chi censura. A chi non è capace di ascoltare.
A chi non sente i profumi.
A chi non capirà mai cosa ho scritto oppure chi mi dira Sì MA POTEVI DIRLO MEGLIO.
A tutti coloro che rientrano in queste definizioni..
non ho niente da dire..

..per tutti questi
non sprecherò parole perchè non ho niente da dirvi..

15 March 2007

Aspettando Lorenzo

Non è semplice non sentirsi all'altezza..è molto complicato..
Perchè si vorrebbe sempre essere abbastanza: abbastanza forti, abbastanza coraggiosi, abbastanza altruisti.. ma non si può esser così..o perlomeno io non ci riesco..
Pecco sempre di qualcosa e questo mi fa star male, soprattutto quando non sono abbastanza per dare aiuto a chi ne ha bisogno.. so che è egoista e immaturo ma non riesco a essere abbastanza altruista.. non so nemmeno io il perchè.. forse perchè sono veramente come non vorrei essere, forse invece è la cosa che dovrei fare.. forse è vero, come temo, che in passato c'è stata una persona che ha tirato fuori il peggio di me, e ancora non riesco a ricacciarlo tutto dentro questo male..
Io voglio esserci sempre.. e sono un egoista del cazzo.. e ho paura..
Tanta paura di non farcela.. e ultimamente non faccio altro che ricevere conferme di questa mia inadeguatezza..
Non so il perchè ma non sono davvero abbastanza.. Non riesco a essere fiero di me..
Ci si sente persi quando si è in questa situazione.. mi sento smarrito..e deluso..e poi..alla fine..riesco a parlar solo di me..

Sorry